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La leggera malinconia nello spaesamento. “Dove mi trovo” di Jhumpa Lahiri

La leggera malinconia nello spaesamento. “Dove mi trovo” di Jhumpa Lahiri«Quando si cambia casa sparisce sempre qualcosa. Ogni trasloco ti tradisce, ti frega.»

 

Si nasconde una verità antica dietro a queste parole, che la madre della protagonista rivolge alla figlia quando quest’ultima si prepara ad andare a vivere per un anno all’estero per motivi lavorativi. Cambiare, come tutte le scelte, presuppone l’abbandono di una delle due opzioni. Se giro a destra, ad esempio, non girerò mai a sinistra, e non potrò mai sapere cosa mi sono perso. Ogni scelta porta con sé la rinuncia a un’infinità di possibilità e futuri.

 

Comunque vada vivremo di rimpianti, sembra dunque ribadire Jhumpa Lahiri con Dove mi trovo, uscito presso Guanda il 30 agosto scorso. Soluzione non c’è. Non scegliere è una scelta; forse la più dura.

 

«Fare la solitaria è diventato il mio mestiere. Si tratta di una disciplina, cerco di perfezionarla eppure ne patisco, per quanto sia abituata mi sconforta, sarà l’influenza di mia madre.»

 

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Gli occhi attraverso cui passa il mondo sono quelli di una donna di mezza età, chiaro alter ego della scrittrice, che senza radici e senza prospettive di futuro vaga per il suo quartiere, scrutando le vite altrui, degli amici come degli estranei. È una persona lontana da tutto, sola e scontrosa, che si crogiola in una sorta di malinconia esistenziale che non scende mai nel patetico, e che le permette di analizzare il mondo con un certo distacco, comprenderlo e dunque amarlo. Lontano da quel distacco disumanizzato dello Straniero di Camus, Dove mi trovo (Guanda) si avvicina invece maggiormente a quel “pathos della distanza” tanto caro a Italo Calvino (si rileggano le pagine d’amore fra Cosimo Piovasco di Rondò e Violante ne Il barone rampante per ricordarsene).

 

«Sto sempre meglio quando mi avvolgono i particolari altrui.»

La leggera malinconia nello spaesamento. “Dove mi trovo” di Jhumpa Lahiri

L’io narrante non è infatti una creatura che cerca la solitudine, che vede gli altri uomini come qualcosa di diverso da lei e incomprensibili, inconciliabili. Anzi, senza sentirne la mancanza, comprende le scelte altrui, di sposarsi e avere figli, comprare la casa al mare, progettare una vita anche nei più piccoli atti quotidiani. E così quando un vicino di casa improvvisa un mercatino dell’usato lei ci compra tazze sbeccate e quadri di persone da lei mai viste, perché nascondono una vita segreta, che lei non conosce e della cui energia vuole nutrirsi. Per lo stesso motivo ama il museo dedicato alle case dell’antichità, che visita spesso; ne sente la vita che ancora flebile scorre, si immagina quando quelle mura e mobili non erano sterile vetrina museale, ma giaciglio e rifugio accogliente. E proprio così mostra la sensibilità propria di chi quel calore non lo conosce, come il cieco, che ha gli altri sensi più sviluppati.

 

«Perché alla fine l’ambientazione non c’entra nulla: lo spazio fisico, la luce, le pareti.»

 

Non è albero perché le mancano le radici, né fiore perché manca la speranza del futuro. Dove mi trovo racconta la storia di chi si sente spaesato, non si riconosce più nella tradizione dei padri, ma ancora non è riuscito a delineare una propria precisa identità. Temi – lo spaesamento e la mancanza di radici – cari a chi, nata in Inghilterra da genitori indiani e trasferitasi giovanissima negli Stati Uniti, di madrelingua bengali e inglese, decide di scrivere in una terza lingua, l’italiano (il libro non è infatti una traduzione, ma il primo romanzo in italiano della scrittrice).

 

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La leggera malinconia nello spaesamento. “Dove mi trovo” di Jhumpa Lahiri

Rimanendo nell’ambito della metafora botanica, la protagonista del romanzo è dunque un frutto, colto nell’istante in cui, ormai maturo, cade dal ramo che sino ad allora lo ha nutrito, e non ha alcuna idea di quanto lo aspetta. Sospesa a mezz’aria, altro non le resta che guardare ciò che lo circonda, con stupore e cercando di capirci qualcosa. Fino a quando non si giunge all’unica possibile conclusione e l’apparente immobilità, conseguenza del continuo rifiuto di impegnarsi con una scelta (che porterebbe all’acquisizione di un’identità), si rivela invece essere un moto continuo, disordinato e imprevedibile verso il futuro, come quello di coloro che si sposano, fanno figli e comprano la casa al mare. Che non esiste nulla di concreto e definitivo, questo si sapeva già, ma il messaggio finale della scrittrice è che, paradossalmente, la certezza più grande nasce dal non avere certezze.

«Altro che ferma, sono sempre e soltanto in movimento, in attesa di arrivare o di rientrare, oppure di andare via. Una piccola valigia ai piedi da fare, da disfare, la borsa in grembo, qualche soldo, un libro infilato lì dentro. Esiste un posto dove non siamo di passaggio? Disorientata, persa, sbalestrata, sballata, sbandata, scombussolata, smarrita, spaesata, stranita: in questa parentela di termini mi ritrovo. Ecco la dimora, le parole che mi mettono al mondo.»


Per la prima foto, copyright: Cory Woodward.

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