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La leggenda dei giocolieri di lacrime

La leggenda dei giocolieri di lacrimePrendete una bella dose di realismo magico di Márquez e uniteci quello di Kafka; aggiungete centocinquant'anni di dominazione ottomana in terra magiara (a partire dall’assedio della città di Buda nel 1541 da parte di Solimano il Magnifico) che portò alla sua divisione in tre parti, e otterrete La leggenda dei giocolieri di lacrime dello scrittore ungherese László Darvasi, tradotto da Dóra Várnai per Il Saggiatore, che lo ha inserito nella collana La Cultura.

La stessa casa editrice ha portato per prima questo autore in Italia – considerato uno dei più prolifici esponenti della letteratura mitteleuropea contemporanea – con Mattina d’inverno con cadavere, nella stessa traduzione.

Il lavoro svolto da Darvasi affonda, e con forza, le radici nelle tradizioni religiose e mitiche di una civiltà popolata da spiriti che rinascono e da credenze millenarie.

Non è presente una trama unica. Sono tante storie distinte che trovano il modo di incontrarsi lo stesso. Una ciclicità che, come ne Le mille e una notte, lascia il lettore in bilico tra realtà storica e magia degli accadimenti.

«Bisogna altresì considerare come la istoria non sia mai quella che sembra. Non si lascia vedere come si fanno vedere il sole, la luna, la Terra e le stelle. Come si fanno vedere le nuvole, le acque che scorrono gorgogliando, le radici che sbucano dai cumuli di terra, le fiere selvagge nella foresta, i muti pesci che nuotano nei laghi e nei fiumi dalla corrente veloce, le gru dal passo lungo esattamente quanto quello dell’uomo. La istoria non è siffatta. Perché le erbe, le nuvole, le luci sono tutte libere di vagabondare. Anche i venti invisibili sono liberi di girovagare, resi tuttavia visibili dal tremolio delle foglie, delle ciocche di capelli, dei rami dei cespugli. Sono libere le pietre, è libero il fuoco. Solo l’uomo è inquieto. L’uomo non è libero. L’uomo cammina solo dove gli è permesso. Va dove lo lasciano andare, da una istoria a un’altra istoria».

 

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L'elemento in comune, dunque, è uno strano carro con una lacrima blu dipinta sul tendone e condotto da altrettanti strani personaggi. Cinque saltimbanchi che, in modo quasi lapalissiano, riflettono ledifferenze etniche, linguistiche e religiose di una terra conquistata e frammentata. Uno di loro, infatti, è croato, un altro ungherese, uno serbo, un altro ebraico e uno turco.

Ma non basta. Perché questo cammino esprime lo scorrere inesorabile del tempo.

La leggenda dei giocolieri di lacrime

Non sono giocolieri qualunque, però. Sono artisti del pianto e le loro sono lacrime particolari: di sangue, ghiaccio, sassolini neri, miele e fiamme. Attraversano l’Europa centro-orientale nel periodo che va dal XVI al XVII secolo facendosi portatori –tramite una penna visionaria–di una fantastica allegoria di questa piccola parte di universo.

I funamboli incontrano in questo loro viaggio – e lungo le 650 pagine che compongono La leggenda dei giocolieri di lacrime – numerosi e variopinti personaggi che potremmo definire anime erranti nell’inferno che è la loro vita. Una vita che con loro non è stata indulgente.

La prima si chiama Irina Diótörő, detta la Schiaccianoci. Proviene da un misero villaggio rumeno al confine tra Moldavia e Valacchia. Scampa a un attacco turco e quando torna trova la propria famiglia massacrata; lei è la sola superstite. Irina, come tutte le persone abituate alla povertà, si arrangia col poco. Fa così l’artista di strada e utilizza ciò che la natura le ha dato: la vulva. Ma non riesce a sopportare tutto quello che le accade: viene umiliata, derisa e definita «strega rognosa». Abbandona così quella terrena per rinascere in un’altra dimensione. La sua anima viene salvata dai cinque occupanti il carro e la ritroveremo nel romanzo col nome di Rudica. Un personaggio diverso nelle fattezze ma con l’anima della prima.

O la storia di Farkas Jancsó, figlio di uno dei più importanti macellai di Debrecen. È bravo già da piccolo a tagliare la carne, quindi è naturale che quello sarà il suo lavoro da adulto. Non è detto però che le cose vadano nel senso desiderato e nell'opera in esame questo aspetto si ritrova spesso.

Mentre sale su di un albero speciale, “l’albero del mondo”, importante simbolo nella tradizione ungherese, cade, si fa male e gli compare una gobba. Dalla malformazione inizierà a diventare irriconoscibile. Non crescerà più, sarà un nano, «il nano più brutto del mondo». La sua vita cambia con l’incontro dei giocolieri.

E c’è anche un italiano, Luigi Escapolo Firabolla, l’unico gondoliere nano che esista, figlio di un esperto maestro dell’Arsenale di Venezia che lo ha avuto con una prostituta che lo abbandona al suo destino.

La leggenda dei giocolieri di lacrime

O ancora, Ignac Arnot, un bravo maestro magiaro del legno molto ricercato per le sue abilità. Lui è incline alla malinconia e gli capitano tante assurdità, come ad esempio un tartaro dalla testa di cane che va a trovarlo nel suo laboratorio. La sua vita cambia del tutto quando incontra i cinque giocolieri che porteranno a lui e alla moglie il miracolo di un figlio che non arriva:

«Non riesce a lavorare. Non riesce a concentrarsi. Oh, ma come potrebbe ora mettersi a misurare, squadrare, scolpire?! Corre in casa, poi esce nuovamente in giardino, cammina ancora scombussolato per il cortile. I suoi pensieri si rifiutano di prendere una forma compiuta. Com’è successo quel che è successo? Che senso ha tutto questo? Chi ha dato loro la bambina, e perché? Sono stati loro a portarla, quei cinque strani personaggi a causa dei quali a Sopron aveva scolpito il diavolo? Che avevano un carro dipinto con una lacrima? Chi sono veramente quelle figure? E perché hanno voluto aiutarlo? E perché proprio lui? Ovunque volga lo sguardo, però, l’unica risposta del mondo è che è primavera, il mese delle fioriture, il periodo in cui la polvere della terra diventa una dolce sorella dell’azzurro del cielo».

 

La leggenda dei giocolieri di lacrime, come si può evincere, non è un’opera semplice o intuitiva.

È di certo immaginifica e straniante. Il linguaggio di Darvasi è elaborato, ricco di aggettivi, metafore, aneddoti. Nel ricreare un ambiente cupo e irridente, grottesco e insieme onirico e pieno di magia, tale sua scrittura si fa caleidoscopica oltreché simbolista. I personaggi non vengono mai raffigurati dal narratore con intenti moralistici o pietistici nonostante la vischiosità del loro agire. Il ritmo mai lineare inoltre tiene desta l’attenzione.

Parlare della propria terra in forma allegorica non è un lavoro che può fare chiunque. Darvasi non solo ci è ci è riuscito, ma ha dimostrato quanto e come le leggende affondano le proprie origini nel passato facendosi specchio di una comunità.

 

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Per concludere, una considerazione di natura tecnica. Alcune note esplicative sarebbero state forse di ausilio per il lettore “occidentale” per la comprensione di determinati aspetti culturali del popolo rappresentato, senza per questo intaccare il valore intrinseco del romanzo, ma per essere solo più fruibile.


Per la prima foto, copyright: Noel Nichols su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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