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La guerra tra crudeltà e ideali. “Nel mirino, i miei giorni in difesa di Kobane” di Azad Cudi

La guerra tra crudeltà e ideali. “Nel mirino, i miei giorni in difesa di Kobane” di Azad CudiNel mirino, i miei giorni in difesa di Kobane di Azad Cudi tradotto da Sara Crimi e Laura Tasso per Longanesi è tanto un resoconto di guerra quanto un libro di memorie ma più di tutto è un inno alla libertà.

«Ho avuto molti nomi: Sora, da ragazzo, in Kurdistan, Darren, sul passaporto britannico, ma il mio nome da cecchino era Azad, che significa «libero» o «libertà» in lingua curda».

 

L’autore è un giovane ragazzo curdo che appena ventenne abbandona il Kurdistan iraniano disertando il servizio militare obbligatorio. Dopo un lungo viaggio per terra e per mare, tra trafficanti di uomini e container, giunge nel Regno Unito. Qui, dopo aver ottenuto l’asilo politico fa i conti con il suo passato e con il futuro della sua terra natia maturando la consapevolezza delle difficoltà in cui versa il popolo curdo, martoriato per anni da regimi oppressivi, dalle guerre che infiammano il Medio Oriente e dagli orrori del Califfato che con una ferocia inaudita conquista e distrugge.

 

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Gli ideali di libertà, uguaglianza e giustizia lo portano a Kobane nel Kurdistan siriano, in difesa di una città che sul finire del 2013 sembra perduta proprio come Raqqa, roccaforte del Califfato e come le altre città siriane cadute in pochi mesi sotto il giogo dell’Isis e che invece grazie al sacrificio di uomini e donne coraggiosi ha resistito riscrivendo la Storia.

Kobane è descritta dall’autore come un luogo di storia millenaria, un posto dove più di 13.000 anni fa, l’uomo aveva inventato l’agricoltura; un’oasi in cui, nel 2000 a.C. circa, Abramo con la moglie Sara e il figlio Isacco si fermarono ad abbeverarsi; un paradiso nel deserto che in tempi recenti, prima che gli Alleati ridisegnassero la mappa del Medio Oriente come «strumento di divisione», ospitava una stazione della ferrovia Berlino-Baghdad. Ancora una volta però la mano dell’uomo – quella dei sanguinari tagliagole dell’Isis – minaccia la città oltre che gli ideali di pace e umanità alla base del vivere civile.

Ciò che rende la difesa di Kobane epica e straordinaria ovvero un sogno che diventa realtà– illustrato brillantemente anche dal fumetto di Zerocalcare, Kobane Callingè soprattutto la motivazione che spinge i giovani e le giovani dell’Unità di protezione del popolo a combattere per la resistenza curda:

«Il nostro obiettivo era costruire una societàegualitaria e democratica, fondata sul rispetto di tutte le etnie, le religioni, le comunità, i sessi e la natura. Rifiutavamo le paternalistiche insulsaggini, così tipiche dei commentatori occidentali, secondo cui la democrazia e la pace erano estranee alla nostra terra. E non accettavamo nemmeno l’idea che tutti i combattenti per la pace fossero destinati a seguire lo stesso scellerato percorso che li vedeva trasformarsi da liberatori in aguzzini. La nostra ambizione, poi, si estendeva oltre i confini del Rojava o della Siria. Secondo noi, il Medio Oriente era continuamente preda di guerre e crisi perchémancava l’esempio di una societàpacifica, stabile, libera e giusta. Il Rojava doveva essere un faro. La speranza era che, una volta accolto il seme della libertà, ogni uomo e ogni donna l’avrebbe diffuso in tutta la regione, e poi nel mondo, proprio come avevano seminato il primo grano nei primi campi tanti millenni fa».

 

Nel mirino narra principalmente i mesi dell’assedio di Kobane, dal settembre 2014 all’agosto 2016, le cronache dal fronte, il dolore per la perdita dei compagni, il sangue, i detriti, gli attimi concitati, il filo sottile su cui si cammina tra la vita e la morte. Il lettore troverà un linguaggio forte, descrizioni crude, immagini dure come un pugno nello stomaco ma ciò che non troverà mai tra le pagine di questo memoriale è il compiacimento per le imprese militari, l’esaltazione della guerra, la violenza gratuita, la retorica.

La guerra tra crudeltà e ideali. “Nel mirino, i miei giorni in difesa di Kobane” di Azad Cudi

Alcuni racconti potranno avere un sapore epico come quando Azad riuscì a colpire il cavo che teneva in piedi un telone utilizzato dai jihadisti per nascondersi alla vista dei cecchini, mettendo a segno un colpo improbabile e stupefacente da valergli l’appellativo di «cecchino che faceva cadere le tende»; o quando i suoi compagni spararono in una pasticceria in mezzo ai sacchi di zucchero «avvolgendo i combattenti in una nuvola dolce». Eppure la realtà che trapela dalle pagine è che al di là di qualche aneddoto non c’è nulla di esaltante nel combattere e che benché ne sia valsa la pena niente e nessuno potrà alleviarne il peso.

Azad vuole semplicemente raccontare la sua vicenda e quella dei suoi compagni:

«Spesso ci si immagina la guerra come le grandi scene di battaglia dei film, dove decine di comparse vengono falciate contemporaneamente. Nella vita reale non ci sono comparse: tutti sono protagonisti».

 

I volontari e le volontarie dell’Ypg e dell’Ypj hanno scritto un capitolo della Storia recentissima del Medio Oriente e se nei libri di Storia a breve troveremo le cronache degli eventi, narrazioni come questa permettono di mantenere vive le impressioni, i sentimenti, i punti di vista e le identità dei protagonisti. Herdem, Yildiz, Hayri, Nasrin e tutti gli altri Heval (termine utilizzato per indicare i compagni) di cui Azad narra le vicende formano un affresco che restituisce tutta la crudeltà della guerra ma anche la forza degli ideali. Tra le varie figure descritte dall’autore, il lettore potrà riconoscere anche il nostro Karim Franceschi autore del memoriale Il combattente su Kobane e di Non morirò stanotte, sulla liberazione di Raqqa.

 

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Ma la narrazione non è “solo” un resoconto dell’assedio di Kobane. Essa procede intervallando la spensieratezza dell’infanzia iraniana a Sardasht con i momenti di formazione ideologica sulle pagine dei libri scritti da Abdullah Öcalan, leader del PKK, e con le difficoltà del giovane ventenne solo in una terra straniera così diversa dal luogo che non potrà più chiamare casa:

«Al mio primo giro in città, mi fermai per un po’ su una panchina vicino alla cattedrale: guardavo con curiositàle persone che davano da mangiare ai piccioni, visto che noi li avremmo uccisi e cucinati».

 

Le memorie dal fronte però occupano la maggior parte del romanzo di Azad Cudi e sono indubbiamente il cuore pulsante di Nel mirino, i miei giorni in difesa di Kobane.

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