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La guerra in Siria tra speranza e dolore. Intervista a Elliot Ackerman

La guerra in Siria tra speranza e dolore. Intervista a Elliot AckermanElliot Ackerman torna in libreria con Il buio al crocevia (Longanesi, 2017 – traduzione di Katia Bagnoli) a un anno e mezzo dal successo ottenuto dal suo primo romanzo Prima che torni al pioggia (Longanesi, 2016 – traduzione di Elisa Banfi).

Ufficiale dell'esercito americano, decorato al valore per azioni compiute nel corso dei conflitti in Afghanistan e in Iraq, Ackerman oggi vive a Istanbul, ha iniziato una nuova vita come scrittore ma continua a interessarsi ai conflitti in corso nel mondo. Se il suo esordio narrativo ci raccontava la guerra afghana attraverso lo sguardo di un protagonista poco più che bambino, con questo secondo romanzo lo scenario è quella della Siria, un conflitto estremamente intricato per la presenza di diversi schieramenti impegnati su più fronti.

Haris, il protagonista, in realtà è iracheno, ma si è conquistato la cittadinanza americana lavorando come interprete per l'esercito statunitense nel corso del conflitto che ha devastato il suo paese. Si è poi trasferito negli Stati Uniti, dove sperava d'iniziare una nuova vita insieme alla sorella, unico parente sopravvissuto come lui alla guerra, ma ha scoperto subito quanto sia difficile, in realtà, una piena integrazione in quel paese.

Deluso dalle scelte fatte dalla sorella, Haris decide improvvisamente di andare in Siria, per combattere contro il regime di Assad. Raggiunge una cittadina turca presso il confine siriano, da dove qualcuno dovrebbe aiutarlo a entrare in Siria, ma le cose non vanno come vorrebbe. Derubato dei suoi pochi averi, Haris viene però aiutato da Amir, un rifugiato siriano che vive con la moglie Daphne e lavora per un'organizzazione umanitaria. La coppia è in crisi, soprattutto perché Daphne non riesce a superare i traumi legati alla loro vita precedente in Siria, dove hanno perso una figlia, dispersa sotto i bombardamenti: l'arrivo di Haris sembra destinato a turbare la loro vita.

 

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Il buio al crocevia non è solo un romanzo di guerra, che cerca di comprendere i meccanismi di un conflitto che l'Occidente non riesce ancora a inquadrare in modo corretto, ma anche una storia d'amore, di ostinazione e di riscatto.

Ne abbiamo parlato con Elliot Ackerman nel corso del suo passaggio da Milano.

La guerra in Siria tra speranza e dolore. Intervista a Elliot Ackerman

Per prima cosa bisogna dire che all'inizio è difficile, per il lettore, credere che un uomo come Haris, con la sua precedente esperienza di guerra, rischi così tanto per oltrepassare il confine siriano e unirsi alle forze della rivoluzione…

Io credo che ci sia qualcosa di seducente, per l'uomo, nella guerra, qualcosa che lo attira.

Harissa sa di aver combattuto in precedenza in una guerra, quella in Iraq, che ritiene una guerra "cattiva", e ora desidera unirsi a coloro che invece lottano per una causa in cui sente di poter investire economicamente.

Sentiva già da prima il bisogno di combattere, ma ha voluto comunque fare un tentativo di vivere negli Stati Uniti. Lì, però, gli sembrava che la sua vita non avesse significato.

Ha lavorato molto per portare in salvo anche la sorella, ma quando lei si allontana non gli resta più nulla, e questa diventa un'ulteriore spinta per tornare a combattere.

La guerra richiama da sempre anche i giornalisti: in molti hanno ammesso di non riuscire a smettere di fare i corrispondenti di guerra, e ci sono moltissime persone che, dopo aver vissuto l'Afghanistan, si sono poi trovate a combattere in Siria.

Haris, in questo senso, nasce da qui, da questo fenomeno che stavo osservando.

Del resto, il richiamo della guerra lo ritroviamo pure in un episodio molto celebre dell'Odissea, quello delle sirene: il canto seducente delle sirene parla di guerra, e di gloria conquistata combattendo.

 

In questo romanzo, e nei suoi personaggi, troviamo qualcosa di inaspettato: una grandissima speranza. Daphne concentra la sua fede e la sua capacità di sperare nel provare a ritrovare la figlia, data per dispersa dopo un'esplosione, Haris invece nella lotta per trovare il suo scopo e il suo posto nel mondo. Però una guerra è sempre una guerra, e come tale porta inevitabilmente dolore e distruzione: è possibile conciliare le due cose, speranza e dolore?

È vero: uno dei temi centrali di Il buio al crocevia è proprio questo.

I miei personaggi rappresentano due tendenze: è meglio continuare a sperare, come fa Daphne, o accettare di aver perso ciò che si è perso e andare avanti, come fanno Haris e Amir?

In particolar modo, se si guarda ad Amir e a Daphne, si vede che rappresentano in pieno tale conflitto, lo stesso vissuto da moltissimi siriani che si sono dati anima e corpo alla rivoluzione, sognando di poter fare la differenza, ma che si sono ben presto trovati con le famiglie distrutte e un paese ridotto in macerie.

Eppure molti di loro non riescono ancora a smettere di combattere, né di sostenere che la rivoluzione avrà successo, che funzionerà, anche se tutto sembra affermare il contrario.

 

Daphne nel romanzo simboleggia la speranza, tuttavia è anche il personaggio che ha vissuto meno la guerra, a differenza di Amir e Haris. È forse il suo non avere avuto un'esperienza diretta e devastante con il combattimento, e il non avere ricordi al riguardo, a permetterle di continuare a sperare?

Quando incontriamo Haris, ci appare come una persona smarrita: non sa nemmeno cosa sta cercando, sa solo di essere in cerca di qualcosa. Poi incontra Daphne e Amir, e allora inizia a pensare che quello che sta cercando sia questo.

Il motivo per cui Daphne continua a sperare di ritrovare la figlia sta nel fatto che non l'ha vista morire. Non può avere pace fino a quando non avrà visto il suo corpo, perché ha bisogno di una chiusura. Devo anche dire che l'idea di Haris di una "causa" è molto generica, e la sua ricerca di fatto va avanti proprio fino alle ultime pagine del libro.

 

Forse uno dei messaggi che lei ha voluto trasmettere è quello della necessità delle persone, in tempo di guerra, di avvicinarsi l'un l'altra. Per Haris e Daphne, e prima per Haris e sua sorella, in fondo è così.

Di sicuro nello stare accanto a chi si ama e nel proteggerlo si trova uno scopo in tempo di guerra, e la guerra stessa aggiunge significato alle relazioni umane.

È ciò che manca della guerra a chi ci vive a contatto per molto tempo e poi se ne distacca: di certo non gli mancano i bombardamenti o la paura, ma l'intensità dei rapporti umani sì.

 

Considerate le sue esperienze personali, quanto di lei – e di aneddoti che le sono stati raccontati –- è finito in Il buio al crocevia, e quanto è mera invenzione?

La storia, e in particolar modo tutti gli eventi che vediamo succedersi nella vita dei personaggi, sono opera d'invenzione. Io non ho conosciuto una Daphne, o un Amir, o un Haris. Ho però incontrato persone, e oggi mi considero una di loro, che hanno vissuto simili esperienze, emozionalmente sconvolgenti, ed era questo percorso che volevo raccontare al lettore.

La guerra in Siria tra speranza e dolore. Intervista a Elliot Ackerman

Restando in tema scrittura: le tue storie emozionano moltissimo il lettore, e immagino emozionino anche te durante la stesura. Come si fa a mantenere in equilibrio la necessità di rispettare delle scadenze, e dall'altra il fatto di lasciarsi guidare dall'emozione?

Ammetto di non pensare molto alle scadenze quando scrivo, e per fortuna non ne avevo una quando ho scritto Il buio al crocevia.

Di fatto, io mi alzo al mattino, vado a sedermi in un caffè e scrivo. Provo a farlo ogni giorno.

Credo inoltre che ogni romanzo abbia quella che è la scena che dà origine al tutto: per me stavolta si trattava di prendere quella scena e trarne un articolo, ma una volta scritta ho avuto voglia di vedere cosa fosse accaduto prima, cosa sarebbe potuto accadere dopo, ed ho iniziato a lavorare a un romanzo.

 

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Da soldato, come si diventa scrittori? E soprattutto, dà la stessa sensazione di avere uno scopo e di stare facendo la differenza per qualcuno?

Credo che mi faccia sentire come se stessi facendo il mio dovere, e se ci pensiamo c'è una lunga tradizione di uomini d'armi diventati poi scrittori.

C'è circa una dozzina di autori americani in libreria in questo momento che, a un certo punto della loro vita, hanno combattuto in Iraq. Per quanto riguarda me, mia madre era un'autrice, e sono cresciuto in mezzo ai libri. Una parte di me ha sempre saputo che un giorno avrei scritto, e ora che è così mi viene molto naturale.

 

Una curiosità personale: quanto pensa influirà il clima di odio e intolleranza di oggi sui giovani e sui soldati di domani, sul loro modo di vedere questi paesi e queste culture, e quanto dobbiamo preoccuparci?

Ho due figli piccoli, e posso dire che vedo già gli effetti della profonda rottura che attraversa gli Stati Uniti. Stanno crescendo in un momento in cui chi li circonda si dice a vicenda "tu mi disgusti, tu qui non ci devi stare", e vedo quanto loro interiorizzino l'odio che li circonda, pur essendo molto piccoli.

Mi preoccupa moltissimo, anche se penso che Trump sia solo un sintomo della malattia di cui soffrono gli Stati uniti. Mi preoccupa anche pensare a ciò che potrebbe accadere tra quattro anni, perché passare da un estremismo all'altro è pericoloso.

La guerra in Siria tra speranza e dolore. Intervista a Elliot Ackerman

In questo senso, quanto la letteratura e le arti possono essere un mezzo di comunicazione valido per superare gli estremismi, e quanto possono aiutarci a vedere che chi ci circonda è esattamente come noi?

Penso anch'io che come esseri umani abbiamo in comune più di quanto ci differenzia, e sì, questo è ciò che l'arte in ogni sua forma riesce a fare: riesce a farci provare la stessa emozione provata da qualcun altro. Un regista, un romanziere, uno scultore trasmettono a chi vedrà la loro opera le proprie emozioni.

Il fatto stesso di provare un'identica emozione di fronte a qualcosa ci avvicina e ci ricorda di essere uguali: siamo qui, siamo umani, e davanti alla medesima opera proviamo le stesse sensazioni.

In un momento in cui i giornalisti sono più impegnati a urlarsi addosso, un romanziere riesce a coinvolgere e a emozionare il lettore, facendo così arrivare a destinazione quello che può anche essere un messaggio importante.

 

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Restiamo un attimo sugli Stati Uniti: quanto il suo aver vissuto a Istanbul ha influenzato la sua opinione sulle politiche internazionali americane? Vivere altrove, fa la differenza?

Io sono cresciuto a Londra, quindi credo di avere il gene dell'espatriato nel sangue.

Ma vivere altrove, anche se non cambia del tutto la tua prospettiva, cambia sicuramente il tuo modo di percepire l'operato del tuo paese.

Aggiungo che spesso gli americani, quando viaggiano, si rendono conto di non essere particolarmente amati all'estero, e se ne stupiscono: perché mai non dovrebbero amarli tutti? Non sono sempre d'accordo con i motivi del disappunto, ma li comprendo: sono orgoglioso del mio paese, ma è impossibile negare che le fondamenta per non amarci incondizionatamente ci sono.

 

Una riflessione personale: il clima d'odio di cui parla esiste anche qui, in Italia. Anzi, abbiamo un grosso problema legato alla cattiva informazione: abbiamo giornalisti che, in televisione e ospitati da programmi seguiti dalla fascia di popolazione che comprende il maggior numero di elettori, si permettono di dire che il Corano dice ai fedeli di fare attentati terroristici. Chiunque lo abbia letto sa che questo non è vero, ma quasi nessuno in Italia lo ha letto. Non sarebbe forse importante partire proprio da questo, e istruirci maggiormente sulla cultura e le tradizioni di chi ormai vive qui con noi, anche da più di una generazione? In questo senso non si tratta di dover andare fino in Siria, ma di capire meglio le usanze e il pensiero di chi molto probabilmente è il nostro vicino di casa.

Assolutamente! Una delle grandi componenti della "malattia dell'odio" di cui parlavamo prima è la paura, la paura di chi è diverso e non riesci a comprendere.

Un mio amico di nazionalità turca, giornalista politico, mi ha fatto notare, una volta, che potremmo definire la politica come l'acquisizione e il mantenimento del potere, e ci sono due modi per farlo: unire le persone, molto più difficile (un esempio è stata la campagna di Barack Obama nel 2008), oppure dividerle. Molto, molto più semplice. E il modo più rapido per dividere le persone è far sì che una parte di loro tema la restante parte. È questo che sta succedendo in America, ma anche qui in Italia.


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