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La grande guerra e la memoria

Grande Guerra, TrinceaA metà dicembre del 1914, le truppe britanniche combattevano ormai da oltre cinque mesi sul continente. Le perdite erano state impressionanti, le posizioni si erano stabilizzate in una situazione di stallo autodistruttivo, e a questo punto le persone sensibili si accorsero che la guerra, contro ogni speranza di una sua conclusione «per Natale», si sarebbe protratta raggiungendo dimensioni di sofferenza e di ironia fino allora inimmaginabili. Il 19 dicembre 1914, Lytton Strachey pubblicò un articolo sul «New Statesman» incentrato sulle «tragedie della vita di tutti e le infinite catastrofi dei rapporti umani». Il suo era un linguaggio oscuro: parlava di eventi spietati, terribili, crudeli; osservava che «la desolazione era totale», rammentando una frase di Gibbon che si adattava molto bene al tipo di ironia che gli stava di fronte: «la privazione della speranza». «Se vi è gioia... è gioia morta ormai da tempo; e se vi sono sorrisi, sono sardonici».

Ma in effetti, Strachey non scriveva affatto della guerra. Nelle 2.000 parole dell’articolo, non lo nominava neppure. Recensiva infatti il più recente volume di poesie di Thomas Hardy, Satires of Circumstance, pubblicato nel novembre 1914 e che - a parte l’eccezione della poesia patriottica e priva di ironia «Men Who March Away», frettolosamente aggiunta al volume come «poscritto» - conteneva soltanto alcune poesie scritte prima della guerra. Molte erano scaturite dalle esperienze personali di Hardy risalenti al 1870.

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Quasi per una misteriosa preveggenza, l’opera di Hardy costituisce uno strumento per comprendere gli avvenimenti della guerra da poco cominciata, e lo è in quanto individua in una terribile ironia lo strumento appropriato di interpretazione. Quantunque nelle sue poesie l’asssassino sia la tubercolosi, anziché la mitragliatrice, l’atmosfera di mortale ironia in esse dominante sarebbe diventata anche troppo familiare per gli inglesi nei quattro anni successivi.

 

[tratto da Paul Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, Il Mulino]

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