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“La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e Umberto Contarello

La grande bellezzaGeppino può essere tutti e nessuno. Ma Jep no. Jep ormai lo conoscono tutti, non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti, dopo che Paolo Sorrentino ha vinto l'Oscar per il miglior film straniero con il suo La grande bellezza. Jep Gambardella è il protagonista, disincantato osservatore di una Roma decadente, dove l'essenza più pura della vita è nascosta sotto «il chiacchiericcio e il rumore». Jep è l'autore di un unico libro, L'apparato umano (che, tutto sommato, aveva avuto anche un discreto successo). Poi più nulla: un blocco artistico durato per decenni.

Ma anche per Jep Gambardella, come per i Dubliners di James Joyce, giunge un momento epifanico che, per fortuna, non è destinato a concludersi in paralisi: succede qualcosa il giorno del suo sessantacinquesimo compleanno, una sorta di nuova consapevolezza che colpisce il carattere, rendendolo pienamente cosciente della sua esistenza. A questo si aggiunge l'incontro con Alfredo, l'uomo che, tanti anni prima, aveva sposato Elisa, il grande amore giovanile del nostro. È da qui che parte il viaggio sentimentale di Jep alla ricerca della grande bellezza perduta, sedimentata sotto i vizi, le ingiustizie, la noia e la superficialità, aspetti che, fino a quel momento, sono appartenuti anche alla sua quotidianità.

L'aver compiuto sessantacinque anni gli ha fatto capire una cosa fondamentale: che non può più perdere tempo a fare cose che non gli va di fare. È forse da qui che parte la sua piccola rivoluzione interiore che, paradossalmente, sembra colpire pure gli amici di vecchia data: dalla radical chic Stefania, a cui Gambardella fa notare, senza troppi giri di parole, tutti i suoi scheletri nell'armadio (il suo discutibile passato impegno civile e il suo inesistente ruolo di madre e moglie), a Romano (interpretato da Carlo Verdone), «molto deluso da Roma», che sceglie di ritornare al suo paese natale, e Viola, la mamma di Andrea, un ragazzo problematico che morirà nel corso della vicenda.

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Paolo SorrentinoLa grande bellezza è una sceneggiatura scritta a quattro mani da Sorrentino e dal collega Umberto Contarello (e pubblicata da Skira editore), che con il regista napoletano aveva già firmato lo script di This must be the place, vincitore del David di Donatello per la migliore sceneggiatura. Dopo quindici anni da La vita è bella di Roberto Benigni, l'Oscar torna nel Belpaese, non senza polemiche (sui produttori, chi avrebbe prodotto e in che misura il film, e, a tal proposito, vi rimando al botta e risposta tra Alessandro Sallusti e «L’Espresso») e  critiche, la più insistente delle quali riguarda il richiamo a La dolce vita di Federico Fellini (che Sorrentino ha citato durante il discorso di ringraziamento), giudicato da molti ben più che una semplice fonte d'ispirazione, quanto più una forma di emulazione. Una «Dolce vita ai tempi di Berlusconi», come l'ha definito il «New York Times», che, però, costituisce solo un inquadramento sociale e storico del film, oltre il quale è necessario andare.

Che La grande bellezza parli dell'Italia attuale è un dato di fatto, con tutte le implicazioni politiche e culturali che ne derivano (anche se nell'opera non si parla mai esplicitamente di politica). Più che un film di denuncia, La grande bellezza suggerisce una soluzione da cui ripartire per ricostruire un Paese danneggiato dalla crisi economica, esplicata nelle parole della Santa, con cui Gambardella ha modo di confrontarsi nell'ultima parte della storia: «le radici sono importanti», ed è da lì, dalle proprie origini, che è necessario ripartire, per ritrovare la propria identità perduta e un modo per rialzarsi. La vicenda privata di Jep è solo una micro-rappresentazione di un'Italia che ha momentaneamente smarrito se stessa, ma che possiede anche un'intrinseca forza che aspetta solo di essere risvegliata.

È quasi un segno che nel giorno della vittoria agli Oscar, sia giunta anche la notizia di un altro crollo a Pompei. Perché è stato detto più volte che la “grande bellezza” italiana è nelle sue opere artistiche e storiche, patrimonio non solo nazionale, ma del mondo intero. Una nazione che non investe nella salvaguardia delle proprie ricchezze è un Paese destinato a perdersi e a morire. Così come Jep, che ha scritto L'apparato umano da uomo innamorato e quindi con il meglio di sé da offrire, quando ancora il sentimento, il silenzio, l'emozione e la paura non avevano lasciato il posto allo «squallore disgraziato» e all'uomo miserabile, dimentico del proprio io e della sua vera natura.

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Commenti

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