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La geometria imperfetta della vita. “La linea madre” di Daniel Saldaña Parìs

La geometria imperfetta della vita. “La linea madre” di Daniel Saldaña ParìsQuando si è bambini, si tende a immaginare un futuro certo, dal perimetro regolare, poggiato su linee già tracciate. Ma nel libro La linea madre di Daniel Saldaña Parìs (Chiarelettere, traduzione di Giulia Zavagna), l’autore racconta di come la vita possa diventare, in un attimo, un’asimmetria dolorosa, capace di spostare, senza ritorno, la linea madre dell’esistenza.

Il protagonista è un bambino di dieci anni, che vive in una piccola cittadina del Messico, Colonia Education, con la sorella maggiore, il padre e la madre. Un ragazzino curioso, sensibile e introverso, con problemi che sembrano comuni a ogni bambino: le piccole incomprensioni con la sorella adolescente, l’amore verso la madre, che invece nei suoi confronti rimane sempre abbastanza fredda, e la lontananza psicologica del padre, che preferisce pensare al lavoro, piuttosto che all’educazione dei propri figli.

Un giorno dell’estate del 1994, però, si abbatte su di lui una tragedia che lo segnerà per il resto della sua esistenza.

L’adorata madre, Teresa, se ne va di casa, senza dare spiegazioni. Non ritornerà mai più.

Il protagonista non sa delle divergenze politiche che nel tempo hanno allontanato i genitori e nemmeno sa che la donna se n’è andata per unirsi ai rivoluzionari dell’esercito zapatista di liberazione nazionale.

Immagina, nella sua innocenza, che la madre si sia recata per qualche tempo in vacanza, in campeggio.

La geometria imperfetta della vita. “La linea madre” di Daniel Saldaña Parìs

Così, troppo giovane per ribellarsi e troppo scioccato per rendersi conto della gravità della situazione, resta inerme ad aspettare il suo ritorno, passando il tempo con un padre assente e una sorella reclusa in camera con la musica a tutto volume. Il bambino presto si chiude in un universo tutto suo, fatto di complicati ragionamenti sul mondo e sulla simmetria dello stesso, che diventa quasi un’ossessione.

«Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a piegare i fogli di carta, né le foglie degli arbusti, esattamente a metà. La metà sembrava essere un concetto utopico, accessibile alla comprensione ma non alle cose. Mi chiesi se si poteva piegare a metà una pizza, esattamente a metà, e arrivai a questa conclusione: probabilmente no.

Divorai due fette di pizza senza dire una parola. Nemmeno mio padre disse nulla, né mia sorella. Pensai che il silenzio si sarebbe prolungato fino al ritorno di mia madre, se mai fosse tornata dal campeggio, con la sua borsa gigante sulla spalla e regali estemporanei per tutti, con nuovi libri di origami che mi avrebbero rivelato, una volta e per sempre, lo schivo segreto della simmetria.»

 

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Dall’altra parte, il protagonista si metterà alla ricerca degli indizi che lo potrebbero portare a comprendere il perché di quell’assenza. Tenterà di entrare in possesso della lettera di addio che Teresa ha lasciato al padre, e intraprenderà un viaggio, di notte e da solo, verso una destinazione lontana e pericolosa: il Chiapas, ovvero il posto in cui si trova la madre e che, nel 1994, era il centro del movimento armato clandestino zapatista.

Ciò che rende speciale questo libro è anche la scelta di narrarlo in prima persona sotto forma di diario: chi scrive è lo stesso bambino protagonista, ventitré anni dopo, diventato adulto.

I fatti, rielaborati con gli occhi di un narratore maturo, trasformano ogni riga scritta in un’incursione profonda nelle pieghe del dolore del protagonista bambino.

L’adulto tenta di raccontare, comprendere e decodificare il passato con l’uso del raziocinio. Ma è altrettanto difficile, perché l’uomo che è diventato oggi, nonostante scriva il diario per trovare nuovi punti di vista, non vive una vita felice, anzi: versa in una sorta di limbo, un’esistenza inutile, ancora troppo condizionata da quel meta-dolore mai superato.

Un romanzo straziante, un volume in cui la tristezza del protagonista non riesce a essere colmata mai: né grazie a un nuovo lavoro, agli amici, né dal rapporto ritrovato con la sorella, né dalla morte del padre assente, né tantomeno dalle piccole azioni quotidiane, che dovrebbero ricordare che si è esseri umani, come mangiare, dormire, avere cura di sé.

«Avevo passato anni a scrutare lo specchio in cerca delle caratteristiche di Teresa. Durante l’adolescenza avevo vigilato con speranza i cambiamenti del mio volto, in attesa che lei si manifestasse in qualche modo, che tornasse nella mia vita seguendo il tortuoso percorso del DNA. L’idea che avevo della mia faccia era condizionata da quello sguardo pieno di aspettativa, da quel desiderio di incarnare Teresa. Ma d’improvviso, mentre camminavo verso la morte di mio padre – e verso la mia stessa morte –, mi si offrì la visione momentanea del mio volto in tutta la sua obiettiva bruttezza, in tutta la sua tristezza. Non c’era nulla di Teresa in quella faccia, né quasi nulla di me: era la faccia di mio padre, appiccicata alla mia come in un pessimo film di fantascienza.»

La geometria imperfetta della vita. “La linea madre” di Daniel Saldaña Parìs

Il protagonista è ancora un orfano a trentatré anni, e l’unica soluzione che ha è incontrare se stesso bambino, entrare in quella sofferenza, riesumare ricordi, tentando di ritrovare il momento in cui la linea della sua vita è stata inevitabilmente deviata.

Un dolore intimo, che non ha soluzione, raccontato con un linguaggio rigido, asciutto e affilato come una lama, tanto che a volte si è costretti a interrompere la lettura per riprendere fiato.

«Prima di osare infilarmi in camera dei miei mi sedetti un momento lì, tra le ultime rovine della mia infanzia.

Sui miei vecchi quaderni di scuola intravidi, dall’altro lato della stanza, un tentativo di rana di origami. Considerando quant’erano mediocri tutte le mie figure, quella rana non era poi così male. Credevo di aver buttato ogni traccia di quel passato con l’arrivo dell’adolescenza, ma apparentemente avevo trascurato quell’esemplare, che era sopravvissuto, con notevole dignità, a quasi vent’anni di abbandono. [... ] Dispiegai con cura la rana di origami, cercando di ricordare, mentre disfacevo ogni piega, il procedimento esatto grazie al quale ero riuscito a comporla. A cosa pensavo mentre facevo quella rana? Anzi, chi ero io mentre facevo quella rana? C’era qualche rela- zione tra quel bambino di dieci anni e l’uomo orfano di trentuno che ora disfaceva quella figurina?»

 

Una sofferenza che non si placa nemmeno nelle battute finali, quando il protagonista adulto rivela a se stesso, attraverso le pagine del diario che sta scrivendo, la motivazione per la quale il suo dolore ha toccato il fondo, l’attimo in cui ha capito che non avrebbe mai potuto condurre una vita normale: l’adulto si trova faccia a faccia con la verità sulla scomparsa della madre, una realtà che gli è sempre stata celata dal padre. Il punto di non ritorno.

Il romanzo, poi, scorre veloce verso la conclusione, che non delude, e che rimane una fra le più interessanti lette quest’anno. Un finale crudo ma ingegnosamente positivo, coerente con la storia e, soprattutto, con la complessa caratterizzazione del personaggio principale.

 

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La linea madre di Daniel Saldaña Parìs è un libro che racconta una storia famigliare, che scandaglia la sofferenza, che ha l’innocenza di un bambino e l’oscurità di un adulto; è un romanzo psicologico e un diario personale. Un libro da leggere perché, a volte, parlare con se stessi potrebbe rivelarsi la soluzione migliore per risalire gli spigoli della propria esistenza; che spesso si presentano come una geometria non perfetta, ma il più delle volte, meritevole comunque di essere vissuta.


Per la prima foto, copyright: Anton Darius | @theSollers su Unsplash.

Per la terza foto di Andrea Tejada, la fonte è qui.

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