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La forza dell’amicizia tra donne. “Bianca” di Francesca Pieri

La forza dell’amicizia tra donne. “Bianca” di Francesca PieriFrancesca Pieri, responsabile ufficio stampa di Donzelli Editore, debutta nella narrativa e lo fa con una scelta precisa e coraggiosa: un romanzo di “ispirazione autobiografica”, pubblicato a fine febbraio da Dea Planeta.

Il titolo è formato da una sola parola, Bianca che, al di là della possibilità di scoprire il significato attraverso la lettura del libro, può essere inteso sia nome proprio che aggettivo; in entrambi i casi comunque preludio di purezza, autenticità, innocenza. E sono le stesse sensazioni che lascia la scrittura dell’autrice all’esordio, nel presentare una storia che lascia un segno, che non si cancella d'emblée, arrivando all’ultima pagina.

Una storia che ci pone di fronte all’eterno dilemma su cosa è “vita” e in che momento possiamo definirla tale; insomma, su cosa intendiamo con questo concetto tanto bello eppure così impegnativo e carico di valori.

La trama è, in fin dei conti, semplice: Costanza e Silvia quando si conoscono hanno all’incirca la stessa età e un lavoro simile, nel settore editoriale: provano l’una per l’altra un’istintiva simpatia che è difficile da spiegare, succede e basta, come capita in amore. Sono già adulte, non si tratta quindi della classica amicizia nata fra i banchi di scuola; tuttavia sembra che si frequentino da tempo, come se aspettassero di incontrarsi, donando giorno dopo giorno specialità a un rapporto che si rivela speciale già da subito.

Le nuove amicizie hanno un vantaggio rispetto alle altre: manca quel sottile velo del pregiudizio derivante dal passato. Si guarda e si vive il presente.

 

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E, come tipico fra donne, sono le parole dette, le confidenze date e ricevute, il vero nutrimento. Infatti, pur rapportandosi in modi differenti verso la realtà e verso gli altri, si ritrovano ad avere tante cose in comune.

Una fusione di anime che per Costanza, quella delle due a essere sposata, consente di colmare un vuoto che sente nel profondo da tanto tempo: quello di non essere ancora madre e che con Silvia riesce a far uscire allo scoperto. Quest’ultima invece è separata, anche lei non ha figli, e vive i suoi giorni da single con una serenità ritrovata di recente che le permette di affrontare il quotidiano in un modo più spontaneo.

La forza dell’amicizia tra donne. “Bianca” di Francesca Pieri

È la narrazione adottata dall’autrice a essere speciale, in quanto limitata all’esclusivo punto di vista di Costanza: questa parla rivolgendosi allo specchio-Silvia, disvelandosi piano, dando luogo a una sorta di missiva, ideale quanto intensa. Ciò che sappiamo di Silvia lo apprendiamo, appunto, dal racconto di Costanza. Quest’ultima descrive le circostanze del loro incontro, guarda dentro di sé e dentro l’amica, spaziando fino al proprio vissuto di ragazza genuina e trasparente, attenta, senza grilli per la testa, in costante (come il nome che porta) bilico tra desideri e aspettative, proprie e della famiglia d’origine, costituita da commercianti onesti e gran lavoratori, elargitori di affetto, che l’hanno cresciuta in semplicità.

«La cronaca quotidiana delle nostre vite ci riparava dagli ingombri dei reciproci vissuti. Campionesse di rimpianti, facevamo lo slalom tra le risate improvvise e lo sguardo distratto delle persone che a mala pena sentivamo sfiorarci. Stavamo attente a non violare l’impegno, mai dichiarato, di coltivare l’amicizia nella quiete del presente. Anni dopo, credo di avertelo raccontato, ho ripensato a quei giorni e guardato a noi come due vecchi mercanti che espongono la merce buona di un’esistenza risolta, relegando a inventari futuri quanto di frammentario, inconcluso, doloroso o soltanto banalmente stridente, costituiva già allora il tessuto più intimo della nostra esistenza, il negativo di un’apparenza mite e soddisfatta».

 

Filo conduttore in Bianca – ed è questo che colpisce e abbaglia – non è il pronome singolare “io” ma il plurale “noi”. Il lettore è uno spettatore che assiste agli eventi, il cui esito gli viene manifestato per gradi.

Pur tuttavia siamo umani e gioire insieme quando le cose vanno bene è facile. Gioire per qualcuno quando il corso degli eventi gioca sfavore non lo è altrettanto. Proprio Silvia per prima si ritrova ad affrontare una gravidanza, lasciando Costanza impreparata e irrisolta. Quando subito dopo vivrà pure lei l’esperienza dell’attesa divisa da pochi mesi di scarto, la rassicurante simbiosi si ripropone.

La natura però riserva a entrambe qualcosa che non avevano messo in conto; d’altronde non si è mai preparati a certe cose. Nessuno al mondo lo è. Una grande prova l’aspetta, anzi, le aspetta, in parte analoga, dove a predominare sono lo sconforto, la paura, l’angoscia, a cui fa seguito una naturale preoccupazione, ma la speranza c’è, è lì che si affaccia, ci si aggrappa, ci si deve aggrappare.

Quanto all’elemento maschile, vi è una differenza sostanziale: il marito di Costanza è una presenza discreta, amorevole, in grado di offrire sicurezza, di essere un porto di attracco solido. Un bell’esempio di compagno con cui dividere i giorni:

«Io avevo Marco, tu avevi me. Lo dico con un lampo di amore enorme che mi trapassa ancora il petto», dice la voce narrante.

In contrapposizione si staglia la figura del nuovo uomo che incontra Silvia, Phil, che sarà invece una mera comparsa, «il momento più libertino» in una esistenza a tappe obbligate.

Come le ricorda Costanza: «Bene, ti eri detta. Ho un’età, non sarà mica che bisogna ancora conoscersi? Dopo tutto, conoscersi per quale ragione? Per capire che non si è fatti l’uno per l’altra? Bella fregatura. Tanto valeva lasciarsi andare. Il ragionamento non faceva una piega nemmeno ai miei occhi».

 

Impossibile non provare empatia anche per lei, che pur conosciamo di riflesso, come conosciamo di riflesso gli altri pochi personaggi che animano la scena.

Francesca Pieri sceglie con cura le parole da usare, le lavora, plasmandole con consapevolezza, in particolare quando dà una traccia ai sentimenti, evitando la trappola del sentimentalismo.

«La sofferenza, come tutte le cose banali, a volerla raccontare, sfugge, evapora. Si poggia sulle cose e scompare. L’assorbe la vita, la chiudono i gesti quotidiani, la inghiotte l’aria. Al punto che certe volte non la vede nessuno e dal di fuori sembrerebbe tutto a posto, tutto come deve essere».

La forza dell’amicizia tra donne. “Bianca” di Francesca Pieri

L’amicizia al femminile coinvolge molto, ma non è un motivo ricorrente in narrativa. Sembra quasi che già di per sé debba rivolgersi a un pubblico identificato in base al sesso, inteso come genere. La letteratura recente ci ha dimostrato che non è così grazie allo straordinario successo dell’Amica geniale, pubblicata già otto anni fa, almeno il primo volume.

Una storia di donne non è di necessità per donne e una storia di uomini non è destinata solo agli uomini. Gli ingredienti sono universali: sorellanza/fratellanza, affetto, competizione, gelosie e invidie, maternità/paternità. Semmai sono i risvolti a cambiare.

Ora, che Bianca mantenga vivo il suddetto topos narrativo inglobando gli elementi testé indicati – e con i necessari distinguo non essendo il suo un romanzo di formazione – è chiaro, ciò nonostante qua troviamo ulteriori e diverse sfumature.

 

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Stimola la riflessione su un dibattito – come si anticipava all’inizio – sempre aperto, delicato e controverso di cui si parla soltanto in determinate occasioni, come ad esempio quando si annunciano interventi legislativi oppure quando giungono agli onori della cronaca fatti eclatanti. Parliamo dell’importanza della diagnosi prenatale e tutto ciò che è legato (e l’obiezione di coscienza ne è un corollario importante). Argomenti che non riguardano solo colei o coloro che ne sono coinvolti ma tutta la collettività. Perché quando si parla di salute, progresso medico e del labile confine fra scienza ed etica, riguarda inevitabilmente tutti.


Per la prima foto, copyright: Priscilla Du Preez su Unsplash.

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