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La formazione di Gabriel García Márquez raccontata da lui medesimo

La formazione di Gabriel García Márquez raccontata da lui medesimoVivir para contarla scorre lungo otto lunghi capitoli di memorie narrative. Il suo autore è Gabriel García Márquez, lo scrittore colombiano insignito del Nobel nel 1982 per aver soffiato sul mondo il nuovo della letteratura sudamericana. La prima traduzione assoluta dell’opera sarà quella italiana per la Arnoldo Mondadori che la pubblicherà nel 2002 nella collana “Scrittori italiani e stranieri” e un anno dopo nei “Miti”, con il titolo di Vivere per raccontarla e la traduzione di Angelo Morino.

Gabo, vezzeggiativo dato da amici e lettori a Márquez, scrive questi ricordi a partire dal 1999 spinto dalla diagnosi di un linfoma. Dedica a questa, che nel progetto iniziale sarà la prima di tre parti, ogni ora del giorno, partendo da una narrazione che non ha nulla di cronologicamente biografico ma che sin dalle prime battute ci svela quale sarà il destino dello scrittore.

«Mia madre mi chiese di accompagnarla a vendere la casa. Era arrivata quel mattino a Barranquilla dal paese lontano dove viveva la famiglia e non aveva la minima idea su come trovarmi. Domandando qui e là fra i conoscenti, le indicarono di cercarmi nella libreria Mondo o nei caffè lì accanto, dove mi recavo due volte al giorno a chiacchierare con i miei amici scrittori.».

 

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Un accenno a due ricordi – la casa e gli amici scrittori – è il preludio a tutta la vita che in queste pagine si racconta. La casa è quella dei nonni ad Aracataca dove Gabo aveva avuto «la buona sorte di nascere» e dove aveva vissuto fino all’età di otto anni; gli amici scrittori sono quelli che frequenta dopo aver abbandonato la Facoltà di Legge, seguita per sei semestri «dedicati più che altro a leggere quanto mi finiva tra le mani e a recitare a memoria le poesie irripetibili del Secolo d’Oro spagnolo». In questo momento Márquez ha ventitré anni e vive «come un pezzente» del ricavato da giornalista su «El Heraldo», pubblica sei racconti in vari supplementi, fuma sessanta sigarette al giorno e si sposta tra Barranquilla e Cartagena de Indias, dormendo dove gli capita. Ma è soltanto leggendoli dalla sua penna questi ricordi che possiamo penetrare in quel come egli li abbia vissuti per comprendere quanto pieno fosse della vita e pago della sua scrittura.

La formazione di Gabriel García Márquez raccontata da lui medesimo

Il ritmo mai lento di certe descrizioni di luoghi, ritratti di individui, sensazioni imbevute di dissacrante realismo, accende l’attenzione del lettore che conosce poco a poco Gabo, la sua vita, la sua scelta, e sempre meglio lo vuole conoscere.

«E qui sei nato tu!» rivela la madre una volta giunto con Gabriel nella vecchia casa dei nonni, davanti la camera dove ancora troneggia la culla dei suoi primi quattro anni e che la nonna ha conservato per sempre: «L’avevo dimenticata, ma non appena la vidi ricordai me stesso che piangevo strillando col pigiamino a fiorellini azzurri che indossavo per la prima volta, affinché qualcuno venisse a cambiarmi i pannolini pieni di cacca. A stento riuscivo a tenermi in piedi aggrappandomi ai sostegni della culla, piccola e fragile come il cestino di Mosè. Tutto questo è stato motivo frequente di discussione e burle di parenti e amici, cui la mia angoscia di quel giorno sembra troppo razionale per un’età così precoce. E più ancora quand’ho insistito che il motivo della mia ansia non era la ripugnanza delle mie stesse miserie, ma il timore di sporcarmi il pigiamino nuovo. Ossia, non si trattava di un pregiudizio igienico ma di una contrarietà estetica, e dal modo in cui era perduta nella mia memoria credo che sia stata la mia prima esperienza di scrittore.».

 

Una nota canzonatoria che lascia intravedere il tessuto familiare dentro il quale Márquez matura quelle prime esperienze che formeranno la sua profonda sensibilità critica nei confronti della vita, degli uomini, della politica, delle letture, delle donne, e che saranno presenti in tutta la sua scrittura.

 

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Un rapporto esclusivo è quello coltivato con le donne della casa dove tutto inizia: la cugina Sara Emilia che asseconda i suoi appetiti letterari con una raccolta di racconti di Calleja, senza permettergli di tenerla fra le mani per paura di logorarla; la nonna, «addetta alla panetteria e alla pasticceria, i cui animaletti di caramello saturavano l’alba col loro aroma succulento», che si unisce al coro delle altre donne di casa mentre l’aiutano in cucina in molteplici lavori; zia Mama che vive da padrona e signora dopo la morte dei suoi genitori; la madre, Luisa Santiaga, nata nel 1905 quando la famiglia esce dal disastro delle guerre e morta nel 2002, nello stesso giorno e quasi alla stessa ora in cui lo scrittore conclude queste memorie. Della madre Gabriel racconta l’amore contrastato verso l’uomo che diventerà suo padre e che gli ispira Foglie morte, il suo primo libro scritto a ventisette anni sotto il faro della consapevolezza che avrebbe dovuto ancora imparare molto sull’arte di scrivere romanzi. Dalle descrizioni dei due genitori, eccellenti narratori, discenderà infatti, soltanto ventitré anni dopo quell’esordio, L’amore ai tempi del colera pubblicato in lingua spagnola nel 1985, con una tiratura milionaria e tradotto in diverse lingue per il grandioso successo di pubblico.

Nel secondo capitolo di Vivere per raccontarla Gabo confessa la forza che su di lui ha esercitato quell’universo femminile appena accennato nelle pagine precedenti:

«Credo che l’essenza del mio modo di essere e di pensare la devo in realtà alle donne della famiglia e alle molte della servitù che ebbero cura della mia infanzia. Avevano un carattere forte e un cuore tenero, e mi trattavano con la tenerezza del paradiso terrestre.».

La formazione di Gabriel García Márquez raccontata da lui medesimo

Così la maliziosa Lucia, che lo trascina nel «viottolo dei rospi» per mostrargli il «suo pelo ramato e scarrufato»; così Chon, con il suo colorito indiano che «da sempre parve fatta di sole e ossa, e camminava scalza, […] nel mezzo della via, con una scorta di cani mansueti, […]. Finì per entrare nel folclore del paese.»; così Matilde Armenta e il suo parto cui lo scrittore si trova per sbaglio ad assistere a soli sei anni; così Trinidad, che gli toglie l’innocenza della mente con un ballo improvvisato; e poi le zie e altre figure, giovani o vecchie, ma sempre donne.

Sì, perché ciò che lo scrittore eredita dall’unico uomo della casa, il nonno, è l’iniziazione alla triste realtà degli adulti attraverso i racconti di battaglie sanguinose, erudizioni scolastiche e amore per il disegno. Ma per lui, ancora bambino, quel nonno è la sicurezza, la realtà, il coraggio: vi si accosta aspettando un regalo che arriverà presto, l’unico libro che non si sbaglia mai, il dizionario.

«[…] quando il nonno mi regalò il dizionario mi venne una tale curiosità per le parole che lo leggevo come un romanzo, in ordine alfabetico e senza quasi capirlo. Questo fu il primo contatto con quello che sarebbe stato il libro fondamentale nel mio destino di scrittore.»

 

Dalla lettura di tutte le parole della sua lingua, Gabriel passa all’ascolto vorace di tutti i racconti della Storia Sacra e alla frequentazione della scuola montessoriana le cui maestre stimolano i cinque sensi e insegnano a cantare. In questi anni per Gabo studiare diventa come giocare, essere vivi e una volta affinata la capacità di leggere si tuffa in Le mille e una notte e si fa scrittore delle scuole elementari cui manca ancora la capacità di scrivere. Ma quella arriva, almeno in forma di incrollabile convinzione, alla morte del nonno, davanti alla «cerimonia di sterminio» dei suoi abiti brucianti nel fuoco, preparato nel cortile di casa.

 

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E così, di ricordo in ricordo, di sogno in realtà, di sensazione in esperienza, il nostro piccolo Gabriel diventa adolescente, frequenta il liceo diplomandosi con ottimi risultati. Si lascia conoscere e amare mentre racconta le persone e le atmosfere che il lettore rivedrà trasfigurate in tutti i personaggi e i luoghi dei suoi scritti, come la saga dei Buendia in Cent’anni di solitudine, o gli inquietanti accadimenti del romanzo meno risonante ma forse più trasmittente di tensione emotiva La mala ora, sul tema delle “pasquinate” – fogli punitivi che arrivano fatalmente nelle case di Bogotá a inquinare gli animi dei cittadini e che contengono segreti atroci non sempre reali.

E poi continua Gabo a regalarci i suoi ricordi sugli anni dell’Università Nazionale, trascorsi in pieno centro, in una pensione occupata per lo più da studenti della costa atlantica. Sono gli anni delle letture “calde”, quelle tradotte di recente e stampate a Buenos Aires «dopo le lunghe proibizioni della Seconda guerra europea» quando lo scrittore scopre J. L. Borges, D.H. Lawrence e A. Huxley, K. Mansfield, J. Joyce, F. Kafka.

In particolare l’Ulisse è per lo scrittore la scoperta di un mondo insospettato per la libertà del linguaggio, l’uso del tempo e le strutture delle opere su cui lavorerà mentre La metamorfosi è la rivelazione di un mistero, un nuovo Sheherazade immerso non nel mondo delle cose possibili ma in quello in cui tutto è ormai perduto.

Gabriel scrive e pubblica i suoi primi racconti, imbastisce relazioni con giornalisti e aspiranti tali e si allontana velocemente dall’obiettivo finale: laurearsi in Legge. Dalla rivista «El Espectador», per cui collaborerà stabilmente, Gabo riceve la sua prima grande lezione da reporter: un nubifragio ha investito Bogotà; «Il torrente di acque vorticanti di Avenida Jiménez de Quesada trascinò via tutto quanto trovava al suo passaggio lungo la china delle alture, e lasciò sulle strade una scia di catastrofe…». Questa è una notizia e come tale viene data dai giornalisti di «El Espectador», riuniti in squadra per scrivere sulla loro testata, in tempi brevi, quanto sta accadendo in quelle ore. Tutti danno il massimo e Gabriel è tra loro.

La formazione di Gabriel García Márquez raccontata da lui medesimo

Lodato dal direttore, lo scrittore realizza che vuole fare il reporter. L’entusiasmo dura il tempo che lo divide da una vicenda di cronaca nera: è il 9 giugno del 1954 quando truppe dell’esercito armate tengono a bada una folla di studenti che manifestano per la morte di uno di loro, avvenuta il giorno prima, per intervento del battaglione Colombia. Gli studenti diretti al palazzo del Presidente vengono ostacolati dai militari che, d’improvviso, iniziano a mitragliare. È l’orrore della morte e García è lì in mezzo, pronto a ritornare in redazione per battagliare con il suo reportage.

«Quella fu la fine della luna di miele fra il governo delle Forze Armate e la stampa liberale. Era cominciata otto mesi prima con la presa del potere da parte del generale Rojas Pinilla, che aveva permesso al paese di tirare un sospiro di sollievo dopo il bagno di sangue di due governi conservatori successivi, ed era durato fino a quel giorno.»

 

La fotografia di un bambino trovato morto e non identificato viene associata da Gabriel a quella di un altro bambino scomparso giorni prima e diffusa dalla madre per le ricerche. Gabriel, allora, accompagna la madre all’obitorio per il riconoscimento del corpicino. Da quel momento lo scrittore capisce che il mestiere di reporter non corrisponde alle proprie attitudini e si orienta verso la critica cinematografica.

Passa molto tempo tra editoriali, recensioni, film, finché il capo redattore gli propone una nuova indagine per un nuovo articolo di cronaca: la verità sugli smottamenti di Medellín che avevano causato centinaia di vittime. Gabriel accetta l’incarico, fa ordine sulla vicenda e prepara il suo articolo.

 

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Così, di giorno in giorno, di anno in anno, Márquez scrive, in Vivere per raccontarla, le sue memorie da reporter fino all’ultima di queste, la storia di otto marinai del cacciatorpediniere Caldas dell’Armata Nazionale scomparsi durante una tempesta a due ore da Cartagena. Soltanto uno di loro, Luis Alejandro Velasco, riesce a raggiungere una spiaggia mettendosi in salvo. Intervistarlo è un’impresa come tutta la vita del nostro Gabo che termina il suo Vivere da giornalista scrittore, con il ricordo di quei venti capitoli di reportage che gli varranno un imprevisto quanto gradito successo di stampa e un viaggio a Ginevra come inviato speciale per il Congresso dei Quattro Grandi. A Ginevra Gabriel García Márquez rimarrà tre lunghi anni.

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