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La forma preziosa dei ricordi. Intervista ad Ayanta Barilli

La forma preziosa dei ricordi. Intervista ad Ayanta BarilliAvvolgente. Una narrazione avvolgente, come una confessione sincera, è questa la sensazione che lascia il romanzo di Ayanta Barilli, Un mare viola scuro, edito in italiano da DeA (nella traduzione di Francesca Cristoffanini) e finalista all’edizione spagnola del Premio Planeta.

Italiana per metà, la metà materna, e spagnola per l’altra, quella del noto scrittore Fernando Sanchez Drago, Ayanta Barilli racconta in una storia appassionante le radici della sua famiglia racchiudendo in essa, come in uno specchio, i sentimenti, le sensazioni, i racconti di tutte le famiglie, della famiglia universale. È una proiezione, senz’altro, è un allungamento delle emozioni dall’autrice verso il lettore e viceversa.

Diviso in tre parti, ciascuna delle quali è dedicata a una delle tre grandi donne che hanno segnato la vita di Ayanta Barilli, il romanzo si rivela una specie di scatola cinese di biografie che s’intrecciano in una rete familiare capace di coinvolgere il lettore in questo gioco di rimandi.

Non solo quella narrativa, ma anche la voce di Ayanta Barilli è avvolgente mentre rivela alcuni dettagli che si celano dietro al suo esordio letterario.

 

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Cosa l’ha spinta a ricercare le sue radici e quindi a scrivere il romanzo Un mare viola scuro?

È sempre stata molto importante per me la questione della ricerca delle radici, perché mi sentivo come se non ne avessi. Quando mia madre è scomparsa avevo nove anni. All’inizio non capivo cosa succedesse. Aspettavo dopo scuola o dopo le lezioni di danza, al pomeriggio, che mi portasse al parco, senza capire che non sarebbe tornata mai più. Avevo paura di dimenticarla perché ero troppo piccola per poter fermare i ricordi.

La morte diventa definitiva, totale, nel momento in cui dimentichiamo chi non c’è più.

Quando sono arrivata all’età della coscienza, ho iniziato a tenere un diario per salvare i ricordi.

A questo si è aggiunto un amore che provo sin da sempre verso gli anziani, verso chi percorre l’ultimo tratto del suo cammino perché consapevole di essere di passaggio. Questa passione mi ha portata a intervistare gli anziani della mia famiglia.

Riflettendoci, nel rintracciare le proprie radici è in gioco anche la questione dell’identità, che si traduce nel desiderio di non perdere le informazioni.

Lungo gli anni ho racimolato lettere e cartoline, il Twitter di altri tempi, ritrovandomi così davanti a un bel po’ di materiale che, dopo averlo catalogato, pensato e fatto mio, ho sentito il bisogno di condividere con i lettori.

La forma preziosa dei ricordi. Intervista ad Ayanta Barilli

La nonna Angela, nel riportare i fatti, mescola fantasia e realtà, in un gesto di fedeltà rivolto solo verso se stessa e la sua immaginazione. Il ricordo, però, in una forma più blanda, se vogliamo, non è altrettanto una deformazione soggettiva di un evento passato? Detto altrimenti, in che misura i ricordi possono diventare una forma di fantasia?

Durante l’adolescenza ho criticato molto nonna Angela, volevo la verità, e non le storie di una nonna. Eppure, quando ho iniziato la mia indagine, mi sono ritrovata a comportarmi esattamente come la nonna: mescolavo il mio punto di vista con le leggende della mia famiglia. Così è rimasto tuttora. Un mio cugino potrebbe sentire la storia che ho raccontato completamente diversa da come l’ha percepita o l’ha vissuta lui. Questo accade perché i ricordi sono un materiale creativo e letterario e io ho sempre avuto la sensazione di avere gli occhi dietro la testa.

 

La bisnonna Elvira, la puttana, la pazza, ma anche il punto iniziale, la donna dalla quale tutta la narrazione prende vita. Con quali sentimenti si è confrontata nel rintracciare le sue radici?

Paura. Si prova sempre paura nel momento in cui ci si avvicina al passato della propria famiglia. È una paura inconscia di scoprire qualcosa che possa mettere in discussione tutte le certezze avute fino in quel momento.

L’idea di scrivere mi è venuta molto tempo fa, ma non avevo il coraggio di riflettere sui fatti. Poi, a un certo punto, mi sono resa conto che era importante viaggiare fisicamente e raggiungere i posti per ricostruire la storia.

Ho viaggiato, allora, nella geografia della mia famiglia e dentro di me. Ho guardato indietro e mi sono chiesta chi sono. Nel farlo, ho cercato una risposta non compiacente, ma una che ammette di aver compiuto sia passi falsi sia passi giusti.

È stato un percorso psicologicamente difficile.

La sensazione di perdita riaffiorava con dolore, avevo l’impressione di camminare sul filo di lana. E, al contempo, più scavavo più mi illuminavo. È nata una storia intima e universale al contempo.

 

Attrice e scrittrice, per qualcuno sono due facce diverse di una stessa medaglia. Com’è per lei?

Devo dire che di solito questa domanda mi viene rivolta in modo capovolto, considerando l’essere attrice e scrittrice come diverse. In verità, le sento, come dice lei, due facce di una stessa medaglia. E, in effetti, l’una e l’altra fanno parte di fasi diverse della mia vita.

Da ragazza, adoravo andare al cinema e, quando rientravo, Angela mi chiedeva sempre di raccontare il film che avevo visto. Io le dicevo che l’avrei portata con me, ma lei voleva che glielo raccontassi. «Mi piace di più raccontato da te», mi diceva.

Ho ereditato la narrativa dalla mia famiglia, senz’altro, e il teatro, il cinema, l’ho visto sempre come una forma per raccontarmi, per raccontare un ruolo. Ma anche una forma di esorcismo, certe volte.

Al momento, mi sono avvicinata sempre di più alla scrittura trovandola l’espressione che stavo cercando. Con la scrittura, si ha più responsabilità e più solitudine.

La forma preziosa dei ricordi. Intervista ad Ayanta Barilli

Notavo con curiosità che la traduzione del romanzo dallo spagnolo è stata fatta da lei e da Francesca Cristoffanini. Una situazione insolita... Com’è stato per lei partecipare alla traduzione?

Quello della traduzione è stato un percorso curioso. Mi è stato chiesto di occuparmene, ma non avevo il tempo e nemmeno me la sentivo. Avevo l’impressione che il mio italiano fosse un po’ arrugginito, visto che vivo in Spagna da moltissimi anni.

D’altro canto, il libro l’ho pensato molto in italiano e, se avessi potuto, lo avrei scritto in itaniolo. Ho scelto di scriverlo in spagnolo perché, vivendo lì, ho più contatti con il mondo editoriale.

Quando si è parlato di tradurlo in italiano, mi sono resa conto che potevo farlo solo se ci fosse qualcuno con cui poter pensarlo in italiano. Francesca si è rivelata straordinaria.

L’esperienza ha portato la versione italiana a essere ancor più pregna, forse anche perché l’italiano è la mia lingua madre. A livello personale, invece, la traduzione è stata un gesto strano e necessario al contempo.

Mi rendo conto che sia un romanzo che presenta diverse difficoltà a livello stilistico, considerando che varia al variare di chi parla, ma sono molto felice dei risultati che abbiamo ottenuto.

 

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Elvira, Angela, Caterina. Le tre grandi donne al centro delle rispettive parti in cui si divide il romanzo. Può dedicare un pensiero a ciascuna di loro, a ciò che le ha rese speciali nella sua memoria, nella sua vita?

Parliamo di tre donne diverse, che hanno una linea famigliare molto forte e che, verso la fine del romanzo, mi sono accorta che sono diventate una donna sola. Anzi, siamo diventate tutte e quattro una donna sola, ovvero una voce che si racconta.

Elvira è nata e vissuta in una situazione in cui vincevi o perdevi. E se avessi perso, non ti sarebbero state concesse seconde occasioni. Elvira è vittima del suo tempo.

Angela, invece, decide di essere libera anche quando non lo è, e questo ha un costo molto alto.

Caterina è una donna giovane, bella e intelligente. Siamo sul finire degli anni Cinquanta, quindi, a guardare bene, ha tutte le carte in mano. Eppure anche a lei si ripropongono certi schemi famigliari già noti.

Infatti, quello che mi interessava essenzialmente in questo romanzo era capire fin dove riproponiamo gli stessi schemi senza nemmeno accorgerci. Il punto è questo: se non sai da dove vieni, inciampi sempre nella stessa pietra.


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Per la prima foto, copyright: Laura Fuhrman su Unsplash.

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