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La forma imprevista della serenità. “La rotta delle nuvole” di Peppe Millanta

La forma imprevista della serenità. “La rotta delle nuvole” di Peppe MillantaLa rotta delle nuvole – Piccole bussole per sognatori testardi è il nuovo lavoro di Peppe Millanta, pubblicato da Ediciclo nella collana «Piccola filosofia di viaggio». È un libro anomalo e di una profonda leggerezza, un viaggio alla ricerca della forma delle nuvole: la forma dei desideri, la mutevolezza degli eventi che sono la vita. Attraverso una scrittura originale che spazia dal realismo scientifico (c’è Luke Howard, chimico, farmacista, metereologo inglese,il padre della nefologia, lo studio scientifico delle nuvole…) a quello magico (… e la vocina che parla con Dio), la rotta di Millanta è un esercizio di stile che insegna a sognare. Che ci dona una perduta saggezza.

 

Passeggiare e osservare la forma del caos farsi parola. Prima della parola il nulla, o forse il disordine. Il suo lavoro è talmente leggero, ha la profondità delle superfici, per citare, alla lontana il filosofo del rizoma e del soggetto decentrato, Deleuze. Lei parla in prima persona, ma qui la persona è solo una maschera, in realtà lei sparisce del tutto, e diventa le nuvole di cui parla. Cos’è per lei la scrittura? Che forma deve avere per essere buona scrittura?

Credo che la scrittura e, più nello specifico, le storie che essa veicola siano da sempre l’arma che abbiamo avuto per combattere il caos che ci circonda. C’è stato un momento in cui osservavamo il mondo rimanendo schiacciati dagli interrogativi che esso ci poneva. E potevamo opporre a tutti questi fenomeni inspiegabili nient’altro che la nostra fantasia. Da lì la nascita delle nostre magnifiche cosmogonie, dei vari miti e delle leggende. Poi ci siamo specializzati, e grazie alla tecnica, alla scienza, alla filosofia abbiamo iniziato a comprendere piccoli spicchi di mondo via via sempre più grandi. Eppure le storie sono rimaste ancora oggi qui tra di noi, a farci compagnia, segno che le grandi domande del passato non hanno ancora trovato risposte soddisfacenti e che la fantasia, questo raccontare storie, serve ancora a dare un senso e quindi a darci un senso. Perciò credo che la forma per una buona scrittura sia quella capace di offrire questo senso, onorando un patto che abbiamo forse stipulato intorno a un fuoco in epoche assai remote, dove una storia era lì davvero per salvarti e per regalarti un senso.

 

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La rotta delle nuvole sembra essere un po’ La rotta delle nuvole. Pare tutto casuale ma in realtà è un preciso fenomeno fisico che determina la sagoma informe delle nuvole. Ci racconta come ha lavorato per conseguire questo risultato di apparente semplicità che coniuga leggerezza e complessità?

La bella collana della Ediciclo dove sono stato invitato a scrivere (Piccola Filosofia di Viaggio) prevede narrazioni in cui sia l’autore a parlare in prima persona, quindi nessuna fiction o storia in cui potersi nascondersi. Mi sono quindi trovato per la prima volta senza la schermatura confortante di un personaggio. Non volevo fare un saggio sulle nuvole (ce ne sono già, e anche di molto belli) e non volevo concentrarmi sul mio rapporto personale con le nuvole (uno scrittore che parla soltanto del suo ombelico mi spaventa). Mi sono quindi innanzitutto cimentato a ricercare storie che avessero a che fare con le nuvole, e ne ho trovate di splendide – le nuvole, ovviamente, hanno sempre scosso l’immaginario di persone bizzarre –. Il lavoro vero è stato creare una cornice di senso a questo materiale molto frastagliato. E lì mi sono ispirato direttamente all’oggetto del discorso, le nuvole, che cambiano forma di continuo. Allo stesso modo ho tentato nel libro di mantenere questo andamento, con cambi di direzione e di forma continui, per passare da una storia, a un’altra storia, a un’altra storia. Ne è venuta fuori una bussola, con varie rotte dettate proprio dall’osservazione delle nuvole e delle loro caratteristiche. Ho provato a usare una nuvola per raccontare una nuvola, onorando il continuo rimando a qualcos’altro delle nuvole, capaci di non avere nessuna forma e al contempo di contenere tutte le forme del mondo.

 

«Perché in fondo non facciamo nient’altro che questo: veniamo al mondo, ci poniamo una domanda, e cerchiamo la risposta per una vita intera.» E ogni domanda è sempre una domanda d’amore e di riconoscimento da parte dell’altro. A quale domanda ha risposto, oltre alla richiesta dell’editore, per iniziare e proseguire il suo romanzo?

“Cosa mi sta emozionando?”

È questa la domanda che mi faccio sempre quando scrivo. Cosa mi emoziona delle nuvole? Cosa mi emoziona di queste vite ostinate, che hanno instaurato un rapporto simbiotico con questo elemento così sfuggente eppure così presente nel nostro quotidiano? C’è qualcosa che mi emoziona in un tizio che decide di partire per il giro del mondo, per assicurarsi che le nuvole abbiano le stesse forme ovunque; come c’è qualcosa che mi emoziona in un pittore che cerca di scovare il loro colore reale per una vita intera; così come mi emoziona lo scienziato amatoriale che passa tutti i giorni della sua vita con il naso all’insù, per tentare di classificarle e per cercare delle ripetizioni costanti nel loro ciclo; così come mi emoziona l’artista che prova ad afferrarle con la musica. Tutto questo mi emoziona. Questa ricerca continua di senso, di significato. E mi emoziona il modo in cui l’essere umano si è cimentato con queste sfide. Mi emoziona il fatto che riguardo alle nuvole ci siamo posti per secoli le stesse domande. E mi emoziona che poi ci sia uno, uno qualsiasi, uno dei tanti che tentano, che alla fine riesce a rispondere a una domanda che ci tormentava da sempre. Ho tentato di restituire le vibrazioni che avevo scovato. Ho cercato di condividere le piccole pepite di emozione che ho incontrato durante il mio viaggio (o inseguimento) delle nuvole.

La forma imprevista della serenità. “La rotta delle nuvole” di Peppe Millanta

«Celebrare, danzando, tutto ciò che ci muove»: la sua scrittura è così viscerale e fisica che non ha senso parlarne, nel senso che le parole, per la loro staticità una volta cadute sulla pagina, con difficoltà riescono a rendere la fluidità del mondo, e del suo mondo in particolare, ce lo ha fatto vedere già nell’altro romanzo. Come coniuga la volatilità della danza perpetua degli eventi con le parole? Come le sceglie queste benedette parole perché non soffochino le cose ma anzi le lascino volare via?

Mi piace lavorare per sottrazione. Tolgo sempre il più possibile. Ciò che viene raccontato in una storia non deve essere zavorrato dalle parole. Quando le parole sembrano pesanti, allora forse non sono le parole giuste, perché imbrigliano la storia anziché farla andare verso l’alto. Alleggerire il più possibile non per rendere le cose più semplici, ma più chiare. E, si spera, più utili. A volte capita di scambiare il “pesante” con il “profondo”. Credo però che la profondità di un testo non derivi dalla profondità delle parole, ma dalla profondità dei concetti. Posizione del tutto personale e dettata dal mio gusto, ma non mi piace la letteratura quando si guarda allo specchio, né la scrittura che ostenta a tutti i costi, quella che accosta le parole fra loro solo per farle risuonare come fossero ninnoli.  

 

«Ma quando abbiamo imparato dalle nuvole siamo diventati poeti, capaci del pensiero metaforico»: nel suo lavoro cita molti poeti, molti artisti, molti nomi illustri di scienziati. Ma non è questo il punto. È piacevole il modo in cui lei spiega l’essenza del linguaggio umano, e dunque della scrittura, attraverso la metafora delle nuvole paragonate… alla metafora, ma in realtà non vuole fare critica linguistica, e nemmeno sembra pensare a tutta la logica lacaniana. Lei crea, poeticamente, un mondo di una logica stringente. Per scrivere un buon romanzo è importante essere dotati di un pensiero metaforico? E che ruolo ha l’emozione nella sua scrittura?

Assolutamente sì. Credo che ogni storia non sia altro che una metafora. Nient’altro che il tentativo, mai riuscito pienamente, di spiegare qualcosa del mondo che non ci riesce di afferrare. E spesso questo qualcosa, e il materiale narrativo che ne consegue, si trova ai margini delle cose, lì dove il senso a poco a poco degrada, sfuma, sfoca, stinge. Basti pensare all’amore, che segna il confine tra due individui, ed è uno dei margini più raccontati e mai esauriti delle storie umane. La scrittura esplora questi confini, questi margini, queste frontiere, e prova a spiegarli e a restituirne un senso attraverso metafore, piccole o grandi che siano. La cosa assolutamente suadente è che si tratta di metafore sempre e inesorabilmente destinate a fallire, perché semplificazioni di qualcosa di estremamente più complesso. Per ciò che è inspiegabile, infatti, non c’è metafora che tenga, e non c’è storia che basti. Possiamo raccontarne un aspetto, ma mai il tutto. E questi “buchi” di senso sono davvero la magia del mondo, dove esso sprofonda in tutta la sua vertigine di bellezza e crudeltà. Ed è da questi buchi che secondo me nasce l’emozione. Nel mio caso, in quei buchi, in quei margini, trovo l’emozione, che per me è l’obiettivo più importante di una storia. Tutto il resto viene dopo. E cerco di raccontarla a mia volta, con parole mie, attraverso una storia che altro non è che una metafora destinata meravigliosamente a fallire. Per poi ricominciare.  

La forma imprevista della serenità. “La rotta delle nuvole” di Peppe Millanta

«Significa infatti che dietro la scelta di un nome c’è innanzitutto uno sguardo preciso sul mondo.» Come nascono i suoi personaggi, i nomi, i luoghi? Nasce prima il mondo che andrà a narrare o i personaggi e i loro nomi che lo abiteranno?

Dipende dalla storia che si ha in mente. A volte dentro un nome c’è già una promessa di storia e un postulato di mondo. A volte è il contrario. Scegliere un nome, scegliere un mondo. Dipende da quale intuizione arriva prima, e da lì si plasma tutto il resto, spesso dimenticandosi anche da dove si era partiti. Sicuramente tutto nasce da una immagine, anche confusa, che però ha la capacità di emozionarmi. In Vinpeel degli orizzonti poteva essere un cielo pieno di mongolfiere. Ne La rotta delle nuvole tutti questi nasi all’insù che frugano il cielo alla ricerca di qualcosa.

 

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«Il primo da cui si può prendere spunto è Talete, l’uomo che fondò la filosofia, secondo Aristotele.» Storia, arte, filosofia, musica: può mettere in ordine di importanza questi termini e associare a ognuno di loro dei nomi, delle opere, dei concetti, delle melodie, (oltre ai nomi e agli eventi che già cita) che hanno influenzato la scrittura di questo lavoro?

Domanda tosta, ma ci provo.

Storia: Magellano e Armstrong, per aver visto quello che non c’era.

Arte: John Constable, per la testardaggine regalata a imbrigliare il colore delle nuvole.

Filosofia: la teoria dell’origine monogenetica della lingua. Si tratta di una teoria che pur essendo linguistica ha implicazioni filosofiche profonde. È una teoria soggetta a critiche (sulle quali ovviamente non mi esprimo perché non è il mio campo) ma come “suggestione poetica” è sicuramente entrata nel libro, attraverso il lavoro del russo Nikolay Marr.

Musica: Django Reinhardt “Nuages” & Samuel Barber “Adagio for Strings” perché sono stati i miei due metronomi durante la stesura di questo testo.


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Per la prima foto, copyright: Jason Blackeye su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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