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“La fine dei Ceausescu. Morire ammazzati come bestie selvatiche” di Grigore Cartianu

Grigore Cartianu, La fine dei CeausescuPer non ripetere gli stessi errori, bisogna conoscere la storia, insegnava Gandhi, benché, solo un secolo prima all’incirca, Hegel lamentava che la storia ci insegna che non impariamo nulla dalla storia. Forse a Hegel piacevano i giochi di parola e la ragione è dalla parte di Gandhi. Grigore Cartianu deve aver sposato quest’ultima posizione quando ha deciso di redigere il voluminoso libro La fine dei Ceausescu. Morire ammazzati come bestie selvatiche pubblicato in Italia da Aliberti Editore, nella traduzione di Luca Bistolfi.

«È la storia del colpo di stato trasformato in rivoluzione e della rivoluzione trasformata in colpo di stato» afferma lo storico Alex Mihai Stoenescu parlando del libro di Cartianu. E lo dice a ragion veduta, perché se è vero che la storia la scrivono i vincitori, l’assunto non vale nel caso in cui la storia è quella contemporanea. Il passato recente può essere indagato, compreso, rivalutato. Nonostante ogni altra versione dei fatti, rispetto a quella ufficiale, resterà meno veicolata, quasi ufficiosa, vista con sospetto, non sarà possibile celarla all’infinito. Ed è questo il laborioso lavoro che Cartianu compie assieme al suo team di studiosi: dare a Cesare ciò che è di Cesare. O meglio, alla Romania pre e post-ceausista ciò che le appartiene.

«Ci avete mentito a sufficienza, basta!» esclama con determinazione l’autore e non teme in alcun modo quello che possa suscitare un’indagine come la sua, che tocca i nervi ancora scoperti del celeberrimo ‘89, un tempo così recente da aver dubbi nel definirlo passato, specie perché la maggior parte dei personaggi implicati è ancora in vita, anzi, alcuni occupano tuttora i punti nevralgici della politica romena.

Non ha alcun timore Cartianu, perché documenta con precisione ogni rivelazione e dà fondamenta storiche al pensiero ben radicato nell’animo di molti romeni: che si stava meglio quando si stava peggio e che i risultati della “rivoluzione” non somigliano nemmeno lontanamente a ciò che speravano quei giovani smarriti e usciti in strada in un impeto patriottico. Lo studioso non analizza il presente, ma è un esercizio inevitabile per il lettore.

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Grigore CartianuOggi, Ceausescu è un marchio registrato dagli eredi, vale a dire, che usarlo ha un prezzo. Prima di diventare marchio, però, Ceausescu fu un dittatore. Spietato, per la storia trasmessa dai libri scolastici, post comunisti. Amatissimo cittadino, per l’Epoca d’Oro, come fu chiamato il periodo. Compianto presidente, per chi, grazie a lui, nutriva di più il corpo della mente a causa della censura, della temibile polizia comunista e delle soppressioni subite.

Ne La fine dei CeausescuCartianu crea una doppia visione, da un lato, descrivendo con precisione da cronista gli eventi che hanno portato alla caduta del regime e, al contempo, dipinge i due personaggi umanizzandoli. L’assunto è che persino i più spietati tiranni, davanti alla morte, ritornano esseri umani: hanno paura, sperano, mangiano, soffrono, gridano. È in questi stati d’animo che Cartianu coglie i coniugi Ceausescu, durante le famosissime quattro giornate, dal 22 al 25 dicembre 1989, che si concludono con la fucilazione dei due, passando prima per il processo d’urgenza, le cui immagini avevano fatto il giro del mondo.

Non si ferma a offrire uno sguardo d’insieme, bensì il volume spiega la caduta del comunismo e le forze, sia interne sia esterne, che hanno fatto la differenza nel gioco. Argomento delicato, poco sviscerato dagli storici, perché ritenuto pericoloso, diventa palpabile grazie al libro di Cartianu.

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