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La filosofia non è una cosa astratta. Intervista a Giuseppe Cambiano

La filosofia non è una cosa astratta. Intervista a Giuseppe CambianoSi ha spesso l’idea della filosofia come qualcosa di astratto e di poco utile alla vita pratica, ed è così che si alimentano periodicamente i vari tentativi di ridurne sempre di più gli spazi e i momenti di studio.

Ma le cose stanno davvero così? La filosofia è davvero una disciplina astratta fuori dal mondo oppure ci sono dei legami che possono sfuggire ma che invece rappresentano la chiave di volta per donare una nuova prospettiva su quest’ambito del sapere spesso ingiustamente bistrattato?

Sono queste alcune delle domande alla base di Sette ragioni per amare la filosofia di Giuseppe Cambiano, edito da Il Mulino.

Professore emerito di Storia della filosofia antica presso la Scuola normale superiore di Pisa, Cambiano esplora nel libro quelli che considera i sette motivi fondamentali per avvicinarsi alla filosofia e soprattutto per avvicinare a essa i giovani, nella consapevolezza che qui potranno trovare alcune delle risposte a quei “perché” che animano la loro vita di adolescenti.

 

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Professor Cambiano, una prima domanda a bruciapelo: in una dimensione in cui la velocità, anche nella riflessione, sembra assumere un ruolo sempre più importante, che posto può e deve occupare la filosofia?

Arrivano momenti in cui, anche quando si corre, si avverte la necessità di fermarsi e prendere fiato e, accanto al fast food c’è anche lo slow food. Così è anche nelle vicende della vita, costretti a volte a riconsiderare se stessi, le proprie azioni e il mondo che ci circonda. Qui allora può intervenire la filosofia con le sue questioni generali e i suoi tentativi di risposte, fondate sempre su ragionamenti da sottoporre ad esame. Nel libro ho citato un’osservazione del sociologo Pierre Bourdieu, secondo cui il tempo dell’argomentazione e quello dei dibattiti televisivi sono incompatibili. Ma, come diceva Epicuro, anche da vecchi si può cominciare a filosofare.

 

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Nell’introduzione, lei scrive che con questo libro si rivolge in primo luogo ai giovani. Perché avvicinarli alla filosofia è importante?

Soprattutto in età giovanile emergono domande generali su se stessi, sul proprio modo di vivere, sul mondo che ci circonda, sugli altri e sulla società. La filosofia, quale si è espressa nei suoi testi per molti secoli, può contribuire a formulare in maniera più chiara queste domande, a riflettere sui molteplici significati che possono avere nozioni come libertà o amicizia o identità personale o giustizia, e a diffidare nei confronti di affermazioni diffuse date come ovvie e incontestabili. In tal modo diventa possibile accrescere le proprie capacità di giudizio e costruire una più salda area di libertà. Quanto ciò abbia importanza, anche sul piano sociale, per la costruzione di un cittadino consapevole, è facile constatare. Di fronte a ciò si sono mossi già anticamente tentativi di sopprimere la libertà di filosofare, secondo il detto riportato dal poeta romanesco Trilussa: «Li libri nun zò robba da cristiano: fiji, pè carità, nun li leggete».

La filosofia non è una cosa astratta. Intervista a Giuseppe Cambiano

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Nel capitolo «Aprire confini» lei affronta un problema importante, ossia quello del legame tra la riflessione filosofica e altri ambiti del sapere. Quali sono le sfide della filosofia da questo punto di vista?

La filosofia è aperta al mondo, in particolare a ogni forma di sapere, come del resto suona il significato originario della parola, “amore del sapere”. Da questo punto di vista l’intera sua storia è costellata da rapporti benevoli e, a volte, anche problematici o polemici verso aspetti del sapere scientifico. Di fatto tuttavia le scienze, con i mutamenti tecnologici che le accompagnano – si pensi a quanto hanno significato le scoperte, per esempio, del telescopio e del microscopio – hanno imposto la necessità di riconsiderare, alla luce di esse, tradizionali problemi filosofici. Si pensi a quello dell’identità personale in connessione alla scoperta del DNA o alle costruzioni di automi capaci di riprodurre operazioni anche mentali che si riteneva fossero prerogativa esclusiva dell’uomo. La filosofia, diceva Aristotele, nasce dalla meraviglia e quindi dal porsi domande e le scienze svolgono una funzione essenziale per questo aspetto. La filosofia dovrà sempre più affrontare queste questioni. Come ha scritto lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger, «La scienza è in procinto di cambiare la natura stessa dell’uomo, questo dovrebbe essere il tema scottante di tutti gli umanisti colti», ma egli giustamente è cauto, se non scettico, nel pensare che ciò stia avvenendo.

 

Gli ultimi due capitoli hanno quasi lo stesso titolo «Capire gli altri: altri tempi» e «Capire gli altri: altri mondi». In che misura la dimestichezza con la filosofia può aiutarci nel rapporto con l’alterità?

Ciascuno nella propria vita incontra continuamente la necessità di capire gli altri, che cosa dicono e che cosa fanno. Come ha scritto Ennio Flaiano, «gli “altri” sono, bene o male, la prova che noi stiamo vivendo. Non sottovalutarli». I testi dei filosofi sono una straordinaria occasione per imparare a capire gli altri, le tesi che sostengono, i ragionamenti con i quali le sostengono, e chiedersi: perché dicono questo? E gli altri sono non soltanto quanti ci sono immediatamente vicini, ma anche persone di un’altra generazione, genitori o nonni, o persone provenienti da altri mondi, parlanti altre lingue. La filosofia si è svolta in Occidente per circa 2500 anni: essa è dunque un’occasione per cercare di capire che cosa si è detto in passato, come si è pensato, ponendolo a confronto con i nostri modi di pensare, magari rendendoci conto dei limiti dei modi antichi di pensare, ma anche dei nostri. E ciò può valere anche per gli altri mondi, in un universo come si dice “globalizzato”, rendendosi conto che anche in India o Cina o Giappone si sono svolte riflessioni sul mondo e sulla vita umana nell’arco di millenni: quanto di esse caratterizza anche le popolazioni attuali di questi mondi, con i quali si ha sempre più a che fare e non solo per ragioni economiche o politiche.

 

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Molte delle citazioni presenti nel libro sono tratte da opere letterarie, dai classici ad autori contemporanei. Qual è il rapporto tra la letteratura e la filosofia? È possibile ipotizzare un legame di reciproca comprensione?

In generale si può dire che le questioni, le risposte e i ragionamenti formulati dai filosofi hanno o mirano ad avere una portata generale, valida in linea di principio per tutti gli uomini. Le opere letterarie, in particolare teatrali o romanzesche, e cinematografiche hanno come tratto saliente quello di costruirsi intorno a personaggi per lo più con nome e cognome, cioè individui. Ma spesso proprio nella loro individualità le vicende di questi personaggi incorporano quelle domande generali che stanno a cuore ai filosofi. I filosofi possono dunque apprendere molto da queste opere, vedere in concreto quanto essi considerano in una prospettiva generale. Come diceva Italo Calvino, il rapporto tra filosofia e letteratura è una lotta, che però «non esige d’esser risolta; al contrario, solo se considerata permanente e sempre nuova ci dà la garanzia che la sclerosi delle parole non si chiuda sopra di noi come una calotta di giaccio».

La filosofia non è una cosa astratta. Intervista a Giuseppe Cambiano

Il filosofo, o comunque chi si occupa di filosofia, è guardato spesso come qualcuno che vive fuori dalla realtà, in una sua dimensione di mera speculazione. Basti pensare anche all’uso che si fa nel linguaggio comune del verbo “filosofare”. Possiamo provare a scardinare questo pregiudizio? Ed esiste una responsabilità di chi insegna filosofia o storia della filosofia?

Avendo a che fare con questioni di ordine generale, il filosofo è inevitabilmente considerato un individuo che vive in un altro mondo ed effettivamente alcuni filosofi hanno indicato, in quest’altro mondo più perfetto e lontano dalle miserie umane, il luogo autentico della filosofia. Ma questa è un’immagine stereotipata, come lo è quella del filosofo come di un individuo che, per esempio, sa sopportare le disgrazie meglio di quanto facciano gli altri uomini. Del resto è un abuso inverso quello di parlare di “filosofia” per qualunque tipo di progetto, dalla costruzione di automobili all’inscatolamento di prodotti e così via, in qualche modo ricuperando paradossalmente la nozione di filosofia per operazioni tutt’altro che “astratte” o fuori dal mondo. Ma se ci si accosta ai testi dei filosofi, soprattutto di quelli che hanno segnato momenti capitali, sarà facile avvedersi come essi abbiano affrontato problemi decisivi per la vita degli uomini, a prescindere dal fatto che essi siano riusciti o no a risolverli; in ogni caso hanno aiutato a chiarirli. Chi insegna filosofia e storia della filosofia nelle scuole secondarie ha la responsabilità di insegnarle non come ambiti disciplinari lontani dai problemi della vita umana, ma tentare di raccordarli alle difficoltà che ciascuno incontra nel mondo e nella società che lo circonda.

 

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Quale consiglio si sente di dare a chi insegna storia della filosofia nelle scuole superiori? Esistono secondo lei dei modelli, dei metodi, che possono favorire l’avvicinamento dei giovani alla filosofia? E degli errori assolutamente da evitare?

Un errore da evitare, a mio avviso, è di insegnare la storia della filosofia come una semplice sequenza di opinioni, in cui ogni filosofo dice la sua, senza che si capisca bene perché. È ovvio che chi l’ ha studiata in questo modo col passare degli anni non ricorderà più nulla di essa. Se invece le tesi dei filosofi sono ancorate ai “perché”, alle domande che ciascuno si poneva e si cerca di mostrare come quindi queste domande fossero tutt’altro che “astratte” o fuori dal mondo, forse qualcosa potrà venire recepito. Ma soprattutto l’insegnante dovrebbe anche impegnarsi nell’operazione difficile di mostrare quali forme di ragionamento fossero impiegate via via dai filosofi e come tali forme siano quelle che anche noi, senza rendercene conto, usiamo di fatto continuamente anche per affrontare problemi banali. Detto questo, non si tratta di proporre modelli o metodi rigidi capaci di aprire ogni porta: come sa chi ha avuto occasione di insegnare, ogni insegnante si trova di anno in anno allievi diversi, con diverse propensioni e interessi, e deve tentare di raccordare il proprio insegnamento anche a queste loro propensioni e a questi interessi.


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