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La figura del padre nei romanzi di John Fante

La figura del padre nei romanzi di John FanteJohn Thomas Fante, autore quasi sconosciuto in vita e celebrato dopo la riscoperta compiuta da Bukowski è oggi un punto di riferimento nella letteratura americana.

Nasce l’8 aprile del 1909 a Denver in Colorado, ma gran parte della sua infanzia la trascorre a Boulder, sempre in Colorado. Italiani immigrati in America, i genitori di Fante erano una coppia alquanto strana. Il padre Nicola (Nick) Fante, abruzzese di Torricella Peligna in provincia di Chieti, arrivò in America nel 1901, la madre, Maria (Mary) Capoluongo, figlia di un sarto di origini lucane, era nata invece a Chicago. Abile muratore, alcolista, giocatore impenitente, irascibile e spesso violento, Nick Fante sarà reso celebre dal figlio John attraverso molte pagine dei suoi scritti, a cominciare dai racconti giovanili pubblicati nei primi anni Trenta e raccolti nel 1940 nel volume dal titolo Dago Red che indica il vino rosso rubino e dolceamaro prodotto dai dago: i wop, without papers, gli immigrati senza documenti soprattutto italiani.

 

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Aspetta primavera, Bandini (titolo originale: Wait Until Spring, Bandini), pubblicato nel 1938, è una saga famigliare ma la figura centrale è Svevo Bandini, il capofamiglia, un italiano puro. Bandini è un wop (che deriva dal napoletano guappo) che insieme a dago e a graseball è uno dei numerosi e sprezzanti nomignoli dati dagli americani agli immigrati italiani fra le due guerre. L’ambiente degli italo-americani è descritto con ironia, complicità, a volte con cattiveria e disprezzo. Nei suoi romanzi John Fante sottolinea in modo esplicito le sue origini ingombranti e in quest’opera, forse più che nelle altre, Fante una questione essenziale, che pone, da un lato la ricostruzione di un’identità ancora orgogliosamente italiana, e dall’altro la difficile ricerca di un riconoscimento, di un’integrazione e di una dignità che siano pienamente americane. In questo romanzo il dilemma di essere italo-americano viene affrontato e risolto proprio nella figura di Svevo Bandini, presentato quasi come un eroe epico che però non è un eroe, ma un muratore, immigrato negli Stati Uniti dall’Italia, come tanti altri. Fisicamente è robusto e muscoloso, con baffi e profondi e italiani occhi scuri. Il fisico di un uomo che lavora duro. È un uomo tutto d’un pezzo che si ubriaca, bestemmia (addirittura in due lingue, inglese e italiano), canta canzoni napoletane mentre si rade la barba, si esprime solo urlando. Un vero italiano. Svevo è fiero della sua italianità anche se si proclama americano; è un impulsivo, se la prende con tutti anche con la casa i cui continui lavori da fare che lui rimanda sempre gli ricordano che non la possiede, non è riuscito a farla sua. E per un italiano di allora e di oggi, il possesso della casa era un segno di stabilità e di affermazione di sé. Svevo è però una persona sensibile: è un macho ma sa piangere. Piange quando la vedova Hildegarde, con la quale ha una relazione adulterina, gli fa un regalo, piange per gioia, imbarazzo e rabbia. Piange di dolore e umiliazione quando la moglie lo caccia di casa dopo aver scoperto la relazione. Famiglia e onore sono per lui valori intoccabili. Uno degli aspetti più importanti di Aspetta primavera, Bandini, come degli altri romanzi della saga dei Bandini, è costituito dalla contrapposizione tra i due protagonisti maschili, il padre Svevo e il figlio Arturo. Il primo, emigrato negli Stati Uniti, è italiano di nascita e quindi affonda le sue radici nella cultura del Paese di origine. Arturo invece fa parte della seconda generazione di immigrati, è nato in America e si sente americano a tutti gli effetti. Odia quindi tutte le manifestazioni dell’italianità del padre. Egli è però diviso tra il rifiuto delle sue radici e la stima verso il padre con il quale ha un rapporto controverso di odio-amore e dal quale ha ereditato le pessime abitudini. Lui vuole soltanto dimenticare di essere un italiano e realizzare il suo sogno americano, cioè diventare un giocatore di baseball. L’unica cosa che lo accomuna al padre è l’odio verso l’inverno: Svevo lo odia perché gli impedisce di lavorare, mentre Arturo lo odia semplicemente perché lo tiene lontano dal suo sport preferito, unico mezzo attraverso il quale può sentirsi un vero americano. Da qui probabilmente il titolo dell’opera, l’invito ad aspettare la primavera.

La figura del padre nei romanzi di John Fante

In 1933. Un anno terribile (titolo originale in inglese: 1933.Was a Bad Year), pubblicato postumo nel 1985, ritroviamo il tema del rapporto padre-figlio. Dominic Molise, figlio di immigrati dotato di un particolare talento per il baseball, passa intere giornate a prendersi cura del Braccio, e cioè il suo braccio reale, capace di grandi lanci, il prezioso dono che porterà dritto al successo, alla ricchezza, a quella fama capace di strapparlo alla fine inesorabile che spetta a tutti gli uomini, quella di morire e di esser dimenticati senza aver fatto nulla di veramente grande. Ma questi sono solo i sogni di un adolescente problematico che nel sonno vede la Vergine Maria e che vive in un ambiente familiare dove la religione viene vissuta fino al fanatismo. Figlio di immigrati, Dominic deve far fronte al padre disoccupato da mesi che, sommerso dai debiti, non può curarsi dei suoi sogni di gloria, a un padre (terribilmente umano e comprensivo – così distanze dalle celebri descrizioni del padre-padrone che occupa la scena negli altri romanzi di Fante) che gli disegna un futuro ben diverso, che nulla ha da condividere col sogno americano di cui il ragazzo è imbevuto: terminati gli studi lavoreranno insieme, si metteranno in società, padre e figlio. La storia del baseball, per lui, non ha alcun senso. 1933. Un anno terribile è un romanzo sulla capacità di ereditare il sapere dei padri senza però farsene schiacciare, senza perdere se stessi, senza farsi rovinare la vita. Come risolvere, però, la contraddizione fra un padre amato e temuto e un padre degno di disprezzo? In un primo momento Dominic tenterà una via sbagliata per far propria l’eredità paterna: rubare la betoniera del padre per rivenderla e avere così i soldi per scappare via dal misero paesino in cui fino allora aveva vissuto per andare a Catalina e cercare di entrare nella celebre formazione dei Chicago Cubs; una volta diventato famoso avrebbe rispedito indietro i soldi, molti soldi, così il padre avrebbe potuto comprarne una nuova. Ma il viaggio dalla rimessa del padre fino a Longmont, dove Dominic ha intenzione di vendere la betoniera, non è un viaggio di piacere. Tutte le strade di quel paesino sono state costruite dal padre, tutto parla dell’opera del padre, del lavoro del padre. Scuole, ponti, chiese, garage, viali, caminetti, terrazze, marciapiedi. E poi c’è il cimitero dove è sepolto il nonno, Giovanni Molise. Lì il padre di Dominic Molise ha costruito un magnifico monumento funebre, l’opera d’arte di un padre per un padre, il segno dell’attaccamento alle radici. Dominic Molise sa che non può vendere la betoniera del padre perché la betoniera stessa è simbolo del loro sogno.

In Full of life le cose sono cambiate rispetto al passato, Arturo Bandini qui è semplicemente John Fante e i vecchi guai tornano sotto una veste nuova. Full of Life venne pubblicato negli USA nel 1952, dopo che un colloquio con il suo editore convinse Fante a tornare a scrivere. È un romanzo autobiografico, a tal punto che John Fante non si è nemmeno preoccupato di modificarne i nomi o gli aspetti caratteriali dei personaggi. C’è la pancia della moglie Joyce e c’è il padre Nick Fante, «il più grande muratore della California», che giunge per risolvere il dramma delle termiti che fanno traballare la struttura della casa e infuocano gli animi di chi ci sta dentro. L'italianità di Nick si scontra con la modernità del figlio ma trova terreno fertile nella nuora Joyce, simbolo del sogno americano, alla continua ricerca di solide radici su cui costruire il futuro. Nick, esaminata la situazione, trascorre le prime settimane in casa del figlio impegnato a bere bottiglie di chianti, seduto comodo in veranda, finché non decide di mettersi a lavoro, ma non per sistemare il pavimento della cucina, bensì per costruire un immenso camino che sia di buon augurio per il nipote in arrivo. È in quest’opera che John Fante approfondisce il rapporto con il padre regalando al lettore un romanzo di incolmabile bellezza e abbondante di momenti ironici, come quando Nick si rifiuta di prendere un aereo e obbliga anche John al viaggio in treno. John ha bisogno del padre per risolvere il problema delle termiti, il cordone ombelicale non si è mai reciso, ha necessità di cura lui che è incapace di prendersi cura degli altri.

La figura del padre nei romanzi di John Fante

Il Nick Molise de La confraternita dell’uva (titolo originale in inglese: The Brotherhood of the Grape), pubblicato nel 1977, è esplicitamente un ritratto del padre Nick Fante nonché del prototipo del padre italo- americano di prima generazione: un operaio vecchia maniera che trascorre il suo tempo libero con i suoi vecchi compaesani bevendo vino e giocando a carte. Il fallimento del sogno americano si può benissimo leggere sui loro volti e attraverso i loro discorsi. Tutti hanno visto fallire la loro speranza di tornare nel Paese di origine, consapevoli che la terra che li ha accolti ha dato loro ben poco. Nick Molise campeggia come figura principale: è un padre e marito pessimo, un amico fidato per la banda di alcolizzati cronici che si ritrova al Bar Roma. Ma se il romanzo comincia tratteggiando il personaggio di Nick Molise in maniera spietata e senza riserve, piano piano si insinuano delle sfaccettature che danno al vecchio italoamericano uno spessore che va oltre la caricatura. Vengono alla luce innanzitutto la serietà e bravura sul lavoro di muratore. Nick Molise è uomo di un altro mondo, un abruzzese che ha conosciuto fin dall’infanzia un unico modo di vivere e l’ha portato avanti con un accanimento cieco e viscerale. Il cinquantenne Henry Molise è uno scrittore di successo, vive in una villa sull’Oceano insieme a una moglie americana protestante e due figli che vanno al college. Le sue origini di cattolico wop sono riscattate. Un semplice squillo di telefono lo costringerà però a tornare a casa, alle proprie radici e a fare i conti con la propria identità. A San Elmo, Henry rivede la madre, i tre problematici fratelli e, soprattutto, Nick Molise, il vero protagonista della storia, irriverente, alcolizzato, dispotico, maschilista e autoproclamato «miglior scalpellino d’America», è questo Nick Molise, montanaro d’Abruzzo emigrato in America. Se la minaccia del divorzio dei genitori sfuma subito, un’altra ben più tremenda si abbatte sul povero Henry: al vecchio muratore è stato commissionato un affumicatoio di pietra in montagna ed egli si aspetta che il figlio lo aiuti nella costruzione. Henry rifiuta, ma con il passare dei giorni, incalzato dai fratelli e dalla madre finisce per seguire il padre nell’insensata impresa. Il tempo che però passa insieme al proprio vecchio permette a Henry di intravvedere l’umanità di Nick Molise, un uomo che conserva delusioni e speranze che sanno di semplicità e innocenza. Così il soggiorno di Henry si svolge tra la rivalutazione del padre e la ricostruzione approssimativa di un rapporto. La costruzione dell’affumicatoio però è un fallimento, il vecchio Molise già dopo due ore è distrutto dalla fatica e ha solo voglia di bere vino. L’affumicatoio alla fine dell’impresa non è quello che ci si aspettava, è venuto male ed entrambi ne sono amaramente consapevoli. Il vecchio Nick forse anche a causa della fatica si ammala e viene ricoverato in ospedale per coma diabetico. Dopo alcuni giorni, una telefonata annuncia a John che il padre è scappato dall’ospedale: Nick si è rifugiato da Angelo Musso. John lo trova lì, sotto la pergola d’uva del giardino insieme ad altri sei vecchi ubriaconi suoi amici. È sbronzo fradicio, seduto su una sedia di vimini. Non vuole tornare in ospedale, non vuole fare l’iniezione di insulina. Angelo, l’amico afono, fa cenno a John di avvicinarsi e gli porge un biglietto sul quale ha scritto in italiano: «è meglio morire di bevute che morire di sete». Alla fine Nick muore di emorragia cerebrale, una cosa rapida e indolore, non avrebbe potuto desiderare morte migliore. Nella realtà, come racconta John, «morì tranquillamente, probabilmente di noia, mentre faceva un pisolino sul dondolo sotto il fico nel giardino dietro casa». Ne La confraternita dell’uva si chiudono i conti. Nick muore, ma lo fa in modo drammatico, rocambolesco, al limite dell’eccesso così come ha vissuto. Nick Molise, il Peter Molise di Un anno terribile, lo Svevo Bandini di Aspetta primavera, Bandini è sempre stata la stessa persona, se non di nome, di fatto.

 

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Punto nodale quindi della produzione di John Fante è il rapporto con la figura paterna, attraverso cui si realizza la dicotomia attrazione-repulsione nei confronti della propria origine, della propria italianità. Il padre diventa quindi espressione e rappresentazione di tradizioni e stili di vita originari che perdono al confronto con il modello d’arrivo, quello americano, ma che alla fine vengono sempre ricostruiti e recuperati.


Per la prima foto, copyright: NeONBRAND.

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