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“La felicità delle piccole cose” di Caroline Vermalle: a proposito di bigné e altro

Caroline Vermalle, La felicità delle piccole coseCaroline Vermalle, scrittrice francese di cui Feltrinelli pubblica ora, nella traduzione di M. Pesetti, quello che in realtà è il suo terzo romanzo, La felicità delle piccole cose, già apparso con successo sia in Francia che in Germania, è arrivata per la prima volta a Milano per presentarsi al pubblico italiano.

La felicità delle piccole cose è ambientato in una magnifica Parigi imbiancata dalla neve di un freddo inverno, durante il quale Frederic Solis, brillante avvocato divorzista appassionato d’arte, riceve una stranissima eredità da una persona a lui del tutto estranea: una misteriosa mappa, fatta di tracce e disegni difficili a decifrarsi, che dovrebbe condurlo a un tesoro. Frederic, che si sta rovinando economicamente per appagare la propria passione per l’arte, e in particolare per i pittori impressionisti, si convince che la mappa possa condurlo alla conquista di un dimenticato quadro di Monet, e cerca di ricostruire un possibile percorso da seguire, grazie anche all’aiuto della giovane Petronille, la sua assistente, che in realtà è molto più brava a preparare bignè che a svolgere i compiti richiesti dall’avvocato. Il viaggio di Frederic, pieno di sorprese e di colpi di scena, si rivelerà essere soprattutto un percorso alla scoperta di se stesso e delle sofferenze patite da bambino, a causa delle quali si è costruito un’esistenza fatta di agi e di capolavori artistici, ma vuota di affetti.

La presentazione del romanzo è avvenuta, per restare in tema, in una deliziosa pasticceria milanese in mezzo a piattini colmi di bignè, davanti ai quali Caroline Vermalle ha risposto alle domande di un gruppo ristretto di blogger.

Questo romanzo sembra iniziare come una romantica storia parigina, per poi presentare dei toni quasi dark e lasciare le vicende sentimentali sullo sfondo. Da dove ha preso l’idea dell’ambientazione artistica?

Io adoro l’arte ed è giusto che i grandi artisti siano famosi, ma il protagonista Frederic ha una concezione maniacale dell’arte perché il possesso e l’accumulo dei capolavori che compra diventano una barriera tra lui e il mondo. Volevo sottolineare che c’è una differenza tra l’acquisizione e il godimento puro della bellezza delle immagini e delle emozioni, e che piccoli tesori possono dare la felicità anche senza portare all’accumulo. Frederic in realtà ha un enorme vuoto interiore, che cerca di nascondere chiudendosi come una tartaruga nel guscio che costruisce con le opere d’arte che acquista. Nel corso della storia deve imparare ad arricchirsi dentro di sé e non fuori.

 

Perché ha scelto proprio l’impressionismo come tema artistico?

È semplice: prima di scrivere ho lavorato per anni alla BBC, dove mi occupavo della produzione di una serie di sceneggiati, molto ben fatta e con ottimi attori, sulle vite dei pittori impressionisti. Le ambientazioni erano in parte ricostruite, in parte quelle autentiche, perciò ho avuto la possibilità di visitare luoghi famosi con accessi privilegiati. Entrare nel giardino di Monet a Giverny, o nel Museo d’Orsay al di fuori degli orari di visita del pubblico sono state delle esperienze indimenticabili, che ho cercato di far rivivere nel romanzo.

 

Lei è una collezionista d’arte?

Oh, mi piacerebbe ma non me lo posso permettere! Mi limito ai libri d’arte, e sono andata ad assistere alle aste per rendermi conto del valore effettivo di certi quadri. Devo dire che le opere degli impressionisti sono talmente popolari, le vedi riprodotte un po’ ovunque dai calendari alle copertine dei quaderni, da sembrare talvolta un po’ kitsch, ma grazie al mio lavoro ho imparato a conoscerle in profondità.

Caroline Vermalle con i blogger

 

Petronille, uno dei personaggi principali del romanzo, prepara meravigliosi bigné. E lei?

In effetti, io non so cucinare quasi nulla, ma me la cavo discretamente con la pasticceria e preparo proprio i bigné. Una volta, invitata da amici in Sudafrica per il veglione di Capodanno, ho detto che avrei pensato io al dessert e ho preparato un’enorme costruzione di bigné per molte persone, una specie di albero: ho passato 12 ore a preparare bigné!

Nel romanzo si parla di un ospedale dove sono ricoverate persone anziane, sole e malate. Qual è il suo rapporto con la vecchiaia e la solitudine degli anziani?

Nei miei due romanzi precedenti (non pubblicati in Italia) i protagonisti sono anziani: nel primo si parla di un rapporto tra un nonno e una nipote, nel secondo di una coppia unita da molti anni. Mi piace l’idea di dare visibilità a una categoria di persone di cui si parla poco, e non solo come scrittrice. I clochard per esempio vivono da invisibili, nessuno s’interessa a loro, ma io voglio capire chi sono, o chi erano prima di finire così. Si tratta di persone arrivate alla fine della vita, quando ciò che resta, in definitiva, sono soltanto le piccole cose.

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Caroline Vermalle

 

Confesso che quando ho iniziato a leggere il libro mi aspettavo una storia d’amore convenzionale ambientata a Parigi, e invece la storia racconta tutt’altro, con aspetti quasi da thriller. In che settore di una ipotetica libreria collocherebbe La felicità delle piccole cose?

Non è strettamente una storia d’amore, in effetti, ma piuttosto un romanzo realista e, direi, ottimista, dove ho cercato di mettere un pizzico di magia e di leggerezza, senza esagerare. Io sono un’ottimista, ma non troppo: non credo di essere proprio ingenua. Credo che faccia piacere leggere un libro che ti fa sentire un po’ meglio, soprattutto se ottieni un riscontro dai lettori. La loro risposta per me è molto stimolante. Vi racconto una cosa che ho fatto: la scorsa estate ho caricato un vecchio camion Citroen di libri e mi sono messa sulla spiaggia (Caroline Vermalle, cresciuta a Parigi, da qualche anno vive in Vandea, sull’Atlantico), a disposizione della gente che volesse acquistarli e discutere con me. Mia madre preparava limonate e le offriva insieme al sindaco, mio figlio di sei anni si divertiva a vendere i libri come fossero bonbon. Ci siamo divertiti moltissimo, anche se dopo tre giorni ero senza voce. Ma ho incontrato tante persone che volevano raccontarsi, oltre che ascoltare me.

 

Nel romanzo, Frederic riceve una misteriosa mappa del tesoro, attorno alla quale verte gran parte della storia. Da dove ha preso quest’idea?

È un mezzo usato in psicoterapia, si trova anche nei libri di auto - aiuto: si deve raccogliere su un foglio, disegnando o incollando immagini, ciò che si pensa conti di più nella propria vita, e che di vorrebbe avere. Se in principio molti tendono a metterci la foto di una Ferrari, di una villa lussuosa o di una spiaggia delle Seychelles, poi riflettono e arrivano a scegliere le piccole cose della vita. In teoria si spera che queste visioni positive possano realizzarsi, e questo mi è sembrato un concetto interessante per un romanzo. La cosa curiosa è che, qualche mese dopo aver finito di scrivere La felicità delle piccole cose, ho deciso di farlo anch’io per me stessa, e non avete idea di quante delle cose che avevo messo sulla mia mappa si siano poi realizzate. Io credo che il pensiero positivo finisca per autoalimentarsi, e sono stata felice quando una lettrice mi ha scritto di aver provato a realizzare la sua mappa personale dopo aver letto il mio libro.

 

Una curiosità: come mai nell’edizione Feltrinelli il romanzo risulta tradotto dal tedesco?

La cosa curiosa è che i miei romanzi hanno avuto molto più successo in Germania che in Francia, per cui il mio editore di riferimento è diventato quello tedesco, perciò adesso è lui che si occupa di gestire i diritti per gli altri Paesi. Il bello è che lui non parla francese, io non parlo tedesco, eppure andiamo molto d’accordo, conversando sempre in inglese. Questo mio terzo romanzo è addirittura uscito prima in Germania che in Francia, anche se a molti può sembrare strano.

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