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“La felicità dell’attesa”: il mondo arbëresh di Carmine Abate

“La felicità dell’attesa”: il mondo albëresh di Carmine AbateCarmine Abate è tornato nelle librerie con un nuovo romanzo, La felicità dell’attesa (Mondadori, 2015), con il quale ci riporta nell’immaginario borgo calabrese di Hora, già teatro di alcune sue opere precedenti (Le stagioni di Hora, Mondadori, 2012, trilogia che comprende i romanzi Il ballo tondo, La moto di Scanderbeg e Il mosaico del tempo grande, già pubblicati tra il 1991 e il 2006 in più edizioni da Fazi e da Mondadori).

Siamo, ancora una volta, nel cuore di una comunità arbëreshe, vale a dire di antica origine albanese, come la Carfizzi che ha dato i natali ad Abate nel 1954, e come tutte quelle che ancora sopravvivono tra Calabria e Sicilia, di cui forse la più nota è quella di Piana degli Albanesi. In questi luoghi si parla ancora l’arbëresh, una sorta di albanese arcaico. Come già nelle sue opere precedenti, Abate punta soprattutto sul registro linguistico per raccontarci una saga familiare che, nell’arco di tre generazioni, vede il nonno Carmine Leto emigrare negli Stati Uniti ai primi del Novecento, da cui torna per stabilirsi di nuovo a Hora con Shirley, la bella moglie mulatta. Il figlio Jon ripete gli stessi viaggi da un continente all’altro, facendo fortuna nel campo della ristorazione e trovando il tempo per innamorarsi di una bellissima e sconosciuta Norma Jeane, destinata a diventare poco dopo l’attrice più mitizzata del mondo, mentre al nipote Carmine, nel corso di uno dei suoi periodici ritorni a Hora, toccherà il compito di ricostruire un po’ per volta le loro intricate vicende, chiarendo, con l’aiuto delle testimonianze un po’ reticenti di parenti e amici,quei lati oscuri del passato familiare rimasti a lungo nell’ombra.

Questo è prima di tutto un romanzo sull’emigrazione, che rende omaggio alle migliaia di italiani che, tra la fine del diciannovesimo e la prima metà del ventesimo secolo, sono partiti per affrontare lunghi viaggi, spesso in condizioni molto disagiate, abbandonando case, luoghi, affetti, alla ricerca di migliori condizioni di vita altrove. Non sempre, però, questi “viaggi della speranza” si rivelavano un successo: se molti italiani hanno fatto fortuna in questo modo, non bisogna dimenticare i moltissimi che sono morti prima ancora di raggiungere la meta, oppure che si sono ritrovati a sopravvivere in condizioni ancora peggiori di quelle lasciate alla partenza.

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“La felicità dell’attesa”: il mondo albëresh di Carmine AbateLa felicità dell’attesa è anche un omaggio al periodo d’oro americano, che tanta parte ha avuto nell’immaginario collettivo europeo per buona parte del secolo scorso: lo sviluppo economico, la costruzione dei grattacieli, il mondo del cinema considerato un miraggio da legioni di belle ragazze, pronte a cercare di guadagnarsi una posizione sotto i riflettori anche grazie allo sfruttamento, più o meno spregiudicato, dei propri attributi fisici.

Ma i personaggi del romanzo non si recano soltanto negli Stati Uniti: c’è pure chi sceglie l’Australia, chi si trasferisce in Belgio o in Germania e chi, pur limitandosi a un’emigrazione interna come il giovane Carmine, lascia in ogni caso la Calabria per stabilirsi a Venezia. L’insieme dei loro spostamenti, con i matrimoni misti che ne conseguono, produce quelle contaminazioni linguistiche che sono ormai diventate la cifra stilistica della narrativa di Carmine Abate: a Hora si parlano indifferentemente arbëresh e un italiano medio, ma nonna Shirley si esprime spesso in inglese, così come fanno poi Jon e i suoi amici una volta emigrati in America, mentre il nipote Carmine dialoga con la moglie Monika, incontrata nei suoi vagabondaggi europei, in un misto di italiano e tedesco.

L’abilità di Abate sta proprio nel rendere estremamente naturali questi dialoghi anche al lettore, che si abitua presto a una narrazione fluida, dove persino le storpiature dialettali trovano la loro collocazione senza stonature, in un amalgama che ricorda a tratti quello di Camilleri. Tuttavia, attraverso la voce del narratore Carmine, simbolo di una generazione più acculturata e cosmopolita delle precedenti, è comunque sempre l’italiano a dominare la felice babele linguistica che rende La felicità dell’attesa un romanzo senza dubbio molto interessante.

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