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La dura vita dell’agente segreto. “La spia corre sul campo” di John Le Carré

La dura vita dell’agente segreto. “La spia corre sul campo” di John Le CarréAlmeno due considerazioni emergono dalla lettura dell’ultimo romanzo di John Le Carré: La spia corre sul campo (Mondadori, traduzione di E. Cappellini). La prima, di natura politica concerne l’attualità della trama; la seconda tocca la rappresentazione del mondo dello spionaggio (che l’autore conosce da vicino): un ambiente estremamente burocratizzato e gerarchizzato da cui dipendono le ramificazioni tra i vari uffici e dove si scatena la lotta intestina tra diversi funzionari e tra contrastanti dipartimenti.

Il prolifico scrittore inglese arrivato alla soglia dei novant’anni abbandona i fitti intrighi internazionali degli ultimi romanzi per tornare a occuparsi dell’ambiente stesso dell’intelligence britannica. È per lui un ritorno al tema di inizio carriera. Si pensi a La talpa del1974 che ha avuto più versioni cinematografiche.

 

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Nella Spia che corre sul campo non c’è George Smiley ma Nat (da Anatoly, inglesizzato in Nathaniel da cui il diminutivo Nat) di cui non viene specificato il cognome. Si sa solo che è un agente reclutatore e coordinatore di spie che ha fatto la sua carriera nella allora Europa dell’Est. È un funzionario ormai di mezza età per il quale è giunto il momento della pensione. Così potrà dedicare il suo tempo e le sue energie all’amato Badminton, gioco che è ricorrente pretesto e metafora del romanzo. Oppure, ora che la situazione politica “è cambiata”, the Circle l’avrebbe sistemato in qualche secondario ufficio governativo. Gli tocca ben altro: la gestione di uno tra i dipartimenti più disprezzati e malandati dell’intero London General, chiamato appunto “il rifugio”: «discarica per disertori da quattro soldi». Non è ciò che Nat si aspetta e si merita. Nel frattempo sul campo di Badminton incontra il giovane e irruento Ed Shannon che lo rimetterà in “gioco”.

C'è una frase nel romanzo che è una sorta di summa dell'esperienza spionistica: «Le regole dei messaggi in codice sono più antiche della Bibbia.»

Antica è la cosiddetta ragion di stato, di cui l'agente segreto è la maggiore vittima. Antico è l'ingrato destino in cui incorre: per quanti servigi renda alla patria non è mai considerato un eroe. Cronica l'accezione dispregiativa della parola spia.

La dura vita dell’agente segreto. “La spia corre sul campo” di John Le Carré

Le Carré sa di cosa parla quando scrive del mestiere di spia. Un altro personaggio di La spia che corre sul campo afferma: «Un agente segreto non piange mai!».Se si tratta di assistere a un film con protagonista James Bond, siamo preparati e felici per la sua mancanza di lacrime: non ci aspettiamo cedimenti emotivi e nemmeno sentimenti; ma quando a parlare di spionaggio è Le Carré non possiamo fare a meno di cedere alla più iperbolica e spietata inconciliabilità: l'essere umano da una parte e l'agente segreto dall'altra! L'uno non può rispecchiarsi nell'altro. È certo una schematizzazione estrema, pregiudizio più che giudizio, ma è altrettanto garantito che lo scrittore Le Carré, conoscitore dell'ambiente, non rinunci a una drammaturgia radicale che tratti la spia quasi come fosse una macchina e non un essere pensante.

Nat ha famiglia: la moglie Prue è dedita a importanti e gratuiti patrocini legali contro le grandi industrie farmaceutiche. Prue forse saprà trainare il marito fuori dal tunnel dell’inesorabile ragion di stato con graziae sapienza. È confortante la rappresentazione che Le Carré offre della consorte del protagonista. E non è la sola figura femminile che uscirà dal baratro dell'inganno.

Nel leggere quest'ultimo romanzo dell’acclamato scrittore britannico, seguiamo un andamento quasi metafisico: l'enigma, il sotterfugio, la menzogna designano l'ontologia del non-essere. L'agente segreto non ha una identità, ne ha più di una e tutte fittizie: Nat (è significativo che nel libro non ne venga mai riportato il cognome), dopo anni di attività segrete, è sul punto di volere o dovere, sotto la spinta della moglie, confessare alla figlia che lui non è quello che lei ha sempre creduto che fosse: un pacifico funzionario governativo, bensì una spia. Dopo il primo sbalordimento, la ragazza non trova altra consolazione che la sicurezza che il padre non si è mai macchiato di delitti.

A Le Carré non sembrano interessare i morti, quanto la vita dei suoi protagonisti a rischio. È vita vera questa? Doppia vita è solo una connotazione convenzionale, una sineddoche retorica: in realtà la vita di un agente segreto è tripla, quadrupla, quintupla... L'agente segreto è attore che recita più parti. Lo deve essere anche contro la sua volontà.

Chiedersi quale sia la verità e quale non lo sia non è dilemma esplicito nel romanzo, quanto il risvolto di concezioni e prassi esenti da dubbi morali e incentrate nel solo grigiore della menzogna patriottica. Ma un certo punto, una collaudata e stimata spia, vice di Nat, decide di non mentire più, lasciandosi coinvolgere nei sentimenti veri e nell'amore. Si tratta della seconda confortante figura femminile a cui lo scrittore affida la risoluzione del riscatto umano.

La dura vita dell’agente segreto. “La spia corre sul campo” di John Le Carré

Non sono mostri gli agenti segreti descritti da Le Carré, ma uomini irregimentati come pedine e cavie. Sono usati e usano, in notturne strutture piramidali che si nascondono tra loro e molto spesso si combattono senza esclusione di colpi. In questo mondo sotterraneo che vede la luce del sole solo per sfruttarla ai fini della notte, la misura umana è espressa il più delle volte per misere ragioni di bottega: tale il rimprovero ricevuto dalla spia che dopo aver condotto la sua missione se ne torna alla base in taxi anziché in un più economico autobus di linea. Poiché c’è pure la ragione di soldi. La classista ripartizione di ruoli e diritti: ai livelli della piramide a chi sta in alto spetta l'acqua minerale, a chi sta in basso la semplice acqua del rubinetto.

 

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La politica certo non è esclusa, non potrebbe essere altrimenti, raffigurazione dell'attualità citata all'inizio. Trump e Putin figurano ripetutamente, così come la Brexit, ma non è tanto questo a costituire il nocciolo del romanzo. Trattando di servizi segreti, appare scontato ogni riferimento al complotto politico, ma ciò che più conta per il lettore, almeno a mio avviso, è l'intrigo esistenziale in cui prova a districarsi il vassallo della politica. Non tutti gli agenti segreti sono dormienti, subliminali sicari che fanno il lavoro sporco. È vero che anche i più consapevoli e intelligenti non possono conoscere e procedere oltre a ciò che viene loro ordinato, sappiano o no di cosa si tratti.

Nat non è un dormiente, ma se sembra aver il controllo delle proprie azioni non può comunque sfuggire alla lente di chi dalla piramide costantemente lo controlla. È questo l'intrigo e il fascino letterario del personaggio-spia: l'ambivalenza di sorvegliare ed essere in ogni istante sorvegliato. Un’insopprimibile oscurità incombe sull'agente segreto. Saprà recuperare la luce del sole? Le Carré ci fa sperare che possa.


Per la prima foto, copyright: Chris Yang su Unsplash.

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