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La Divina Commedia riscritta per i contemporanei. “Amor perduto” di Antonio Socci

La Divina Commedia riscritta per i contemporanei. “Amor perduto” di Antonio SocciSi sa, talvolta i lettori si catturano con i titoli, e quello dell'ultimo libro di Antonio SocciAmor perduto (edito da Piemme), è particolarmente affascinante. Il contenuto del volume si capisce tuttavia solo spostando lo sguardo poco più in giù, alsottotitolo: L'inferno di Dante per contemporanei.

Una riscrittura della prima cantica della Divina Commedia dunque: un buon esempio di come gli autori nostrani siano tuttora ricettivi nei confronti del postmodernismo novecentesco, corrente letteraria che proponeva agli autori di riconfrontarsi coi testi del passato trasformarndoli in qualcosa di nuovo,che rispondesse dinamicamente alle esigenze della contemporaneità.

Ma come si declina questa "attualizzazione" nel caso di Amor perduto? E come va inteso quel «per contemporanei»?

 

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Con quel sottotitolo, Socci dichiara sì la volontà di inserirsi nel solco postmoderno per il riutilizzo dei materiali, ma a quello si ferma, perché, tanto per citare un esempio, a differenza della riscrittura dei Promessi Sposi realizzata da Guido da Verona,il contesto viene mantenuto inalterato. Così se quei "nuovi" promessi sposi sono inseriti in un contesto storico e morale differente, quello del tormentato '900, il Dante di Socci è lo stesso della Commedia: un uomo del Medioevo che, smarritosi nel peccato, cerca di tornare sulla retta via attraverso un percorso catartico (qui solo infenale) che lo conduce nell'aldilà, viaggio in cui l'avevano già preceduto Enea e San Paolo.

L'operazione condotta dal giornalista non è quindi una riscrittura che muta il contesto o l'orizzonte di valori, ma la sola forma.

La Divina Commedia riscritta per i contemporanei. “Amor perduto” di Antonio Socci

Il presupposto da cui si parte infatti è che l'uomo del XXI secolo e quello del XIV non abbianonulla di diverso: entrambi sono spiritualmente deboli ed entrambi necessitano di essere liberati dalla «selva oscura» che li attornia.

Proprio per questo,secondo l'autore, il testo dantesco deve essere ripreso e riattualizzato attraverso la prosa. Nel momento in cui si rischia di perdere, per la sua complessità stilistica, il contenuto ancora attuale della Commedia, la soluzione diventa sacrificarne la forma.

 

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Rispetto al binomio di cui è costituito ogni testo, forma e contenuto, Socci sceglie allora di tutelate con un rigido conservatorismo il secondo, abbandonando la prima a fronte delle mutate abitudini di lettura. Abbandonare il verso, sentito dalla modernità come un ostacolo, comporta tuttavia, inevitabilmente, delle perdite: la prima è la perdita della musicalità garantita dall'endecasillabo; una musicalità che l'autore non dà segno di voler ricostruire nemmeno con l'utilizzo del fonosimbolismo o delle allitterazioni, che pure avrebbe potuto adottare. Socci "traduce" infatti sistematicamente i trentaquattro canti infernali in altrettanti capitoli, privilegiando, alla stratificazione della lingua del Sommo Poeta, velocità di lettura e immediatezza.

La Divina Commedia riscritta per i contemporanei. “Amor perduto” di Antonio Socci

Amor perduto è quindi un tentativo estremo di portare la Commedia fuori dalle scuole, sui comodini di tutti, affinché un'opera, che spesso è elogiata più che essere conosciuta, torni a essere parte della nostra quotidianità come doveva essere nel Trecento.

 

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L'annunciata trasposizione «per contemporanei» della Commedia si riduce, dunque, a una parafrasi del testo originario, accompagnata da note che supportino il lettore: un'operazione che è quindi divulgativa e didattica, ma non critica o volta a una reinterpretazione del testo, sentita come inutile. Le «selve oscure» dell'anima, questo l'assunto, si combattono sempre nello stesso modo: un confronto con il male, un'immersione nella degradazione del peccato finalizzata a «riveder le stelle».

Solo una volta terminata la lettura di Amor perduto si rivela, allora, il senso ultimo del titolo: la causa del male deriverebbe dal fatto di aver perso l'amore per ciò che ci circonda, rivolgendolo verso direzioni sbagliate.

 

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Nel VI canto Dante scriveva «superbia, invidia e avarizia / sono le tre faville c'hanno i cuori accesi» e il fatto che non sia meno vero oggi ci porta davvero a rinterrogarci, attraverso questa "nuova forma della Commedia", sulla natura umana e sulla possibilità di progredire non solo nella scienza e nella tecnologia, ma anche nella morale.

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