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“La distanza da Helsinki” di Raffaella Silvestri

Raffaella Silvestri, La distanza da HelsinkiCon La distanza da Helsinki, edito da Bompiani nel maggio di quest’anno, Raffaella Silvestri è riuscita a coronare il suo sogno: diventare scrittrice. Dopo aver sfiorato la vittoria al primo talent-show letterario italiano, Masterpiece, assegnata poi al serbo Nikola P. Savic – autore del fortunato romanzo Vita migliore – la Silvestri ha finalmente raggiunto il successo editoriale con la storia di due ragazzi quindicenni, Viola e Kimi, un’italiana e un finlandese, che si conoscono per caso in una scuola di Londra durante un corso estivo. La loro successiva separazione sarà solo momentanea. Da quel momento in poi, infatti, la vicenda comincerà a muovere le due pedine in parallelo, dando loro la possibilità di rincontrarsi altre cinque o sei volte negli anni a venire e collaudare sempre più la loro amicizia a distanza.

Fine anni ‘90. È in questo periodo che i due giovani protagonisti intraprendono la loro avventura alla scoperta della vita adulta, sempre più realista e meno spensierata. Viola e Kimi sembrano non avere nulla in comune: l’una estroversa, dirompente, allegra; l’altro fantasioso, solitario, introverso e affetto da aspergia. Due orizzonti apparentemente inconciliabili, eppure legati dal tormento interiore che condividono. Viola lo nasconde, Kimi lo mostra. L’elemento che li tiene uniti, superando la distanza geografica e il trascorrere degli anni, è proprio la complementarietà dei loro caratteri. Viola comprende il mondo di Kimi e trova la chiave giusta per guidarlo fuori dal suo «pensare in immagini e colori piuttosto che in parole». Colui che diventerà un famosissimo pianista finlandese, invece, arriverà a comprendere il mondo di Viola e riuscirà a guidarla dentro il suo «tu non sei questo». Due ragazzi che vivono un rapporto difficile con gli altri e che modificano le loro ambizioni, le loro vite e i loro pensieri. Se l’uno predilige un atteggiamento schivo nei confronti dell’universo umano che lo circonda, l’altra si mette in gioco e si fidanza per non restare sola, studia e lavora meccanicamente serbando dentro di sé un profondo fastidio.

Se vi soffermate soltanto sui primi due capitoli del romanzo, potreste restare alquanto delusi. Poche le emozioni e nulle le sensazioni. Non è la mancanza di abilità dell’io narrativo a causare questo effetto, bensì la stessa tecnica del narratore onnisciente, che controlla ogni cosa e ogni pensiero nascosto. A questo punto sorge spontanea una considerazione: sa già tutto la voce narrante, che senso ha continuare a leggere la storia?Sarebbe un errore da lettore principiante e superficiale, perché è dallo sviluppo naturale delle vite e della relazione fra Kimi e Viola che nasce il senso di questo romanzo. Lo afferma anche la scrittrice in un’intervista su «Vanity Fair»: «Il loro rapporto è nato da loro, spontaneamente, pagina dopo pagina, come sarebbe accaduto nella vita». L’anello che salda la voce del narratore con Kimi e Viola è la naturalezza del loro crescere insieme, attraverso esperienze di vita differenti, accompagnato da un incessante bisogno l’uno dell’altra, al punto tale da ritrovarsi costantemente in bilico tra l’amicizia e l’amore. Un rapporto che prosegue sul filo del web e dei cellulari, come accade oggi, ma talvolta si serve di cartoline e pensieri telepatici per riscoprire quel gusto, annullato da Internet, di chiedersi in compagnia di chi è l’altra persona, cosa sta facendo in quel momento, se il suo pensiero è rivolto a noi.

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Raffaella SilvestriNasce così, per un totale di 238 pagine, un romanzo di formazione intriso di riferimenti autobiografici (l’esperienza londinese, quella finlandese e la madrepatria italiana), ricco di flashback e stream of consciousness, capace di emozionare il lettore sia per l’interesse verso una possibile love story (?) fra Kimi e Viola, sia per la tragicità della loro condizione. A volte la sequenza narrativa s’interrompe bruscamente come in un romanzo d’appendice, con il capitolo successivo che si apre in tutt’altro contesto e momento. Un linguaggio crudo e diretto caratterizza la scrittura della Silvestri, che induce il lettore ad affrontare la realtà della crisi contemporanea con semplicità e cinismo. Una peculiarità stilistica che rispecchia i sogni abbattuti dei quasi trentenni e regala loro la luce (gialla, quella di Viola) di un presente realisticamente difficile ma sopportabile. Una struttura paratattica che richiama in parte la piattezza della nostra epoca che nasconde, dietro i fasti della tecnologia e del successo, un incolmabile vuoto d’idee e sogni. Viola e Kimi interpretano bene il tema essenziale del romanzo, la caducità del tempo, quel carpe diem oraziano che continua a tramandarci la sua lezione nonostante il trascorrere dei secoli. Il fatalismo e il determinismo che invadono le pagine della seconda parte non lasciano ombra di dubbio sul fatto che ciò che siamo oggi è il frutto di azioni compiute o meno nel passato. Il tempo può darci dei rimpianti, ma non ci consente di tornare indietro. L’Italia non è l’unico Paese ad essere dominato dalla tristezza del suo futuro; perfino la magica Finlandia, illuminata solo da tre ore di luce durante l’inverno, imprigiona i sogni dei giovani nella solitudine buia delle sue foreste.

Di fronte al tempo che sfugge, che ci lega a sé, alle emozioni che ci siamo negati in passato senza un valido motivo, non resta altro che ricorrere a rimedi artificiali (esemplificati qui dall’alcol e dalla pillola rosa di Viola) o indossare una maschera, così come ci chiede di fare la nostra pirandelliana protagonista. La stratificazione dell’animo umano, l’irrequietezza novecentesca che caratterizza i due emisferi giovanili e l’amaro scontrarsi con la realtà attuale generano quella sorta di attrito che nasce dal complicato rapporto tra noi stessi e gli altri, una distanza che solo a volte riusciamo a colmare. È stato già chiesto alla scrittrice se ha previsto un seguito, dato che la vicenda si conclude con un finale aperto. A riguardo non si sa ancora nulla, ma personalmente credo che un sequel della storia tra Viola e Kimi significherebbe rovinare quel senso dell’Io perso nel mondo che emerge con forza in tutte le pagine di un romanzo intenso come La distanza da Helsinki

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