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“La disinformazione felice”, possiamo difenderci da bufale e fake news?

“La disinformazione felice”, possiamo difenderci da bufale e fake news?È uscito da poco per Il Mulino La disinformazione felice, un saggio molto interessante di Fabio Paglieri, saggista e ricercatore del Cnr di Roma, che può aiutare a chiarirci le idee su un fenomeno di stretta attualità, la formazione e diffusione delle cosiddette “bufale” o fake news che sempre più spesso dilagano in rete, ma anche sui media tradizionali come la tv e la carta stampata.

Leggendo questo libro, però, possiamo apprendere che quella delle bufale non è assolutamente una prerogativa del ventunesimo secolo, ma che tutta la storia dell’umanità è costellata da esempi anche clamorosi di falsi fabbricati ad arte per instaurare determinate convinzioni nell’opinione pubblica: basti pensare alla Donazione di Costantino, documento attribuito all’Imperatore omonimo per giustificare la nascita del potere temporale della Chiesa, di cui il filologo Lorenzo Valla dimostrò nel 1440 l’inautenticità, oppure ai nefasti Protocolli dei Savi di Sion, inventati dalla polizia zarista al principio del Ventesimo secolo per gettare discredito sugli ebrei, ma utilizzati poi dal nazismo e dai movimenti islamici antiebraici nonostante ne fosse stata scoperta molto presto la falsità storica.

I leoni da tastiera non hanno quindi inventato nulla, ma cosa possiamo fare noi utenti della rete per difenderci dal dilagare di notizie tendenziose, fabbricate ad arte per cercare di orientare il nostro modo di pensare, per gettare discredito su alcune persone o per attribuire meriti inesistenti ad altre, spesso generando paure del tutto infondate e perciò ancora più pericolose? Lo abbiamo chiesto a Fabio Paglieri.

 

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Lei sostiene che il cosiddetto debunking, cioè il cercare di smentire le bufale, serve a poco, nel senso che difficilmente una persona convinta della veridicità di ciò che condivide cambierà idea di fronte a un tentativo di smentita. Dobbiamo permettere ai creatori di bufale di intasarci le bacheche di notizie fasulle, o l’unico sistema per liberarcene resta quello di rimuoverli dalle nostre amicizie?

Il debunking serve a poco per fare proseliti: anzi, se usato in modo aggressivo, per sbattere in faccia a chi non la pensa come noi la falsità delle sue posizioni, di solito produce danni ulteriori, perché aumenta la polarizzazione e porta le persone (noi in primis) ad arroccarsi ancora di più sui propri pregiudizi. Invece il debunking è preziosissimo come esercizio personale: tutti noi dovremmo allenarci maggiormente a fare il debunking di ciò che sentiamo online (e non solo), evitando però di farlo a senso unico, cioè solo sulle opinioni che non ci piacciono.

Al contrario, il debunking richiede par condicio: bisogna essere coscienziosi tanto nello smontare le tesi altrui, quanto nel verificare le proprie. Poi, naturalmente, il diritto a non ascoltare è un correlato necessario del diritto di esprimersi: per non accrescere il rumore già presente sui social media, spesso a fronte di opinioni avverse che riteniamo infondate è meglio praticare una selezione delle fonti, anziché imbarcarci in ulteriori crociate di opinione. Non occorre rimuovere qualcuno dalle proprie amicizie: si possono anche silenziarne i post, o per un periodo limitato di tempo, o indefinitamente. Anche qui senza esagerare, altrimenti finiremo ancora di più col circondarci solo di chi la pensa come noi: un fenomeno che chi studia la disinformazione chiama “camera dell’eco”, perché lì dentro si sente solo se stessi.

“La disinformazione felice”, possiamo difenderci da bufale e fake news?

Personalmente frequento i social da una decina d’anni e trovo che negli ultimi mesi le discussioni, anche su argomenti in apparenza innocui, si siano sempre più incattivite. Colpa solo della pandemia, che ci ha messo un po’ tutti sottosopra, oppure questa arena permanente che è la rete ha reso molti utenti più aggressivi?

Rispetto al ruolo della disinformazione nella pandemia, ci sarà molto da studiare negli anni a venire, e già alcuni gruppi di ricerca ci stanno lavorando. La mia sensazione a caldo è che stia emergendo un trend paradossale: la disinformazione è dilagata di pari passo col contagio reale, ma ha fatto meno danni nel periodo di massimo impatto del COVID-19 (qui in Italia, fra marzo e aprile 2020), perché l’attenzione delle persone sul tema era massima, e quindi tenevano alta la guardia sul piano informativo – Dan Sperber e colleghi direbbero che erano “epistemicamente vigili”.

Invece, col rilassarsi della tensione nelle fasi successive, ci si è abbandonati più facilmente alla consueta pigrizia cognitiva con cui frequentiamo molti canali di informazione, il che favorisce sia il diffondersi di falsità, sia l’inasprirsi dei toni. Senza dimenticare che una quota di aggressività dipende anche dal fatto che usiamo costantemente modalità comunicative rispetto alle quali siamo male adattati, cioè non corrispondono a quelle per cui il nostro sistema cognitivo e sociale si è evoluto nei millenni. Per esempio, tendiamo a vivere un luogo eminentemente pubblico, come la bacheca personale su Facebook, come uno spazio privato, la “nostra” bacheca, e di conseguenza percepiamo come indebite invasioni della privacy interventi che, per chi li ha prodotti, erano ragionevoli contributi a un dibattito pubblico. È uno dei paradossi dei social media: ci troviamo spesso a fare dichiarazioni pubbliche su argomenti di cui in realtà non vorremmo affatto parlare in pubblico. Quando le cose vanno male, è facile reagire in modo aggressivo.

 

In Italia siamo indietro rispetto ad altri paesi per quanto riguarda la digitalizzazione, a partire dalla scuola. Accanto ai corsi d’informatica non dovremmo poter avere dei corsi di educazione digitale, nel senso di educare fin da bambini a muoversi in rete, non solo con maggiore disinvoltura, ma anche con più sicurezza e seguendo un certo codice di comportamento?

Assolutamente sì, tenendo presente che il riferimento al digitale è necessario solo perché è in rete che ormai avvengono molte interazioni e si raccolgono e condividono informazioni. Ma le abilità di base che vanno allenate sono trasversali alla distinzione fra online e offline: fermarsi a ragionare prima di saltare a una conclusione, valutare con attenzione le caratteristiche di una fonte, acquisire consapevolezza dei propri bias cognitivi, sviluppare una sensibilità verso i molti e diversi modi in cui si può intrattenere un’opinione, allenare il rispetto verso gli altri e le loro idee, imparare a esprimere le proprie posizioni con chiarezza e precisione, ma anche senza prevaricare il prossimo e con reali benefici comunicativi. Tutte queste competenze, e altre che ad esse si accompagnano, sono utili tanto in una discussione sui social media, quanto ad una cena in famiglia o con amici.

Quindi per me il tema del digitale riguarda soprattutto l’ecologia in cui dobbiamo imparare a muoverci, non la lista delle competenze fondamentali. Detto questo, ogni auspicio ad un ruolo maggiore della scuola deve accompagnarsi a una reale volontà politica di sostenere tale percorso, a cominciare da adeguati finanziamenti: altrimenti, è solo il consueto flatus vocis di cui periodicamente si riempiono la bocca politici e commentatori. Su questo, i piani del Governo per la riapertura dopo l’emergenza COVID-19 sono ancora piuttosto nebulosi: spero che migliorino, e che si sfrutti questo shock di sistema per fare significativi passi avanti, anziché limitarsi a utilizzare il digitale come indispensabile stampella per l’emergenza (con tutte le difficoltà e storture del caso, per altro).

“La disinformazione felice”, possiamo difenderci da bufale e fake news?

Uno dei campi in cui le bufale si stanno diffondendo sempre di più è quello della politica, grazie anche a un abbassamento dell’età media dei nostri politici e quindi a un loro maggiore uso della rete e dei social rispetto a chi stava in parlamento fino a pochi anni fa. La diffamazione degli avversari è sempre esistita, e farla in Internet non è poi molto diverso rispetto a quando si usavano altri sistemi di diffusione, ma che senso ha per un politico comprare pacchetti di account fasulli, che non corrispondono a potenziali elettori, per dare un apparente sostegno popolare alle proprie affermazioni in rete?

Il tentativo di creare consenso reale attraverso l’esibizione di un consenso fasullo è molto antico: per certi aspetti si lega alla fallacia argomentativa dell’ad populum, per cui si crede a qualcosa solo perché molti altri la sostengono. Per estensione, quando un politico genera una manifestazione di ampio consenso attraverso torme di followers inesistenti o prezzolati, lo fa sperando che ciò induca elettori reali a votarlo, appunto per effetto di un ad populum. Attenzione, però: le modalità di influenzamento propagandistico facilitate dai social media sono spesso ben più sottili, e riguardano per lo più il coltivare ad arte certe discussioni e poi sfruttarle per accrescere o consolidare il proprio elettorato di riferimento.

Un esempio recente, secondo me, si è visto in un passaggio dell’ampia discussione attorno al movimento “Black Lives Matter”, riaccesasi in seguito alla morte di George Floyd: inizialmente il dibattito pubblico si è giustamente concentrato sul problema della brutalità poliziesca negli USA e sulle complesse precondizioni sociali che rendono i cittadini di colore bersagli preferenziali di tali abusi; l’obiettivo della discussione era, principalmente, arrivare a cambiamenti significativi nello status quo.

Successivamente, vari episodi di iconoclastia hanno incominciato ad accompagnare le proteste, portando alla distruzione di varie statue di personaggi storici considerati a qualche titolo icone del razzismo (incluso il nostro Cristoforo Colombo); questo aspetto iconoclasta ha fornito lo spunto a iniziative analoghe anche in altri paesi (qui in Italia, celebri le polemiche sulla statua di Indro Montanelli a Milano), e subito il dibattito online si è concentrato prioritariamente sulla legittimità o meno di tale furia iconoclasta. Ecco, se si riesce a resistere per un attimo alla tendenza a buttarsi a capofitto nell’agone digitale del momento, e ci si chiede se questo spostamento di focus faccia bene alla causa da cui si è partiti, la risposta è un netto “no” – a prescindere da ciò che uno pensi di Colombo, Montanelli, o qualunque altra effige che si intende bruciare.

Si era partiti discutendo di un problema reale, la brutalità poliziesca, e ci si ritrova a discettare se Colombo sia stato o meno uno schiavista, mezzo millennio or sono, e se questa sia o non sia una buona ragione per decapitarne la statua. Chi ci guadagna non è certo il movimento di protesta! Infatti Donald Trump ha colto al balzo l’occasione per schierarsi in difesa delle statue, ergendosi a paladino della cultura offesa e della memoria storica, riguadagnando credibilità col suo elettorato di riferimento ed evitando con gioia la vera questione, ovvero cosa vada fatto per riformare le forze di polizia.

 

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La pandemia è stata un terreno fertile non solo per la diffusione di bufale preconfezionate, ma anche per una produzione di notizie magari parzialmente vere, o male interpretate, ma incontrollate e spesso contradditorie, tali comunque da generare spesso nel cittadino comune sconcerto, apprensione e scetticismo. Chi ha sbagliato di più sul piano della comunicazione in questo frangente?

Di fronte a crisi della portata di questa pandemia, è bene commensurare le responsabilità alla gravità e complessità del problema: dire che era facile sbagliare è, in questo caso, davvero un eufemismo. C’è sempre un delicato equilibrio da mantenere fra trasparenza e paternalismo: perché se è vero che i cittadini hanno diritto a un’informazione chiara e completa, è anche vero che non tutti hanno le competenze per gestire nel modo adeguato le informazioni ricevute. Semplificando, se dicendo tutta la verità su un’imminente pandemia si rischia di diffondere il panico e spingere le persone a ingiustificati saccheggi, è dovere delle autorità dosare con cura ciò che comunicano, e il modo in cui lo fanno.

Su alcuni dei temi su cui si sono visti repentini cambi di registro, ad esempio l’uso delle mascherine, sospetto siano entrate in gioco considerazioni del genere: la non essenzialità delle mascherine, spesso dichiarata anche da fonti ufficiali nelle prime fasi della pandemia, era plausibilmente funzionale ad assicurarsi che le mascherine fossero disponibili a chi ne aveva realmente bisogno (personale medico e soggetti maggiormente a rischio), in attesa di attrezzarsi per produrne di più; una volta realizzato questo obiettivo, è stato possibile dire tutta la verità, ovvero che le mascherine servono eccome per limitare il contagio, e non solo per i soggetti a rischio.

Questo naturalmente genera anche perplessità e scetticismi, ma è possibile che l’alternativa sarebbe stata peggiore, con una “corsa alle mascherine” proprio nel momento in cui il servizio sanitario ne aveva disperatamente bisogno. Del resto, è celebre l’immotivato accaparramento di carta igienica che ha caratterizzato le prime fasi del lockdown, quindi non è così peregrino nutrire dubbi sul buon senso collettivo, in certe materie…

Se invece vogliamo cercare responsabilità comunicative più nette, personalmente non ho molto amato il ruolo giocato dai media tradizionali (giornali e televisioni) durante le fasi acute dell’emergenza. Troppo spesso si sono abbandonati a quello che considero un vizio antico del giornalismo italiano: la tendenza a raccontare il mondo come una serie di storie con una loro morale, anziché limitarsi a riportare i fatti e le fonti. Quindi abbiamo assistito a un rapido carosello di narrazioni differenti e contraddittorie della pandemia: dall’apoteosi della solidarietà nazionale, con tanto di cori in terrazza, alla vigilanza ossessiva degli “sceriffi da balcone”, con contorno di droni e corrispondenti in elicottero, per poi arrivare all’isterica alternanza fra il “liberi tutti” della riapertura e il memento mori dell’irresponsabilità delle torme gaudenti. Il tutto sempre con poco approfondimento e scarsità di dati, a parte il consueto bollettino del contagio.

Ecco, una delle ragioni (certo non la sola) per cui la disinformazione dilaga è anche la relativa debolezza con cui il sistema dei media tradizionali propone un modello alternativo: si può fare di meglio, e sarebbe un dovere collettivo attrezzarsi affinché ciò avvenisse.


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