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La difficoltà di accettare i figli. [Estratto] “La madre di Eva” di Silvia Ferreri

La difficoltà di accettare i figli. [Estratto] “La madre di Eva” di Silvia FerreriPubblicato da Neo. Edizioni, La madre di Eva, romanzo di Silvia Ferreri è da poco entrato nella dozzina dei libri selezionati per la prima votazione del Premio Strega 2018, quella che decreterà la cinquina finalista e successivamente il vincitore.

La madre di Eva è lo struggente racconto di una figlia che decide di cambiare sesso e del percorso di accettazione da parte di una madre il cui dolore è al centro di questo romanzo che è un lungo monologo rivolto alla figlia ma un po’ anche a noi lettori.

Su gentile concessione dell’editore, pubblichiamo qui di seguito il primo capitolo del romanzo.

 

1

Sono qui Eva, sono accanto a te. Sono seduta nel corridoio freddo di fianco alla sala operatoria, dove tu sei sdraiata, nuda, per l’ultima volta donna, bambina, femmina.

Non mi senti e non mi vedi ma sono qui. Non ti lascio. Ho promesso che ci sarei stata fino alla fine e sono qui. Ti ho portata in capo al mondo a farti smembrare come un agnello sacrificale e resto con te fino al compimento di questo sacrificio estremo. Fino a quando tu non sarai più tu e al posto tuo ci sarà una persona nuova.

Mi hai detto: «Non te ne andare mamma, non mi lasciare mentre sono lì dentro». Mi hai detto: «Non andartene nemmeno per un minuto, nemmeno un attimo che se mi dovessi svegliare ho bisogno che tu sia lì».

Io so che non ti sveglierai per ore, ma lo stesso non mi muovo. Ti ho fatto una promessa e mi sembra che lasciare questa sedia sia un cattivo presagio.

Qualcuno ogni tanto mi porta un bicchiere con dentro qualcosa, tè, caffè, succo, non me lo chiedono, passano e lo depositano sulla sedia accanto a me. Alzo gli occhi per ringraziare.

La difficoltà di accettare i figli. [Estratto] “La madre di Eva” di Silvia Ferreri

Mi trattano come un animale abbandonato, come qualcuno da nutrire perché altrimenti si lascerebbe morire.

In pochi conoscono il mio nome. Mi chiamano semplicemente la madre. Come fossi un archetipo, la matrice, la madre di tutti, di tutte le creature, donne e uomini che vanno portati in salvo verso approdi sicuri.

Non dicono più nemmeno la madre di, semplicemente la madre.

Sono sola, ho scelto di percorrere questa strada senza nessuno. Ho scelto di portare questo peso con te, perché tu sei mia e sei sempre stata mia e se un errore abbiamo fatto, l’abbiamo fatto insieme.

Non leggo, non parlo con nessuno, non ho la forza. Aspetto e seguo pensieri che arrivano a onde, poi si fermano, poi tornano. A volte sono intasata di ricordi, a volte vuota come una zucca. E se fermo i pensieri, questi si portano appresso associazioni mentali inopportune. Come la zucca, ecco. Ricordo quando abbiamo svuotato la zucca perché volevi a tutti i costi la jack o’lantern per la festa di Halloween. Abbiamo passato una mattina a tagliare e vuotare zucche e quando finalmente siamo riuscite a finirne una, tu hai pianto di paura per i denti a punta e allora tuo padre è intervenuto e ha trasformato i denti in un sorriso.

È sempre stata la sua dote migliore, accomodare le cose, smussare gli angoli, arrotondare le punte perché io e te non ci ferissimo. A me ha sempre rinfacciato di non riuscire a mediare:

«Non è tutto o bianco o nero, ci sono terre di mezzo dov’è più comodo abitare». Lo stesso ha fatto con il tuo travestimento. Quando ha trasformato la strega in vampiro. Perché con le gonne, dicevi, sentivi freddo e ti mettevano a disagio e quel pianto che ne seguì gli aveva strappato il cuore. Così il vestito diventò un mantello, la scopa una falce. Ha aperto la cassetta degli attrezzi e ha lavorato per un giorno intero, con te attorno, per riportare le cose alla normalità. Ha chiuso gli occhi allora, come tante altre volte fece. Chiudeva gli occhi e restava nelle sue terre mitigate. Io no, io vedevo tutto. Condividevo con te i territori estremi e respiravo il freddo che mi gelava intorno.

Lo stesso che respiro oggi.

Non so da quanto tempo sono qui seduta né quanto ci resterò. Hanno parlato di ore, sei forse sette. Se va bene, se non ci saranno complicazioni. Se il tuo corpo si farà disossare senza opporsi.

Ma il tempo non conta. Il tempo non esiste più. Si è fermato. Ricomincerà solo quando ti sveglierai e mi guarderai coi tuoi occhi nuovi di zecca. Punto zero dell’anno zero. Da lì gli orologi ricominceranno a battere. Da lì dovremo cercare un nuovo modo di guardarci, di chiamarci, di parlare.

Ogni tanto rispondo al telefono, qualcuno mi chiama dall’Italia per avere notizie, per darmi conforto, o per riceverne. Da me che sono l’albero forte, con le radici a terra.

Mi ha chiamato tuo padre stamattina presto, quando ancora non sapevamo se avrebbero dato il via al ballo della trasformazione. Ha chiesto: «Come stai? Come state?» Voleva dettagli, non ho voluto dargliene. I dettagli mettono ansia.

Sono stata io a chiedergli di non venire. Non avrei mai voluto che ti vedesse così come ti ho vista io questa mattina dal vetro della sala operatoria, addormentata, nuda ed esposta a tutti, sdraiata sulla schiena, in una stanza fredda piena di gente che ti gira intorno e parla della sua giornata, della cena della sera prima, del caldo e dell’aria condizionata che fa ammalare. Non volevo che ti vedesse mentre qualcuno ti disegna il corpo con un pennarello verde per preparare la strada al bisturi.

Non sono le stesse righe che ti lasciavi sul corpo dopo ore passate a disegnare con me. Omini a due gambe con un corpo a linea e due braccia: mamma, papà, Eva. Intorno, il prato, la casa, la strada, il fiume, il cielo azzurro. Non è più stato così perfetto da allora.

So che non lo avrebbe sopportato.

So che quell’immagine sarebbe tornata nei suoi sogni per mesi, per anni. Lo avrebbe torturato come un ricordo di guerra. Avrebbe chiuso gli occhi e avrebbe visto la bambina sul tavolo del chirurgo. Pronta a farsi espiantare gli organi sani per sostituirli con preparati di silicone.

«Che cosa stiamo facendo?» mi ha chiesto stamattina «Cosa le stiamo permettendo? Portala via. Cerca di convincerla. E se non ci riesci, legala e trascinala. Parlale dei rischi, della vita che non sarà più la stessa».

«Lo sa. Sa già tutto, amore mio. Non servirebbe ripetere le stesse cose. Non servirebbe legarla. Perché, prima o poi, si slegherebbe e andrebbe via da noi».

La difficoltà di accettare i figli. [Estratto] “La madre di Eva” di Silvia Ferreri

Ci sono genitori i cui figli a vent’anni sono campioni di nuoto o di ginnastica. Li guardano in televisione insieme agli amici e ai parenti, quando gareggiano lontano da casa. Oppure li seguono gara per gara. Li accompagnano, li incitano. Li vedi inquadrati mentre sventolano bandiere italiane con la luce degli occhi che dice al mondo intero: è mio figlio, lo vedete è mio figlio.

E ci sono genitori che hanno figli che a vent’anni muoiono su una strada, lasciano la vita contro un guard rail o a un incrocio non rispettato. Sui cigli si lasciano piccole tombe, fiori, bambole di pezza, scritte, “non sarà il buio a far dormire la tua anima, chi ha visto parli, non lasciatelo morire due volte”.

Ci sono genitori che hanno figli che vanno lontano, figli che si sposano, che divorziano. Figli che fanno figli.

E ci sono genitori che hanno figli che cambiano sesso. A diciotto anni. Dopo una vita passata a guardarti con gli occhi sbagliati.


Per la prima foto, copyright: Martha Dominguez.

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