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La difficile arte di comprendersi. “Tutto è possibile” di Elizabeth Strout

La difficile arte di comprendersi. “Tutto è possibile” di Elizabeth StroutAlla fine, la domanda è solo una: è davvero tutto possibile?

Perché è esattamente la stessa domanda che Elizabeth Strout pone nel suo ultimo romanzo Tutto è possibile – edito per Einaudi nella traduzione di Susanna Basso, e seguito del pluripremiato Mi chiamo Lucy Barton.

La sua struttura, minuziosamente incalzante e dettagliata, ricorda per certi versi la narrazione frammentaria di un’antologia di racconti qual è – per esempio – I quarantanove racconti di Hemingway. E finanche la scrittura – cesellata a tutto tondo sull’animo dei personaggi – non si discosta molto dalla tecnica narrativa del Nobel americano. Tuttavia, mentre gli attori del teatro hemingwayano sono generalmente concausa di una possibilità, nel romanzo della Strout i protagonisti ne sono essi stessi rappresentazione – sia passata che futura –, che è concretamente esistenziale. Cos’è più importante? La famiglia – non importa quanto sgangherata sia:

«– Papà – sbottò Annie, – per te cos’è la cosa più importante?

– Voi, no? – disse senza rompere il passo. -– La mia famiglia – »

 

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Ma anzitutto, questa possibilità panteistica è rivolta al lettore. Per quest’ultimo è tutto possibile sin dall’inizio. Chiunque sia riuscirà certamente a trovare la propria personale chiave di lettura in un organismo di personaggi ed emozioni delicatamente architettato. Quasi che l’obiettivo centrale sia quello di lenire la solitudine di chi legge (e vive):

«– Lucy Barton ha scritto un libro di memorie, – disse Patty alla fine. […] – Mi ha fatto bene, mi ha fatta sentire meno sola».

La difficile arte di comprendersi. “Tutto è possibile” di Elizabeth Strout

Questa contingente “salvezza letteraria”, che fa capolino più volte nel testo, trae ragion d’essere dall’intrinseca solitudine e abbandono della cittadina del Midwest americano – così caro all’autrice –, dove prendono forma le vicende dei personaggi della storia.

Tutti questi elementi non posso che evidenziare come Amgash, la città dell’Illinois, sia connessa al mondo fittizio (solo geograficamente) di Holt. Haruf è senza dubbio uno dei maestri della Strout. La quale pare sussumere la poetica dello scrittore americano, fondendo per esempio l’animo più inquieto ed esistenzialista di un romanzo come Le nostre anime di notte con quello più rude e malinconico dell’ormai famosa Trilogia della pianura. In questo modo, Tutto è possibile si trasforma in un racconto della quotidianità sulla speranza di vivere e sull’importanza della comprensione e interazione tra essere umani. Intendendo perfettamente quanto dice Ishiguro (Nobel per la letteratura 2017): «Alla fine tutto si risolve in una persona che dice a un altra: questo è ciò che sento io. Riesci a capire quello che dico? È lo stesso anche per te?» (La mia sera del Ventesimo secolo e altre piccole svolte).

È chiaro: all’autrice interessano le persone, la storia viene dopo. Perché sono le persone a farla. Ma più che una storia, questo romanzo ci offre una serie di istantanee. Di cui, la penultima – Candore accecante – racchiude (forse) il segreto, mai troppo banale, dell’intero libro: «Che bello è essere viva, che beeello essere viva…». E la sofferenza? «Non tonare indietro. Non ti sposare. Non avere figli. Sono tutte cose che fanno soffrire» dice la nonna ad Annie. Allora ecco l’altra domanda: cos’è che è tutto possibile?

A questo quesito sembra rispondere la funzione salvifica dell’arte precedentemente evocata, che fa quasi il verso alla «bellezza salverà il mondo» de L’Idiota. Ma la Strout, con questo libro, ricorda cos’è che fa la bellezza, o quantomeno chi è che ne ha cura: l’uomo. La cui bellezza risiede prima di tutto nell’innata abilità di comprendersi, la cui base, ai giorni nostri, non è più così solida. Il «Guardian», a proposito, scrive che «è un romanzo splendido e profondo. Il sogno di essere compresi, forse il più umano di tutti i desideri, è la sostanza che unisce le sue storie». Ma quand’è che è diventato un sogno?

La difficile arte di comprendersi. “Tutto è possibile” di Elizabeth Strout

Certo, la tautologica conclusione del libro risponde anche a questo – «tutto era possibile, per tutti», appunto –, ma forse c’è di più. Forse manca una parte, che va evinta dal resto del testo: tutto è possibile, per tutti quelli che vivono. Che significare vivere? Beh è semplice: in questo caso, vuol dire avere una passione, coltivare un sogno, come quello di Lucy Barton. E un po’ come nell’Odissea di Omero, seguendo la sua interpretazione romantica: ciò che conta non è la meta, ma il viaggio. Quindi il sogno nella sua essenza, nel suo atto.

 

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Forse, però, il titolo del romanzo sottolinea quello che sostiene Testa: «dicono che via sia una parola/ che dice ancora/ quando non c’è più niente da dire» (E. Testa, Cairn).

Tutto è possibile indica proprio quella parola, di cui non abbiamo contezza, ma di cui sospettiamo la forma. Il suono deve assomigliare a quello della parola «vita». Tanto alla fine non c’è possibilità di sfuggirne. «Ciò che Abel trovava assurdo della vita era quanto dimentichiamo eppure ci portiamo sempre appresso». Già, è solo questo: Tutto è possibile. In un modo o nell’altro; nel bene e nel male. Per spiegazioni, chiedere a Lucy Barton.


Per la prima foto, copyright: Harli Marten.

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