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“La deriva dei continenti” di Russell Banks

La deriva dei continenti, Russell Banksdi Filippo Belacchi

È il 21 dicembre e tra un mese circa Einaudi pubblicherà La deriva dei continenti (traduzione di Paola Brusasco), il capolavoro di Russell Banks: romanzo uscito negli Stati Uniti nel 1985. La mia intenzione era ed è quella di battere sul tempo le recensioni che verranno, leggendolo in inglese. Possiedo una copia di Continental Drift rimasta immobile, a impolverarsi, in uno scaffale della libreria, mai letta per pigrizia e per altre ragioni. Una di queste, la più importante direi, è che, in passato, avevo letto un altro romanzo di Banks: Tormenta (bellissimo il titolo originale: Affliction) e mi era piaciuto e allo stesso tempo non mi era piaciuto (da questo romanzo Paul Schrader ha tirato fuori un piccolo capolavoro, una storia di disperazione brutale, spietata, maschile, yankee, con un Nick Nolte frastornato, struggente, abbacinato dalla forza micidiale di certi ricordi che non gli lasciano scampo).

Tornando alla prosa di Banks, anche in Continental Drift ho trovato gli stessi difetti già incontrati in Tormenta, romanzo che ha seguito La deriva dei continenti e pubblicato nel 1989.
Ora, Banks è scrittore estremamente abile e di talento, ma non di grande talento. È impossibile dire che non sia bravo o che non scriva benone, eppure qualcosa manca, paradossalmente, per eccesso di parole. È prolisso? Forse. Si diceva che il libro è stato pubblicato nel 1985, nello stesso anno viene dato alle stampe anche Rumore bianco di DeLillo. Se si leggessero i due romanzi uno dopo l’altro, ci si accorgerebbe subito che la debolezza di Banks risiede nel non riuscire a lasciare spazio tra le parole. Mi spiego, o almeno ci provo. Le pagine di Russell Banks sono troppo definite; il modo in cui dispone parole e frasi è troppo serrato e si finisce col leggere una storia, non un sogno. Nelle pagine di DeLillo (per non parlare di Cormac McCarthy) la prosa, invece, riesce a trovare quello spazio da cui fuoriesce una fuga di visione (con "fuga" intendo leak, come dire: “una fuga di gas”), in cui si può ascoltare l’incarnazione del tempo, in cui, in breve, è impossibile non ascoltare il rumore bianco. Ciò non accade con Banks: nel suo regno, non c’è visione, ma ci sono storie, storie di uno strazio di pura marca dickensiana, cronache, fatti, e basta.

È interessante notare che nella quarta di copertina della mia edizione viene riportato lo stralcio di una recensione entusiasta scritta da James Atlas, il signore che ha scritto la biografia del poeta Delmore Schwartz (il Von Humboldt Fleisher de Il dono di Humboldt) e di Saul Bellow. L’entusiasmo, però, è opaco, fiacco, non convince e lo si sente già prima di cominciare il libro; quando scrive di Bellow, il suo entusiasmo è indomabile e spericolato.
Ebbene, Atlas la sa lunga sull’uomo smarrito nelle febbrili, arrapate e vive viscere della modernità; la sa lunga sull’uomo medio che, nonostante la sua medietà, o mediocrità, possiede sulla tempia una venuzza di inadeguatezza, di altrove che lo fa vivere male, sempre in debito di ossigeno e sempre sul punto di asfissiare. L’anima che trova una via d’uscita. Augie March, per esempio, o Herzog o Charlie Citrine di Bellow sono ritratti deluxe di questo tipo d’uomo: pare abbiano tutta la vita sulla punta delle dita, sulle labbra, dentro i loro occhi ardenti e malinconici. I movimenti del corpo e del pensiero che questi tre personaggi producono durante il loro smarrimento sono assai più plastici rispetto ai movimenti rattrappiti di quelli creati da Banks.
Herzog guarda un banco su cui viene esposto del pesce fresco, luminoso, vitale, di un cangiante grigio azzurro e subito dopo riesce a infilare una frase shakespeariana riguardo qualcosa che dà un’idea della vastità del mondo, del supermacchinario dentro il quale si sente perso, stritolato, trascinato via. Bob Dubois, protagonista di Continental Drift – personaggio al quale è difficile non volere bene – è smarrito nell’America, e basta. Jack Gladney, Moses Herzog o anche Cornelius Suttree di McCarthy sono sì, anche loro smarriti, ma l’America è, come dire, una piattaforma che li spara in aria, in orbita e il loro smarrimento somiglia fortemente a un’idea di infinito. Pionieri che si spingono verso i confini della mente, che vanno a sbattere sulle staccionate della mente, del pensiero, fracassandole e continuano a camminare.
La vastità dell’uomo sembra si possa toccare proprio quando questo si allontana dalla realtà attraversandola. E oltre la realtà ci sono forme ignote, vive, brulicanti.
Sulla tempia di Bob Dubois non pulsa una vena di misticismo e questo lo rende tenero, tenero come un animale che vorrebbe volare o quanto meno spiccare un balzo di fiera senza riuscirci e, quindi, rimane un cucciolo da appartamento un po’ bizzarro.

Non ho detto nulla riguardo alla storia perché, pur non trattandosi di un giallo, non voglio rovinare il piacere della lettura a chi deciderà di comperarselo. Mi limito a dire che non è casuale che Einaudi pubblichi La deriva dei continenti in un periodo in cui il nostro Paese barcolla come un ubriaco preso dal panico perché sente che la visione è sfuocata, distorta, arcigna e l’ambiente che lo circonda confuso e ostile. L’America qui descritta pare uno specchio che riflette la nostra immagine e, allo stesso tempo, la precede. Ci sono banche che stritolano le persone, ci sono migranti disperati che approdano di notte sulle coste della Florida e ci sono persone che cercano fortuna ma vanno alla deriva, come continenti governati e mossi da forze di cui sono assolutamente ignari e ciononostante sono costretti, spinti a muovesi, a rotolare, direi.

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