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La dannazione di un uomo. “Le dodici vite di Samuel Hawley” di Hannah Tinti

La dannazione di un uomo. “Le dodici vite di Samuel Hawley” di Hannah TintiUno degli elementi che ci fa dire “questa persona ha talento!” quando si tratta di scrittura è la capacità di saper riadattare elementi e temi vecchi, già visti, secondo nuovi schemi narrativi. Non dimenticherò mai la frase che mi disse il mio professore di sceneggiatura al Liceo: «È già stato scritto tutto, quindi potete solo trovare nuovi modi per farlo» e questo credo sia il caso de Le dodici vite di Samuel Hawley terza fatica letteraria della scrittrice statunitense Hannah Tinti, pubblicata in Italia da Nutrimenti.

Dando un primo sguardo al libro, copertina e quarta, magari sfogliando distrattamente qualche pagina, si è tentati di pensare che questa storia è già stata raccontata dato che i protagonisti sono un padre dall’aspetto affascinante, dal passato e presente molto tormentati, e il rapporto con sua figlia adolescente: “già visto, avanti il prossimo!” si potrebbe dire ma invece questo romanzo, sebbene racconti dinamiche già affrontate, presenta nella narrazione dei fatti qualcosa di nuovo.

 

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Di sicuro è anche merito dell’ottimo lavoro di traduzione fatto da Sandro Ristori, che ha saputo riportare nella nostra lingua le sfumature semantiche e le particolarità del testo originale, tuttavia iniziando la lettura di questo romanzo ci rendiamo conto che c’è altro. Se dovessi usare una metafora, direi che i temi noti costituiscono l’ordito del tessuto e, su questi, Tinti inserisce varianti proprie della trama in questo squarcio di vita statunitense che ci regala.

«Il padre di Loo non usciva mai di casa senza un’arma. E ognuna aveva una storia. C’era il fucile che il nonno di Loo aveva usato in guerra, pieno di tacche, una per ogni uccisione. Adesso apparteneva a lei. C’era il fucile a canna liscia calibro venti proveniente da un ranch in Wyoming, dove suo padre aveva vissuto per un po’ lavorando con i cavalli. C’era un set di pistole da duello d’argento in un contenitore di legno lucido, vinte a poker in Arizona. La Ruger a canna corta che teneva in una sacca in fondo al suo armadio. La collezione di Derringer con l’impugnatura di perla, nascosta nell’ultimo cassetto della sua scrivania. E la Colt con il marchio di Hartford, Connecticut, su un lato.»

La dannazione di un uomo. “Le dodici vite di Samuel Hawley” di Hannah Tinti

Le armi, quelle da fuoco in particolare, sono la cifra caratterizzante. Hawley, quasi sempre per cognome viene chiamato il padre di Loo, non viaggia mai senza e il suo corpo, cui vanno aggiunte la sua vita e le sue esperienze, è il riflesso esatto di un’atmosfera di perenne pericolo, ansia, smania di allontanarsi da guai sempre più grandi e gravi che lo tormentano. In tutto questo l’occhio di un’osservatrice, la figlia, si interroga non solo su suo padre e su ciò che condividono, ma anche sulla sua stessa vita.

Nel romanzo di Tinti viene riservata molta attenzione alle donne: siano esse “le vedove” o “la moglie di Talbot” o le donne che non riescono a resistere al fascino di Hawley il quale «stringeva la bocca in una linea sottile, contraeva la mascella e impediva a chiunque di avvicinarsi troppo.»

Le eccezioni a questa categoria di donne che si infiltrano nella vita di Loo e Hawley, che tentano di sedurre lui o che rappresentano, come nel caso della moglie di Talbot, un intralcio allo scorrere degli eventi, sono due: Mabel Ridge e Lily, rispettivamente la nonna e la madre di Loo. Due figure misteriose, una più evanescente dell’altra per via del ruolo “al limite” che ricoprono nella storia, nella vita. Loo riscopre lentamente e in parti sempre staccate tra loro le sue origini familiari, incrociando sul suo cammino quasi per caso quei personaggi che, in realtà, avrebbero tutti i titoli e i diritti per essere parte integrante della sua vita.

«Loo infilò una mano. Le sue dita erano troppo corte. Era come indossare la pelle di qualcun altro. “Pensavo che solo le donne anziane portassero roba come questa”. “Lily era un tipo artistico. Sarebbe potuta andare all’accademia”. “E perché non l’ha fatto?”. “Perché invece si è messa nei guai. Come te stasera”. La vecchia si accigliò, e per la prima volta Loo capì che sua madre un tempo era stata una ragazza che mentiva ai suoi genitori, che pomiciava con i ragazzi nel bosco, che andava alle feste di nascosto. Sua madre aveva toccato quel telaio, si era guardata nello specchio inchiodato sul lavello, aveva battuto il batacchio a forma di ananas contro la porta. Ogni singolo oggetto intorno a lei iniziò a scintillare di possibilità. A partire dai guanti che le coprivano le dita.»

La dannazione di un uomo. “Le dodici vite di Samuel Hawley” di Hannah Tinti

Una grande porzione del romanzo è dedicata ai ricordi di Hawley, in particolare quando Loo era poco più di una neonata. La lunga scia di peccati, errori e sbagli che l’uomo si porta dietro da anni trova forse il suo avvio in un episodio apparentemente banale, un bagno al lago, ma caratterizzato da descrizioni crude che non danno a chi legge il tempo di tirare il fiato e riprendersi dalla costante atmosfera di ansia e pericolo, come ho detto sopra. Una figura estranea tormenta sempre il delicato equilibrio familiare e una minaccia si concretizza:

«Solo allora Lily lo vide davvero per la prima volta. Non ci fu bisogno di colpirla di nuovo. Si alzò, attraversò la spiaggia e si fiondò nella foresta, verso la casa e le pistole di Hawley. Se avesse corso più veloce che poteva avrebbe potuto andare a casa e tornare in un quarto d’ora. Quando arrivò in cima alla collina si fermò e si guardò alle spalle. Hawley cercò di pensare a un modo per dirle che gli dispiaceva, ma non gli venne in mente niente di meglio che toccarsi la fronte, come a sfiorarsi la tesa di un cappello che non aveva. Sua moglie rimase immobile per un momento, come se stesse per dare di stomaco, e poi arricciò il naso e si girò dall’altra parte. Scomparve.»

 

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Che cos’è successo di così grave da rendere dannata la vita di un uomo, tanto che questa dannazione si ripercuote anche sulla vita di sua moglie e di sua figlia? Questo è l’interrogativo che siamo spinti a farci sin dall’inizio del romanzo. Tinti ci fornisce la risposta a tratti, incalzando la lettura e spronandoci a farci girare pagina, collegando frammenti di ricordi, esperienze attuali, dolori mai del tutto elaborati in mezzo a tanti, tantissimi, proiettili.


Per la prima foto, copyright: Rainier Ridao.

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