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La dannazione di essere scrittore. “Ballando al buio” di Karl Ove Knausgård

La dannazione di essere scrittore. “Ballando al buio” di Karl Ove KnausgårdPuntata n. 10 della rubrica La bellezza nascosta

 

«“A dire il vero tu non sai niente di me,” riprese lei. “So abbastanza.” “No, tu vedi qualcosa di diverso. Ciò che vedi non sono io.” “Ti sbagli,” replicai. “In questo caso ti sbagli di grosso.” Ci guardammo a lungo. Poi sorrise.»

 

Siamo costantemente portati per natura a idealizzare le persone che incontriamo durante il nostro cammino, salvo poi ricrederci quando la realtà viene a chiederci il conto. Ed è indubbio che la nostra idealizzazione di un altro essere umano sia proporzionale al bagaglio di fantasia e immaginazione che ci portiamo dentro. Credersi uno scrittore ed esserlo sono due cose molto diverse, e tra le due intercorre la stessa distanza che ci potrebbe essere tra credere di saper volare e volare. La narrazione e il talento per la scrittura sono elementi innati che hanno solo bisogno di essere affinati ed educati; è quindi impensabile improvvisarsi o voler essere uno scrittore senza averne le giuste doti. Ma a volte il fuoco della scrittura può diventare una dannazione, un demone che ti tiene legato a una sedia, a un libro, a un quaderno, e che non ti dona la possibilità di staccarti dallo scrivere anche se non hai idee o la giusta concentrazione.

 

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Karl Ove Knausgård è nato ad Oslo nel 1968, Ballando al buio è il quarto dei sei libri (che formano un’opera omnia dal titolo: La mia lotta. In questa rubrica abbiamo già parlato di La pioggia deve cadere, quinto volume in ordine di pubblicazione) che Feltrinelli ha deciso di pubblicare in Italia. La traduzione di questo quarto libro è a cura di Margherita Podestà Heir.

La dannazione di essere scrittore. “Ballando al buio” di Karl Ove Knausgård

Karl Ove ha da poco raggiunto la maggior età, il suo più grande desiderio è quello di diventare uno scrittore, ma intanto accetta un lavoro da insegnante in un piccolo villaggio di pescatori, per avere il tempo di affinare la sua scrittura e guadagnare soldi per diventare indipendente. Ma se il suo primario obbiettivo è quello di mettere da parte i soldi per viaggiare e accumulare esperienze che gli dovranno servire per scrivere, Karl Ove si ritrova al circolo polare artico, in un posto estraneo. Tutto inizialmente sembra andar bene, riesce a essere abbastanza chiaro nelle sue lezioni a scuola, stringe qualche rapporto con le persone del posto e con qualche altro insegnate, viene notato da alcune ragazze per il suo aspetto fisico, e inizia la stesura di alcuni racconti.

Ma il tempo passa, le notti sono gelide e lunghe, e quello che scrive, spesso, Karl Ove lo rigetta come fosse un corpo estraneo, e ogni frase che il giorno prima poteva sembrargli giusta finisce per reputarla scarsa il giorno successivo. Si lascia così andare all’alcol, beve in maniera eccessiva, ogni giorno sempre di più, e tutto questo non lo aiuta nei sui tentativi di perdere la verginità.

All’interno di questo caleidoscopio di eventi, trova risalto l’attrazione fisica che lo scrittore sente di provare per una sua giovanissima allieva. E così, lentamente, Knausgård ci racconta, facendo delle digressioni, dei suoi anni del liceo, e ci porta nel rapporto pesante e distruttivo con suo padre, che ha contraddistinto e influenzato ogni punto della sua esistenza.

«Ma le cose stavano in questi termini, la vita quotidiana con il suo elenco infinito di piccoli doveri e di piccole imposizioni, di piccole chiacchiere e di piccoli compromessi ci circondava come un recinto. Io vivevo in quella vita, ma non quando bevevo, allora tutto era spaziosità e grandi gesti, e anche se il prezzo era alto, l’angoscia successiva grande, lo pagavo sempre, e già dopo un giorno o due potevo riprovare il desiderio di ributtarmi a capofitto in tutto questo e mandare a fanculo il resto.»

La dannazione di essere scrittore. “Ballando al buio” di Karl Ove Knausgård

Karl Ove Knausgård non usa grandi artifizi stilistici, ci racconta sempre le cose così come stanno, facendoci strada nel filo della sua esistenza, portandoci indietro e poi avanti, e poi di nuovo indietro. E ogni sua pagina scritta ci appare sempre come un racconto intimo di un amico, e siamo costretti ad ascoltare, perché dopo ogni pausa, ci piomba addosso la voglia di sapere come andrà a finire.

Il tono di Ballando al buio è spesso cupo, forse a causa delle notti a volte troppo lunghe, o forse a causa del suo sentirsi uno straniero in un luogo che avrebbe dovuto rappresentare il suo punto di svolta e il suo cambiamento radicale, ma che, a conti fatti, lo trascina nei vizi e nella solitudine che come un chiodo gli buca lo stomaco.

«Fuori stava facendo buio, l’autunno stava posando la sua mano sul mondo, cosa che io adoravo. L’oscurità, la pioggia, quegli improvvisi squarci di passato che si aprivano quando da qualche parte l’odore dell’erba umida e della terra si levava verso di me da un fosso, o quando i fari di un’automobile illuminavano una casa, era come se tutto ciò fosse catturato e rafforzato dalla musica che fuoriusciva dal walk-man che avevo sempre con me.»

 

La distanza tra quello che immaginiamo e quello che poi ci troviamo a vivere può essere come una lama tagliente che con parsimonia e senza sconti provvede a lacerarci.

La dannazione di essere scrittore. “Ballando al buio” di Karl Ove Knausgård

Il nostro grande dono di poter cercare di costruire in anticipo, nella nostra mente, una sorta di futuro, troppo spesso ci regala concenti delusioni, e naturalmente, quando a fare questi voli pindarici è uno scrittore, tutto assume toni e catastrofi emotive ancora peggiori.

«Come sempre mi ero alzato tardi la sera, avevo scritto durante la notte e passate le cinque, dato che non ce la facevo più, ero uscito nell’oscurità. Attraverso il villaggio ancora dormiente, su fino a scuola, dove dopo un piccolo peregrinare per la struttura andai a sedermi sul divano con un libro fino a quando la stanchezza divenne tale che mi sdraiai con gli occhi chiusi e il libro appoggiato sul petto.»

 

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Voler essere “qualcuno o qualcosa” e la distanza reale che ci separa dal poterlo essere dà vita a una serie di nevrosi che saremo costretti ad affrontare, e con cui saremo costretti a convivere. E man mano che quella distanza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere si assottiglierà, le nevrosi diminuiranno, e forse, finalmente, ci sentiremo arrivati da qualche parte, che poi in fondo ogni arrivo è un nuovo punto di partenza.


Per la prima foto, copyright: Ian Espinosa.

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