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La Croce Rossa contro i videogame violenti

War Games, Croce Rossa InternazionaleBasta violenze, torture e sparatorie nei videogiochi. A chiederlo è la Croce Rossa Internazionale convinta che videogame sempre più realistici e coinvolgenti non facciano affatto bene ai giovani. Addirittura, secondo la CRI, questi giochi sono talmente perfetti nella loro imitazione di ciò che avviene sui campi di battaglia che i loro ideatori dovrebbero rispettare, d’ora in poi, la Convenzione di Ginevra.

Un pensiero comprensibilissimo, quantomeno se si pensa che alcuni dei più famosi giochi di guerra a disposizione degli appassionati ripropongono missioni, battaglie e sparatorie così reali da essere utilizzati anche per l’addestramento dei militari. Da qui l’invito a inserire nei giochi un sistema di regolamentazione per evitare che diventino strumenti diseducativi, che stimolano la violenza e la disumanità.

Almeno stavolta, le buone intenzioni, non si sono limitate al lancio di strali. Il Comitato della Croce Rossa Internazionale, infatti, ha iniziato già da qualche tempo a collaborare con alcuni sviluppatori dei principali videogame di guerra, con l’obiettivo di inserire nella trama del gioco meccanismi e processi utili a far prendere coscienza a chi gioca seduto comodamente sul divano che nelle guerre reali esistono regole da rispettare e le menti dei soldati sono spesso attraversate da insondabili dilemmi.

Secondo i dati emersi da uno studio realizzato da alcuni consulenti della Croce Rossa, chi gioca non è solo un osservatore. Il videogame non è né un film né un libro, ma un sistema di “militainement” (intrattenimento legato alla visione di azioni militari) nel quale il giocatore sviluppa una “playstation mentality” (l’adeguamento di comportamenti e riflessi a quelli indotti dal gioco). Soprattutto il secondo concetto, se risulta utile agli sportivi, che con le simulazioni agonistiche si allenano, potrebbe avere altri effetti sul giocatore. Questione già assunta agli onori delle cronache con videogiochi come Grand Theft Auto III (nel quale il giocatore deve compiere alcune missioni per conto della malavita), Doom e altri sparatutto in prima persona, Bully (poi divenuto Canis Canem Edit, nel quale un ragazzino deve fare il bullo per guadagnare punti), contro i quali, anche in Italia, si sono scagliati associazioni, ministri e pure associazioni dei consumatori.

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Per evitare la banalizzazione, o quantomeno per limitarla, l’idea è quella di inserire all’interno dei videogiochi pop-up di allerta, ricompense in caso di rispetto delle regole, e sanzioni in caso di violazione. L’obiettivo è di evitare che i giocatori, assuefatti dalla violenza gratuita assorbita giocando, la percepiscano in modo distorto nella realtà, come accaduto in alcuni casi riportati dalla cronaca. Il lato difficile sarà dimostrare la validità di queste ipotesi, ma quantomeno i dati di vendita sono confortanti. Chi temeva in un flop dovuto alle limitazioni è stato smentito: le versioni “depurate” piacciono lo stesso. Ed è già questa una notizia, ci sembra.

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