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La condizione dei lavoratori nella letteratura

ILa condizione dei lavoratori nella letteratural testo che segue è quello dell’intervento che mi è stato chiesto di fare il 7 ottobre all’interno della trasmissione radiofonica Effetto Notte su radiosoundcity.net; molto più lungo della media degli articoli di questo blog proprio perché riprende la totalità dell’intervento, ma prometto di essere più breve nelle mie prossime interferenze hertziane.

 

Il tema di oggi è “a nero”, partendo dalla notizia del crollo di una palazzina a Barletta su otto operaie che lavoravano in nero per 4 euro l’ora. Mi sembra quindi opportuno iniziare da qualcosa molto a monte, per parlare di lavoro nero, di condizioni di lavoro, di passi che vanno più indietro che avanti: l’8 marzo. In pochi sanno che l’8 marzo non è la festa della donna, ma la giornata internazionale della donna, istituita in questo giorno proprio per ragioni che hanno a che vedere con i diritti delle donne nell’industria tessile: nel 1908, a New York, centoventinove donne, operaie in una fabbrica del settore, scioperarono per diversi giorni per protestare contro le terribili condizioni di lavoro, e l’8 marzo il proprietario – o meglio padrone – le chiuse all’interno della fabbrica e diede fuoco al capannone, all’interno del quale morirono tutte bruciate vive. Certo, le operaie di Barletta non sono morte per mano criminale del loro datore di lavoro, e non solo non scioperavano, ma una delle superstiti addirittura oggi dichiara di essere sempre stata trattata bene dai proprietari della fabbrica (a quanto pare clandestina), tanto che in estate questi benefattori dell’umanità avevano provvisto le finestre di zanzariere per proteggere le operaie dagli insetti (o dalla perdita di tempo che comportava cercare di scrollarseli di torno e grattarsi). E dice anche che sì erano solo 4 euro l’ora in nero (la metà di quello che prende una colf), ma erano pur sempre 4 euro, e lei adesso si deve trovare un altro lavoro. Questo ci dice che stiamo facendo passi da gigante verso il passato, quando i lavoratori non avevano nessun diritto e si consideravano già felici di avere un lavoro, seppur senza, non dico tredicesima, ma ferie e soprattutto pensione. Meglio un uovo oggi e niente domani che una gallina oggi e un pulcino domani!

Non solo la storia, ma anche la letteratura ci raccontano situazioni molto simili a queste, a cominciare da Charles Dickens, che, in David Copperfield, ci offre un chiaro ritratto dell’Inghilterra della metà dell’Ottocento, quella della rivoluzione industriale, con il lavoro minorile e lo sfruttamento della manodopera.

In Italia e nel resto dei Paesi occidentali, in teoria due secoli dopo, non abbiamo più lo sfruttamento minorile, ma di sicuro abbiamo quello dei lavoratori adulti su larga scala, siano essi in nero o no.

Fin quasi alla fine del secolo scorso, il XX, quello che grazie alle lotte operaie e al Fronte Popolare francese ha dato la settimana di quaranta ore, le ferie pagate, i giorni di malattia… in letteratura si trovano storie di lotta di classe e per i diritti dei lavoratori, cioè storie in cui i lavoratori stavano male ma cercavano di migliorare la loro situazione, si battevano per nuovi diritti.

In E le stelle stanno a guardare di Joseph Cronin, del 1935,  per esempio c’è questo elemento di lotta, seppur senza lieto fine. Siamo in un paesino dell’Inghilterra, nel periodo che va dal primo Novecento agli anni trenta. La comunità campa del lavoro dei minatori e la storia si srotola tra inevitabili disgrazie, illusioni di miglioramento delle condizioni di lavoro, giochi di potere, dilatazione dell’abisso tra ricchezza crescente di pochi e indigenza di molti. Finché il romanzo termina com’era iniziato: con l’immagine di poveri minatori, castrati nelle loro speranze, che le stelle accompagnano nella lenta, perigliosa discesa nelle viscere della terra.

L’essenzialità del tema trattato potrebbe costituire fattore di rischio, invece il romanzo è magnifico. È un lungo, tortuoso sentiero nei meandri di un’umanità cruda e disillusa, reso ancora più amaro dal fatto che i pochi che si battono per la giustizia verranno travolti da una maligna forza superiore e pagheranno amaramente l’aver cercato di cambiare le cose.

Anche Metello, di Vasco Pratolini, parla di lotte operaie e pensatori anarchici, "di socialismo, di uguaglianza, di lavoro che andava pagato secondo il sudore". Qui siamo ormai agli albori del Novecento. I lavoratori iniziano a prendere coscienza dei propri diritti, a coalizzarsi, ad organizzarsi nei sindacati, a scioperare. Si accende la lotta di classe tra operai e padroni, tra imprenditori e dipendenti. Una lotta sanguinosa, che lascia sul terreno anche dei morti. Metello, a Firenze, ne diventa protagonista, sperimentando sulla propria pelle l'insicurezza esistenziale, la fame, la miseria e la disperazione indotte dai giorni di sciopero prolungato, la responsabilità di prendere decisioni nell'interesse collettivo, la repressione anche militare di chi non si allinea coi padroni e ancora il carcere. La lotta per l'aumento del salario e per un miglioramento delle condizioni di lavoro si concluderà con una vittoria dei lavoratori. Una vittoria tuttavia parziale, striminzita, che lascerà in Metello un velo di amarezza per il duro prezzo pagato.

Sull’altro continente, abbiamo L’Aiuto di Kathryn Stockett, (2009).

Lo sfondo è quello del profondo Sud americano degli anni Sessanta, in cui i neri non hanno alcun diritto, in quanto considerati esseri umani inferiori rispetto ai bianchi. Qualunque sospetto di violazione, anche minima, della legge razziale comporta la perdita del lavoro, con una possibilità del tutto remota di poterne trovare un altro.

C’è un parallelo fra questo racconto e quanto successo a Barletta. Parlo del lavoro nero, sottopagato e sfruttato e di quanto succede in moltissimi altri posti d’Italia. E il nostro Paese, che si spaccia per moderno, non è tanto diverso dal Sud razzista americano di mezzo secolo fa. Ci sono la paura, l’omertà, l’accettazione di un proprio destino immutabile. È la rassegnazione al proprio ruolo di “schiave” che dipendono totalmente dai pochi soldi tirati su con fatica e sudore. E se parlo e se mi ribello, sono in strada, senza più possibilità di trovare un altro lavoro: e chi li manda a scuola i miei figli? Come lo pago l’affitto?

 

La condizione dei lavoratori nella letteraturaQuesti sono degli esempi di letteratura del passato o anche recenti, ma che ricordano tempi passati. La letteratura del XXI secolo che riguarda il lavoro è, invece, tutt’altra: parla di precariato senza rivolta, come le donne di colore degli anni 60 americani, di lavoro in nero, di call center pieni di laureati precari sottopagati, di lavoratori interinali che per stipendi bassi fanno lavori rischiosissimi, e di morti bianche, che ancora non si capisce bene perché debbano essere definite bianche, e anche queste sono frutto dello sfruttamento, dell’andare a risparmio…

Forse l’esempio più eclatante può essere tratto da Gomorra di Saviano, con il capitolo intitolato Angelina Jolie.

“Esistono ancora fabbriche vincenti. La forza di queste imprese è tale che riescono a far fronte al mercato della manodopera cinese perché lavorano sulle grandi griffe. Velocità e qualità. Altissima qualità. Il monopolio della bellezza dei capi d’eccellenza è ancora loro. Il made in Italy si costruisce qui. Caivano, Sant’Antimo, Arzano, e via tutta la Las Vegas campana. “Il volto dell’Italia nel mondo” ha i lineamenti di stoffa adagiati sul cranio nudo della napoletana. Le griffe non si fidano a mandare tutto a Est, ad appaltare in Oriente. Le fabbriche si ammonticchiano nei sottoscala, al piano terra delle villette a schiera. Nei capannoni alla periferia di questi paesi di periferia. Si lavora cucendo, tagliando la pelle, assemblando scarpe. In fila. La schiena del collega davanti agli occhi e la propria dinanzi agli occhi di chi ti è dietro. Un operaio del settore tessile lavora circa dieci ore al giorno. Gli stipendi variano da cinquecento a novecento euro. Gli straordinari sono spesso pagati bene. Anche quindici euro in più rispetto al normale valore di un’ora di lavoro. Raramente le aziende superano i dieci dipendenti. […] Più della metà dei dipendenti di queste aziende sono donne. Abili, nate dinanzi alle macchine per cucire. Qui le fabbriche formalmente non esistono e non esistono nemmeno i lavoratori. Se lo stesso lavoro di alta qualità fosse inquadrato, i prezzi lieviterebbero e non ci sarebbe più mercato, e il lavoro volerebbe via dall’Italia. Gli imprenditori di queste parti conoscono a memoria tale logica. Nelle fabbriche spesso non c’è astio tra operai e proprietari. Qui il conflitto di classe è molle come un biscotto spugnato. Il padrone spesso è un ex operaio, condivide le ore di lavoro dei suoi dipendenti, nella stessa stanza, sullo stesso scranno. Quando sbaglia paga direttamente con ipoteche e prestiti. La sua autorità è paternalistica. Si litiga per un giorno di ferie e per qualche centesimo di aumento. Non c’è contratto, non c’è burocrazia. Volto contro volto. E si tracciano così gli spazi delle concessioni e degli obblighi che hanno il sapore dei diritti e delle competenze. […] In queste fabbriche non ci sono sguardi che fissano il terreno. Sanno di lavorare sull’eccellenza, e sanno di avere stipendi infimi. Ma senza l’uno non c’è l’altro. Si lavora per prendere ciò di cui hai bisogno, nel miglior modo possibile, così nessuno troverà motivo per cacciarti. Non c’è rete di protezione. Diritti, giuste cause, permessi, ferie. Il diritto te lo costruisci. Le ferie le implori. Non c’è da lagnarsi. Tutto accade come deve accadere. Qui c’è solo un corpo, un’abilità, una macchina e uno stipendio. Non si conoscono dati precisi su quanti siano i lavoratori in nero in queste zone. Né quanti invece siano regolarizzati, ma costretti ogni mese a firmare buste paga che indicano somme mai percepite.

[…] Tutta la moda delle passerelle, tutta la luce delle prime più mondane proviene da qui. Dal napoletano e dal Salento. […] Da qui partono. Da questo buco. Tutte le merci hanno origine oscura. E’ la legge del capitalismo. Ma osservare il buco, tenerlo davanti insomma, dà una sensazione strana. Una pesantezza ansiosa. Come avere la verità sullo stomaco”.

 

Nel nostro viaggio nella letteratura di questo secolo sul lavoro dobbiamo ancora citare Michela Murgia e il suo Il mondo deve sapere – romanzo tragicomico di una telefonista precaria e soprattutto Mi spezzo ma non m'impiego. Guida di viaggio per lavoratori flessibili di Andrea Bajani, la cui descrizione su ibs.it dice “Li chiamano lavoratori precari e invece sono turisti instancabili, viaggiatori sempre pronti a partire per una nuova eccitante vacanza dalla disoccupazione. Sono i lavoratori "atipici", diventati ormai così tanti da potersi considerare i più tipici tra i lavoratori in circolazione. Sono gli ex co.co.co., i neo co.co.pro., le Partite Iva, gli interinali, i tempi determinati. Sono trentenni che vivono come adolescenti tra altri adolescenti, ragazze che nascondono la gravidanza per non perdere il lavoro, uomini e donne non più giovani che finiscono in un call center a dire "Buongiorno sono Marco"”. Sempre su ibs questo libro vanta 29 commenti di lettori di cui 28 con un voto di 5/5 e uno di 4/5.

E per parlare di morti sul lavoro, Lavoro da morire – Racconti di un’Italia sfruttata di autori vari, la cui postfazione recita: “Undici scrittori italiani raccontano un'Italia sfruttata. […] Questi racconti nascono dal bisogno di uscire dall'emergenza di fenomeni generali che di volta in volta si chiamano lavoro nero, disoccupazione, precarietà, morti bianche, per avvicinare l'orecchio a storie di vita ed esperienze professionali di donne e uomini che hanno lavorato, lavorano o vorrebbero farlo, che hanno da raccontare vicende minime di ordinario sopruso o, se si preferisce, di quotidiana fatica spesa a difendere diritti che con grande facilità finiscono calpestati”.

Dobbiamo ancora segnalare Gli Africani salveranno Rosarno, a cura di Antonello Mangano, cronaca della lotta alla mafia e al caporalato non degl’Italiani, ma degl’immigrati. Il libro analizza gli aspetti socio-economico (lavoratori marginali inseriti in un contesto mafioso moderno ed arcaico), giuridico (come le leggi razziste producono marginalità fino al lavoro servile), storico (dall’occupazione delle terre all’omicidio Valarioti fino alle lotte di massa contro la mafia), geopolitico (le grandi migrazioni dall’Africa all’Europa).

E infine, perché no, La centrale, di Elisabeth Filhol uscito da noi nel 2010, inchiesta sui lavoratori precari delle centrali nucleari in Francia, che affrontano per 1500 euro mensili i lavori di manutenzione più rischiosi.

 

Adesso però vorrei fare un salto indietro, cioè al secolo scorso e alla sua letteratura sindacalista, segnalandovi la bella recensione di Mammut, di Antonio Pennacchi, a firma Francesco Forestiero su sulromanzo.it. Perché adesso e non prima? Per poter brillantemente fare il collegamento col blog letterario Sul Romanzo, del quale vi parlerò in ogni mio intervento futuro, semmai masochisticamente decidessi di continuare questa collaborazione con voi. Quindi vi consiglio fortemente l’articolo di Forestiero in data 23 settembre, che invita alla lettura di Mammut “almeno per la rilevanza storica dei fatti narrati e per la scrittura pungente di Pennacchi, già ben evidente in questa prima opera”.

E una volta che siete su sulromanzo potete leggere il mio articolo sul problema delle traduzioni “Abbattete quel traduttore, o quantomeno licenziatelo”, datato 12 settembre. E questo mi permette di lanciare un appello: Sul Romanzo è un blog sulla letteratura e sul mondo editoriale, con qualche incursione anche nella fotografia, nella musica, nel teatro… ma tutto in italiano. Abbiamo recentemente deciso di aprirci anche ad altre lingue, l’inglese e il francese, e per ciò stiamo cercando collaboratori capaci di scrivere – ottimamente – in queste due lingue di letteratura e affini.

Ovviamente dopo aver letto questi due pezzi potrete leggerne anche molti altri, ne pubblichiamo due o tre al giorno, e di volta in volta nelle prossime trasmissioni vi segnalerò i più interessanti. E per chi fosse interessato al mondo dell’editoria, segnalo anche “Ottimismo e pessimismo, scrittura online ed editoria”, di Morgan Palmas, pubblicato il 30 settembre.

 

Ringrazio profondamente tutti gli Antani per la loro collaborazione senza la quale non avrei potuto partorire questo intervento, e in particolar modo Libano, Fredd, Enzina, Iezz, il Maestro, Dalé, Gerardo, Ludmilla e Elena.

 

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