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La civiltà dell'iperbole

La civiltà dell'iperboleNon ho ancora approfondito con attenzione la questione, ma un’impressione generale mi stuzzica da un po’ di tempo i pensieri: che ogni epoca, cioè, abbia una sua figura retorica caratteristica. S’intende che, come tutte le impressioni, anche questa non è ancora stata ben motivata e strutturata nelle sue parti, però in alcuni casi già funziona: il Barocco è il momento della metafora, che assume un valore non solo estetico, ma anche conoscitivo; lo stesso si può dire della similitudine per la Commedia di Dante, e si ha poco da dire che la Commedia non è un’epoca, perché in effetti è molto di più.

E così, se provo ad applicare quest’idea alla contemporaneità o post-modernità che dir si voglia, mi sembra che la nostra sia l’epoca dell’iperbole, figura retorica che gli studenti amano particolarmente perché è facile da individuare: è un’esagerazione. E noi oggi abbiamo bisogno di esagerare, forse per nascondere qualcosa che non siamo, oppure per poter sognare con più facilità.

Il linguaggio, in particolare quello giovanile, è ricco di iperboli, soprattutto nell’aggettivazione. L’abuso di aggettivi corrisponde, nelle descrizioni, all’incapacità della lingua di essere tanto efficace nelle descrizioni quanto lo possono essere la fotografia o il cinema. Si sente di conseguenza il bisogno linguistico di correre ai ripari, fornendo quanti più particolari possibili: dire che dei capelli sono “biondi” poteva bastare a Petrarca, ma non certo a mia sorella. “Che biondo?”, chioserebbe, “biondo chiaro, scuro, naturale, cenere, platino, miele, castano?”. Niente di diverso da quanto accade con l’iperrealismo in pittura, tanto per dire. Di contro, impoveriamo il nostro lessico perdendo talune sfumature (di preciso, tanto per dire, che cos’è il biondo veneziano?), e ci troviamo a dover supplire a quei concetti, o immagini, attraverso l’elaborazione delle parole in nostro possesso.

Eccoci allora a trovarci insoddisfatti di fronte a certi meccanismi linguistici. Ne è un esempio l’aggettivo “simpatico”, che ha sostanzialmente perso il suo significato originario e la sua carica semantica più semplice. “Simpatico”, a ben pensarci, significa che fa ridere: Paperino è simpatico, giusto per capirci, perché è buffo. Ma se io dico che un mio amico è simpatico, cosa capisce oggi il mio interlocutore? Che è una persone come altre, non certo che fa morire dal ridere con le sue barzellette fulminanti; infatti “simpatico” è ormai un termine neutro, impiegabile per qualunque persona, e privo quindi di connotazione semantica. Un’iperbole mi sarà d’aiuto per descrivere il mio amico: sarà “strasimpatico” o “troppo simpatico”, oppure, giustappunto, farà “morire dal ridere”, che non è, letteralmente, un augurio così amorevole da autoinfliggersi. Questo stesso processo avviene con molti altri termini ed espressioni, non sempre e solo attraverso l’impiego dei prefissi “iper”, “mega” o il molto meno usato “arci”. Raggiunge anche lemmi, in alcune sperimentazioni dal mio punto di vista interessanti, a prima vista impensabili: ecco allora lo “stra-sì” e lo “stra-no”, forse inconsueti ma chiarissimi nel loro significato e uso, che ho trovato in alcune risposte di Facebook.

C’è il rovescio della medaglia, s’intende, l’elemento che fa venire il prurito alle mani ai puristi. Perché siamo arrivati a questo punto? Quando “simpatico”, “sì” e “no” hanno smesso di essere sufficienti per esprimere un concetto? Secondo la linguistica storica, i termini monosillabici sono più deboli e tendono a sparire, per questo vengono rafforzati: si pensi al “sìne” del dialetto napoletano, o alla necessità che abbiamo di raddoppiare il “sì” nelle risposte. E vabbè. Ma “simpatico”? Uno slittamento semantico può aiutarci a capire in parte: tendiamo infatti ad impiegare “simpatico” non più nel suo senso proprio, ma, già si diceva, come termine neutro di descrizione di una persona. Di quante delle persone che ci circondano non potremmo dire che sono “carine e simpatiche”? I due termini si sono svuotati di significato, hanno valore puramente neutro. Ecco perché necessitiamo dell’iperbole per comunicare nuovi significati: perché i nostri strumenti linguistici non ci supportano più.

La lingua ci segue e ci precede; accompagna il nostro pensiero, si adatta ai nostri bisogni espressivi e a sua volta li modella. Nomina sunt consequentia rerum; ma è pur vero che il pensiero si esprime attraverso la parola e ne determina quindi anche talune possibilità. L’iperbole linguistica è l’iperbole di pensiero, è il bisogno di essere di più, di caricare e in qualche modo mascherare quello che si è.

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Commenti

E il povero Jankélévitch che amava tanto la litote? Quando verrà arrivare la sua epoca? Quella in cui il TG1 dirà "l'Italia versa in condizioni meteorologiche ben poco primaverili" e gli amici saranno "di compagnia non sgradevole"? Vedremo allora D'Orrico parlare di romanzi "non immeritevoli" o che "sarebbe sconsigliabile ignorare", piuttosto che di immortali capolavori a cadenza settimanale. Che bella sarebbe, un'epoca della litote... Tutt'altro che inauspicabile!

verrà = vedrà
Sorry

Bella ed acuta la nota sull'iperbole alla quale aggiungerei certe annotazioni di Roland Barthes che a proposito di iperbole (esagerazione) tira in ballo il discorso amoroso che esagerato lo è sempre. Con questo non si vuole affermare che chi esagera ama, ma non si può nemmeno dire il contrario. Quanto a volere fare dell'iperbole la figura retorica del nostro tempo, date le premesse, non sarei d'accordo: c'è stato un tempo, che non è il nostro, in cui al posto del rapido e telegrafico tvb (ti voglio bene) dei nostri ragazzi, gli innamorati (esagerando) scrivevano "caro sospiro del mio cuore..."

E' vero, forse in amore nel linguaggio amoroso le cose vanno un po' diversamente!

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