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“La Cina sono io” di Xiaolu Guo: nuove realtà cinesi

Xiaolu Guo, La Cina sono ioXiaolu Guo, scrittrice e regista cinese trapiantata a Londra, ha presentato a Milano il suo nuovo romanzo La Cina sono io, edito, nella traduzione di G. Amaducci, da Metropoli d’Asia, giovane casa editrice che si propone di scoprire, tradurre e proporre a un vasto pubblico narratori contemporanei asiatici che propongono temi e scritture innovativi.

La Cina sono io è sicuramente un romanzo innovativo e affascinante, perché ci racconta la storia di Iona, una traduttrice scozzese che lavora a Londra, alla quale il suo editore consegna un plico contenente un fascio di fogli disordinati, in parte lettere e in parte pagine di un diario, scritte in cinese. Compito di Iona è quindi non solo tradurre, ma anche riordinare questi frammenti sparsi fino a ricostruire una storia che abbia un senso logico.

Affascinata da ciò che legge, Iona si lancia nell’impresa e scopre a poco a poco la tormentata vicenda di Jian, musicista punk di Pechino espulso dalla Cina perché considerato “antirivoluzionario”, e di Mu, la sua ragazza poetessa d’avanguardia. È stata proprio Mu a consegnare a un direttore editoriale inglese incontrato casualmente a Pechino il plico di lettere e diari, nella speranza che la casa editrice britannica riesca a sapere qualcosa di più del suo compagno scomparso. Il romanzo alterna quindi, al principio in modo disordinato, poi con sempre maggiore ordine e chiarezza, la ricostruzione delle vicende di Jian e Mu e l’influenza che questo lavoro particolare avrà sulla problematica vita personale di Iona, per giungere a una conclusione inaspettata.

Xiaolu Guo ha risposto alle nostre domande nel corso di un’intervista nell’hotel milanese che l’ha ospitata durante la sua partecipazione a BookCity.

 

Il libro mi è piaciuto molto, ma alla fine ero un po’ arrabbiata con lei per tutto ciò che fa passare a Jian, il coraggioso musicista punk.

Il protagonista è un terrorista culturale, destinato quindi a essere sconfitto dal sistema. La musica punk non ha melodia, contano solo le parole, quindi è più rivoluzionaria di altri generi perché colpisce per il suo linguaggio, per questo in Cina non ha avuto la possibilità di diffondersi come in altri Paesi.

 

Iona, la traduttrice, è colpita dalle sfumature di senso che il testo assume passando da una lingua all’altra, ma anche dalla difficoltà di trasferire il significato originale dal cinese all’inglese. È un problema che si è posta realmente anche lei?

Traducendo le lettere e i diari Iona fa fatica a collocarli nel tempo perché in cinese non ci sono tempi come il passato e il futuro, l’unico tempo è il presente, per cui la collocazione temporale di un testo è estremamente difficoltosa, ma è anche complesso ottenere lo stesso significato in una lingua profondamente differente dal cinese come può essere l’inglese. Scrivere sia in cinese che in inglese mi permette di giocare con le lingue, di aggiungere altri livelli di significato al testo.

 

A proposito di questo, quali difficoltà incontra scrivendo abitualmente sia in inglese che in cinese?

Mi piace sfidare gli altri scrittori che magari scrivono in una sola lingua e passare dall’una all’altra, perché mi rendo conto di esprimere due personalità differenti se scrivo in inglese o in cinese. In linea di massima, si ha una maggiore libertà scrivendo in un’altra lingua, perché quando si scrive in quella del proprio Paese si è condizionati da una censura, che non è soltanto quella politica. Si può avere paura di offendere il marito, l’amante, i parenti, i figli, mentre in un luogo straniero ci si sente più liberi.

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Xiaolu GuoQual è il suo personale ricordo della vicenda di piazza Tienanmen, che influenza profondamente i personaggi del romanzo?

All’epoca ero molto giovane, avevo solo 16 anni, ma l’ho vissuta attraverso le esperienze di mio fratello maggiore, che allora era studente a Pechino e stava sulla piazza con i manifestanti. Ho vissuto quindi intensamente quei momenti, come il personaggio di Mu ero innamorata dei poeti della beat generation. Volevo che gli eventi di quel periodo separassero i protagonisti per dimostrare che la politica può distruggere tutto, anche l’amore. Credo che Tienanmen sia stato un momento molto doloroso nella storia della nostra generazione, anche perché era un movimento destinato in partenza a fallire. Una rivoluzione deve avere una base intellettuale, e soprattutto una base giuridica che permetta di costruire un processo democratico, ma in quel caso mancavano completamente.

 

C’è una sorta di parallelismo tra le vite di Iona e di Mu, visto che anche Iona vive lontano dalla sua famiglia e non si trova del tutto a suo agio a Londra, essendo scozzese?

Non così tanto. Mu crede molto nell’amore romantico, mentre Iona è una donna occidentale che è più interessata al sesso che all’amore. Direi che rappresentano due estremi: Iona vive in un mondo libero e democratico e pratica il sesso liberamente, aprendosi solo alla fine a una possibile storia d’amore. Mu, invece, è molto più pura e semplice. Il lettore deve seguire la trasformazione di Iona e scoprire insieme a lei il mondo che va traducendo e la sua cultura differente.

 

Ora lei vive a Londra: torna spesso in Cina?

Sì, almeno una volta all’anno per girare un film, che per me non è un lavoro ma una passione. Giro lì perché so di conoscere la società cinese meglio di quella occidentale e mi è più facile riprenderla. In Cina adesso succede quello che succedeva in America negli anni Cinquanta, con la corsa sfrenata al successo e al capitalismo, o addirittura in Inghilterra ai tempi della rivoluzione industriale, solo che il processo è molto più estremo e concentrato. In pochi anni un miliardo di persone è passato dalla fame a un tenore di vita decente.

 

Questo libro sarà pubblicato in Cina, oppure l’argomento è troppo sensibile per il pubblico di quel paese?

A Hong Kong e a Taiwan sì, ma non in Cina.

 

Non teme di avere problemi con il governo cinese per i libri che pubblica in occidente?

All’inizio mi preoccupavo molto,  ma ormai scrivo da vent’anni, faccio film da quindici e non ho mai avuto problemi. Bisogna essere artisti intelligenti e trovare delle metafore per parlare di certe cose anche in una storia d’amore. Artisti come Sciostakovic e Bulgakov, del resto, sono riusciti a scrivere i loro capolavori anche sotto Stalin.

 

Nel romanzo si parla ampiamente di Vita e destino, un corposo romanzo russo di Vasilji Grossman che racconta l’assedio di Stalingrado, tanto che a me è venuta la curiosità di leggerlo. Come mai ha fatto questa lunga citazione?

Lei è la prima giornalista che mi fa una domanda a proposito di Grossman! Direi che ho introdotto un libro nel libro per poter parlare meglio di ciò che volevo dire con la mia storia, per accennare a certi temi in modo indiretto. 

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