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La chiusura de «La Padania»? Morte annunciata del giornale

Lega NordQualche giorno fa la prima pagina de «La Padania» ha annunciato che da dicembre il quotidiano chiuderà. 

La notizia che il quotidiano della Lega Nord non sarà più in edicola non ha avuto risalto come accaduto per altri, e anche all'interno del partito quasi nessuno si è mosso. I motivi? Principalmente perché si tratta della morte annunciata di un organo di partito poco amato dal suo stesso partito, come spiega bene un libro uscito appena qualche mese fa. Si tratta di Storiacce padane, come non costruire un partito, tantomeno il suo giornale, di Roberto Schena (Magenes editore).

Professionista “nato” ne «Il Giornale» di Indro Montanelli, Schena è stato uno di coloro che La Padania hanno contribuito a fondarla. Il suo momento d'oro è stato alla fine degli anni Novanta, quando il giornale vendeva anche 50-60 mila copie. Attualmente cura il blog Il cielo sopra Milano.

 

Roberto Schena, come si è arrivati a questo epilogo di un giornale che ha sempre fatto discutere, fin dal nome?

Diciamo che era una morte annunciata da diversi anni. In Storiacce padane spiego che lo Stato italiano ha versato al quotidiano della Lega un totale di oltre 60 milioni di euro, dal giorno in cui è nato, sotto la direzione di Gianluca Marchi. C'è stato un declino terribile dal '97, quando «La Padania» in edicola vendeva tra le 50 e 60 mila copie, toccando picchi di 70 mila la domenica. Si realizzavano inchieste scottanti, celebri quelle su Berlusconi di Max Parisi, sulla Fiat, sulla mafia, sugli incessanti finanziamenti ai terremotati  dell'Irpinia. Un giornale sul quale scriveva allora anche un certo Marco Travaglio, sotto lo pseudonimo di Calandrino. Ma quando ti riduci a vendere meno di 6 mila copie al giorno hai poche speranze di campare a lungo ed erano già almeno 7-8 anni che il giornale soffriva terribilmente di mancanza di vendite.

 

E poi che è successo? Quando è iniziato questo declino?

Poi è nata la concorrenza: da una parte «Il Giornale» ha reagito, ha cercato di riguadagnarsi le copie perdute in nostro favore, indi  è nato «Libero», che ha portato quasi immediatamente al dimezzamento delle nostre copie. Non c'è stata una reazione dal parte del partito e del giornale, c’è da chiedersi perché. Si è lasciato decadere il numero delle copie, non c'è stato un solo investimento, anche economico, che sarebbe stato necessario. Eppure il giornale per anni aveva guadagnato parecchio, parlo di cifre nell'ordine dei miliardi di lire, potenziate dal finanziamento pubblico. Soldi che ancora oggi si fa fatica a capire come siano stati investiti. Voci dicono che siano stati impegnati per acquistare le frequenze di Radio Padania, pare ne siano state acquistate anche in territori dove non serviva arrivare, tipo province del Sud Italia. “E’ un investimento”, ci dissero, tuttavia,  quando venne il momento di reagire all'attacco della concorrenza   non c'era un soldo in cassa. E di colpo, intorno al 2000, siamo scesi a 20 mila vendute. Il problema è che lo stato, quando elargisce fondi ai giornali di partito, non controlla come sono spesi. 

 

Eppure la Lega, in quegli anni, era un partito fortissimo, non è vero?

La Lega era entrata nell'area di governo, improvvisamente era diventata  ultracattolica, cosa che ha dato molto fastidio alla base di allora. “Storiacce padane” ricostruisce tutto. Con la direzione di Giuseppe Baiocchi si è cominciato con le interviste a ex democristiani, cosa che non interessava a nessuno dei nostri lettori ma erano importanti come “vetrina” del partito “neocattolico”. E si è così arrivati al 2003-2004 con 10-15 mila copie vendute. Il giornale e il partito erano col vescovo ultraconservatore Marcel Lefebvre, pur non possedendo nemmeno le basi di una formazione cattolica moderata. Basti pensare che negli anni 90 Roberto Maroni, con molto anticipo, si era pronunciato a favore del matrimonio omosessuale, lo aveva dichiarato in un’intervista a Massimo consoli già nel 1995 se non erro, quando nessun politico, neanche di sinistra, si azzardava a parlare di argomenti simili. Invece cambiò tutto, e la Padania, che era un po’ il Fatto quotidiano dell'epoca (pensando alle inchieste che proponeva e al numero di copie vendute) fu costretta diventare una sorta di cartina di tornasole per la trasformazione della Lega in partito ultracattolico. Hanno cominciato a scrivervi anche una serie di “intellettuali” noti perché considerano il Risorgimento alla stregua di una strategia satanica. 

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Roberto Schena, Storiacce PadaneE nessuno, all'interno della Lega, si accorse del declino? A nessuno importava che il giornale stesse perdendo il cosiddetto “appeal”?

Alla dirigenza di fatto importava nulla del giornale,  è andata avanti per anni su questa linea. Tanto c'era il finanziamento pubblico dei partiti a tappare le falle. A nessuno, giornalisti a parte, importava davvero che il giornale fosse comprato in edicola, bastava che lo acquistassero i militanti più fedeli. La mancanza di vendite comportava in realtà la riduzione di pagine e di rubriche. Il giornale si risollevò, leggermente, con le  direzioni di Gianluigi Paragone e Leonardo Boriani, quest’ultimo riuscì a dare voce alla nutrita rete di sindaci e  presidenti di provincia della Lega, facendone gli interlocutori privilegiati del giornale. Invece di fare le solite interviste settimanali sempre agli stessi alto-dirigenti, Calderoli, Borghezio, Giorgetti, almeno affrontava argomenti più concreti. Ma pian piano è scemato nel disinteresse anche il supporto di questa rete. 

 

Umberto Bossi, in tutto questo, che ruolo ha avuto?

L'aggravarsi delle sue condizioni di salute è stato un altro elemento che ha portato all'affondamento de «La Padania». Con Bossi all'ospedale il giornale era diventata la pura espressione del cosiddetto Cerchio Magico. «La Padania», per come era nata, doveva esprimere un orientamento federalista, ma   la dirigenza ha sempre avuto paura che il giornale esprimesse veramente la base, ossia che esprimesse quel pubblico che negli ultimi anni era maturato attorno a questa idea di organizzazione dello stato. Si è persa una grande occasione. Ora, anche il federalismo non ha più credibilità, annegato fra l’abolizione delle Provincie e le ruberie più o meno dirette nelle Regioni. Di fatto la parte secessionista della Lega si è mangiata quella federalista rimanendo isolata, senza rendersi conto che si sarebbe dovuto avviare un lavoro più paziente. 

 

Eppure gli argomenti federalisti trovavano molti favorevoli, al Nord come al Sud. Nessuno lo vedeva questo?

La Lega presentata dalla «Padania», del Sud non ha mai capito niente. Bastava studiare un poco per capire che la vera cultura revisionista del Risorgimento era nata al Sud, dove sono nati fior  di studiosi e teorici del federalismo. Oggi tutti hanno capito che il Sud è stato conquistato in modo brutale, ma ci sono voluti dei decenni per farlo capire. Pur di non fare uno stato federalista, nel Risorgimento si è imposto lo stato unitario con la brutalità, con grande responsabilità del Nord. Ma questa analisi è sempre mancata al Carroccio, come è mancata la capacità di analisi su come si è costituito lo Stato unitario.  «La Padania», voce della Lega, si è auto-isolata nelle regioni del Nord, non è riuscita a diventare il riferimento di quella cultura federalista emersa negli anni della seconda repubblica. Nello stesso tempo, la Lega piazzava una pletora di suoi  uomini  in posti di responsabilità, potenti e ben pagati, creando una classe amministrativa burocratica che, a parte qualcuno, è poi crollata nell'ignominia. Matteo Salvini sta ora trasformando definitivamente la Lega da partito federalista a partito della destra lepenista.

 

Un profondo cambio culturale, insomma?

Cultura? La verità è che la Lega ha un profondo disprezzo della cultura e degli intellettuali. L'unico, Gianfranco Miglio, è stato trattato a pesci in faccia, nel mio libro lo spiego. La Padania era il prodotto culturale più importante del Carroccio. Se chiude è più il fallimento  del partito che del giornale.  Senza organo di informazione una struttura politica non può sopravvivere a lungo, ma questo non l'hanno ancora capito.  Nella Lega non sono culturalmente attrezzati per costruire una testata di prestigio.  

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