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La Caduta del Muro di Berlino – 25 anni fa, un nuovo corso per la storia

Caduta Muro di BerlinoLa Caduta del Muro di Berlino, di cui si celebrano oggi i 25 anni, rappresenta per la storia europea, se non mondiale, un momento gravido di conseguenze, perché pone fine a una situazione inedita: un “fabbricato” costruito nel centro del Vecchio Continente per dividere in due una città, un Paese e un continente, in due grandi aree di influenza.

Parliamo del Muro e della sua caduta con Gianluca Falanga che, ormai da anni, collabora con il Museo della Stasi in Germania, autore di tre saggi (Non si può dividere il cielo. Storie del muro di Berlino; Il ministero della paranoia. Storia della Stasi Spie dell'Est. L’Italia nelle carte segrete della Stasi), tutti editi da Carocci, in cui sviscera le ragioni politiche che hanno reso possibile la costruzione del Muro, offre un quadro chiaro della vita nella Germania dell’Est al tempo della Stasi e dei tentativi, più o meno riusciti, di quest’ultima di concretizzare una rete di spionaggio e controspionaggio in Occidente, inclusa l’Italia.

 

Il 9 novembre 1989, giusto 25 anni fa, viene smantellato il Muro di Berlino. Cosa ha significato questo smantellamento per un Paese e per una città vissuti per 28 anni nel segno della separatezza e della scissione?

Sul piano materiale, costi ingenti di riunificazione di tutto ciò che in decenni era stato brutalmente ma accuratamente separato, sin nei minimi dettagli. A Berlino, negli anni Novanta, tutto era doppio: due parlamenti, due Opere di Stato, due Biblioteche nazionali, due poli museali, due reti idriche, del gas, dell’energia elettrica. Al di là dei costi, che peraltro ancora pesano sul budget comunale, la riunificazione ha dato il là a una straordinaria rinascita della città tornata unita e soprattutto capitale. Oggi Berlino ha cambiato volto, i tedeschi parlano della Nuova Berlino, che ha uno spirito del tutto nuovo rispetto al passato, una metropoli internazionale, veramente multietnica e tollerante, giovane, dinamica, considerato il recente passato novecentesco, un vero e proprio balzo in avanti. Chi la conosce bene però sa che Berlino ha anche voglia di tornare “normale”, di ritrovare stabilmente un proprio carattere, lasciandosi alle spalle la drammatica cavalcata del secolo passato, i cambiamenti drammatici e traumatici che l’hanno stravolta e costretta a una vita “ai limiti”, a un’esistenza inquieta. A venticinque anni dall’ultima grande svolta epocale questo processo di “normalizzazione” si sta silenziosamente completando.

 

Nel suo saggio Non si può dividere il cielo. Storie dal muro di Berlino, definisce la Storia del Muro di Berlino come "storia collettiva". Perché?

Il Muro non divise solo i berlinesi e i tedeschi dell’Est e dell’Ovest, ma l’Europa, il mondo, forse tutta l’umanità, fu un simbolo terribile di un mondo che credeva di vivere in pace, ma era una pace opaca, sottesa da tensioni politiche e ideologiche violentissime e all’ombra minacciosa di una possibile catastrofe nucleare. Il Muro, a livello generale, era espressione di un compromesso, un equilibrio di poteri, proprio come quello invisibile che divideva gli italiani e frenava la maturazione della nostra democrazia, l’origine di tante nostre disgrazie anche odierne. Ma a un livello più basso, quotidiano, era un “fabbricato”, un’opera dell’uomo che determinava la vita di una comunità umana, sia quella che ne viveva materialmente in prossimità, sia quella che lo viveva idealmente. Le tante storie che ho raccolto in quel libro sono tessere di un mosaico, frammenti individuali di una tragedia collettiva che si è consumata, come detto, a più piani. Non solo a Berlino.

 

Nel suo resoconto, quello che sorprende è l'atteggiamento di Adenauer e delle democrazie occidentali. Si può parlare di incapacità di coordinare una reazione dinanzi a qualcosa di impensato come la spaccatura di un Paese? Oppure, sostanzialmente, una Germania divisa rispondeva a specifiche esigenze politiche?

Incapacità non mi pare la parola giusta. E sì, decisamente la divisione tedesca rispondeva a precise esigenze politiche in un mondo ancora in guerra, solo che la guerra si combatteva su fronti e con modalità non convenzionali, battaglie culturali, spionaggio, influenzamento politico occulto, guerra segreta dei servizi e quant’altro. L’atteggiamento di Adenauer non può sorprendere, quando innalzarono il Muro nel 1961 lui aveva già scelto da tempo di integrare la Repubblica federale tedesca nel blocco occidentale, rigettando ogni opzione di neutralità (che considerava un trucchetto di Stalin per prendersi tutta la Germania alla prima occasione buona) e cementando di fatto la divisione tedesca in due Stati ostili. La cosiddetta Westintegration di Bonn rispondeva anche alle esigenze angloamericane, a Washington e Londra furono abili a far sembrare la divisione tedesca il frutto delle prepotenze sovietiche, di fatto tuttavia avevano deciso anche loro molto presto, nel primissimo dopoguerra, che l’unica via per non perdere l’Europa al comunismo era tenersi un pezzo di Germania, facendone un baluardo dell’atlantismo. Il Muro arrivò, dopo un decennio glaciale di Guerra Fredda, a cementare uno status quo che una nuova generazione di politici, da Kennedy a Willy Brandt, considerava necessario per avviare una distensione nell’interesse di tutti.

La divisione tedesca, fra l’altro, sorprese e commosse, ma non disturbò più di tanto i popoli europei, italiani compresi, che la consideravano una sorta di punizione meritata per i crimini nazisti e una garanzia per evitare il ritorno di una Germania forte e aggressiva.

 

Quale fu, invece, l'atteggiamento della DDR verso le democrazie occidentali? Ad esempio, in Spie dell'Est. L’Italia nelle carte segrete della Stasi, edito da poche settimane sempre da Carocci, analizza i rapporti tra Italia e DDR, sottolineando come anche l’Italia finì nel mirino della Stasi.

La politica estera della Germania comunista si divide in due grosse fasi: la prima, che va dalla proclamazione della DDR al 1973, fu tutta tesa a ottenere il riconoscimento ufficiale della sovranità dello Stato comunista a livello internazionale. Fino al 1973 la DDR sostanzialmente non esisteva per l’Occidente, era terra occupata dai sovietici, governata da un regime fantoccio di Mosca. Ottenuto il riconoscimento, la Germania Est si preoccupò di consolidare le relazioni internazionali, cercando di definire un proprio ruolo positivo all’interno della comunità internazionale. Tuttavia nessuno poteva dimenticare il Muro, che restò sempre la triste carta da visita di una terribile dittatura. Per la Germania Est l’Italia fu un cliente difficile, il PCI e tutto l’arcipelago delle organizzazioni comuniste italiane offrivano teste di ponte alla propaganda del regime, ma con il partito di Berlinguer i rapporti furono pessimi. A livello istituzionale, Roma mantenne un sostanziale embargo politico fino agli anni Settanta, dopodiché si svilupparono scambi commerciali e altre forme di contatto, ma niente di paragonabile alle relazioni di amicizia con la concorrente occidentale, la Germania di Bonn.

Su un piano occulto invece, l’agenzia di intelligence di Berlino Est, la cosiddetta HVA di Marcus Wolf, si occupò dell’Italia con particolare intensità negli anni Settanta, quando il compromesso storico Moro-Berlinguer e l’evoluzione eurocomunista del PCI spinsero a una mobilitazione della rete spionistica della Stasi in Italia per riuscire a intercettare i più intimi meccanismi di sviluppi politici considerati delicatissimi sia dal fronte atlantista che da quello filosovietico. L’Italia inoltre fu oggetto di spionaggio economico, tecnologico e militare. Studiando i tabulati del cervellone elettronico della Stasi sono riuscito a ricostruirne sia i principali vettori di interesse, sia le modalità operative. Il mio Spie dall’est è il primo lavoro che propone uno studio del genere, un’analisi scientifica dei flussi informativi di un servizio segreto, oggi non più esistente, ma per decenni protagonista sulla scacchiera occulta della guerra fredda.

 

La posizione di Berlino Ovest rispetto al muro muta nel tempo. Da «Il Muro deve sparire» a «Rendere il Muro permeabile». Perché questo cambiamento di natura politica nella posizione dell’Ovest, che giunge, nei fatti, a riconoscere il Muro?

Come già anticipato, il Muro fu un compromesso. Il comunismo si poteva avversare, ma l’Unione sovietica era una potenza di prim’ordine e non sarebbe certo scomparsa dalla carta geografica senza rischiare una terza guerra mondiale. Inoltre i sovietici occupavano metà continente europeo, accettare lo status quo della divisione del mondo in blocchi era una cosa che stava nelle cose, e alla fine degli anni Cinquanta si era giunti a un’impasse. Mosca permise ai tedeschi dell’Est di costruire il Muro quando fu certa che l’Occidente l’avrebbe accettato, questo è ormai un fatto storico assodato. Il Muro fu accettato prima politicamente, ai massimi livelli, poi piano piano dovettero accettarlo i popoli, tedeschi e berlinesi in primis. Si dice che l’uomo fa l’abitudine a ogni brutalità, beh non so se è proprio così, ma è quello che successe a Berlino. Si dovette accettare di crescere e vivere all’ombra di quel terribile costrutto, anche se non furono pochi coloro che continuarono a conservare un sano sentimento di rigetto del Muro, oltre a quelli che lo sfidarono, al prezzo della vita. L’assuefazione al Muro è stata immediatamente rimossa nel 1990 ed è oggi qualcosa di cui i tedeschi non vanno molto fieri.

 

Uwe Telkamp, ne La torre, offre un vivido esempio della vita nella Germania dell’Est al tempo del Muro, tra l’ingerenza di quella che lei, ne Il ministero della paranoia. Storia della Stasi, definisce «azienda Origlia & Spia» (riproponendo la definizione che se ne dava all’epoca) e il processo di assuefazione al Muro. Come si viveva immersi nel “terrore discreto”?

Credo di sapere cosa si provasse, anche senza aver vissuto in quella cupa Germania. Lavoro da cinque anni gomito a gomito con un nutrito groppo di ex perseguitati politici della DDR, gente semplicissima che la Stasi distrusse psicologicamente, in carcere o con le cosiddette “misure di disintegrazione” (terrorismo psicologico occulto e boicottaggio delle biografie) perché li riteneva “elementi ostili”, nemici del socialismo. I tedeschi dell’Est vivevano sotto ricatto, chi abbracciava l’ideologia di Stato e si lasciava corrompere, eventualmente anche diventare spia del proprio vicino, compagno di banco, collega di lavoro, commilitone ecc., poteva anche condurre una vita dignitosa, in fondo la DDR era il Paese con la qualità di vita più alta di tutto l’allora mondo comunista. Chi sceglieva invece di seguire vie proprie, di restare fedele al proprio codice etico, alle proprie convinzioni di vita prima ancora che politiche, chi non sopportava che il proprio mondo finisse alla Porta di Brandeburgo murata, finiva immediatamente emarginato, privato di tutti i diritti, e se necessario ferocemente perseguitato dal più paranoico apparato di polizia politica della storia recente. Per interessi politico-diplomatici, a partire dagli anni Settanta il regime preferì perseguitare “silenziosamente”, con una regia occulta, evitando di riempire le carceri di prigionieri politici, pessima pubblicità per il regime in sede internazionale.

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Conrad Schumann, Muro di BerlinoIl Muro divide la città, ma crea una frattura anche nella vita delle persone. Basti pensare ai Grenzgänger, cioè a quelli che oggi definiremmo pendolari transfrontalieri. Con il Muro si ritrovarono senza lavoro. Che costi ha comportato a livello sociale e individuale una tale limitazione?

A livello personale fu una tragedia, una tragedia collettiva appunto. Famiglie divise costrette a non vedersi per anni, le storie sono davvero tante e tutte molto toccanti. Ci volle un decennio prima che il Muro si facesse “permeabile” e si ricreasse un fenomeno di pendolarismo frontaliero, per riprendere l’espressione, ma questa volta rigorosamente regolamentato e sorvegliato. Per chi voglia farsi un’idea di cosa voleva dire vivere e muoversi fra le due Germanie consiglio una visita al cosiddetto Palazzo delle Lacrime (Tränenpalast), un piccolo checkpoint nella centralissima Friedrichstraße a Berlino, un tempo microcosmo del mondo diviso della Guerra Fredda, oggi ospitante un’interessante mostra sulle emozioni della divisione tedesca. Il pezzo forte della mostra sono le cabine originali che usava la Stasi, travestita da polizia doganale, per controllare i passaporti dei viaggiatori che lasciavano Berlino Est verso Ovest. Era come sfilare attraverso un piccolo sgabuzzino, le cabine erano una cruna dell’ago per passare da una Germania all’altra, sotto gli occhi attentissimi di agenti specializzati della Stasi.

 

I Fluchthelfen che, dalla Germania Ovest aiutavano a passare il Muro, prima per questioni familiari e personali, poi dietro compenso, e gli Hausbuchbeantragen (registri condominiali) nella Germania dell’Est, che divennero ben presto veri e propri registri di delazione. Due distorsioni sociali provocate dal Muro o semplici frutti della propaganda?

Direi che potevano essere due veri e propri mestieri. Il primo poteva essere compiuto volontariamente, come atto umanitario, a proprio rischio e pericolo da chi riteneva che quello era il modo migliore per far male al regime di Ulbricht e Honecker o anche solo per aiutare, concretamente, chi viveva imprigionato in una vita che non voleva più. Oppure poteva essere praticato dietro pagamento, e la cosa è assai meno onorevole. All’epoca esistevano vere e proprie organizzazioni clandestine che trafficavano con le persone e le aiutavano a lasciare il blocco comunista facendosi pagare cifre importanti da gente che investiva tutti i suoi averi in quell’impresa disperata. Conosco personalmente alcuni “eroi” che hanno trasportato profughi nascosti nei loro camion, facendo il mestiere di camionisti o corrieri, prima o poi ti prendevano, la cosa era sicura ed è per questo che va considerato “eroico” il loro coraggioso sacrificio.

Quanto ai registri condominali, quelli erano uno strumento del regime che arriva nel profondo della società, ai livelli più intimi, dove l’operato corruttivo della Stasi era più infame. La delazione della DDR era una questione capillare, ma non bisogna esprimere condanne generalizzate. È opinione di molti storici tedeschi che la Stasi ebbe più difficoltà a stimolare la delazione spicciola della Gestapo nazista, perché il consenso del regime comunista era più debole di quello del nazismo.

 

La divisione in due blocchi si traduce anche in due diversi approcci. Da un lato, il «Non lasciate che facciano di voi delle canaglie! Date prova di umanità ad ogni occasione e soprattutto non sparate sui vostri connazionali!» di Willy Brandt nella Germania dell'Ovest, dall'altro lo Schieβbefehl, cioè l'ordine dato ai soldati di confine della Germania dell'Est di «annientare» i fuggitivi. Come si è potuto sostenere e concretizzare, nella Germania dell’Est, un processo di costruzione di un odio e di una diffidenza reciproci all'interno di uno stesso popolo?

Quell’odio era insito nell’ideologia, l’odio di classe, la lotta di classe e quant’altro prescriveva la dottrina marxista-leninista. Si sa, per i comunisti il partito veniva prima dello Stato e il “compagno” prima del connazionale. Al di là del lavaggio del cervello e dei precetti delle feroci ideologie del Novecento, il regime della DDR incontrò grosse difficoltà nel convincere i propri cittadini a diventare sanguinari cecchini in nome della Causa. In quelle torrette che sorvegliavano il Muro si stava in genere in coppia, l’uno sorvegliava l’altro e capitò più di una volta che si aggredissero o ammazzassero l’un l’altro per tentare di fuggire, loro che ai fuggitivi dovevano sparare. Tant’è che negli anni Settanta gli rimpicciolirono le finestrelle d’osservazione per evitare che potessero uscire di lì. E non era nemmeno raro che i cecchini sparassero mancando intenzionalmente il fuggitivo, pur di non diventare assassini e non sporcarsi la coscienza. Anche lì il regime provò a riparare alla fallibilità più o meno volontaria dell’uomo con la macchina, la tecnologia, installando apparecchiature di sparo automatico, ricorrendo alle mine antiuomo, ai cani addestrati e altre diavolerie incommentabili. Per giustizia, anzi per amor di equilibrio e completezza, mi pare corretto ricordare che esisteva anche un vivissimo e ottuso odio anticomunista in Germania Ovest, ma questa è un’altra storia.

 

Dallo Schieβbefehl ai Mauerschutzenprocess (processi contro i cecchini della Germania dell’Est, rei di aver aderito in maniera scrupolosa all’ordine di sparare sui fuggitivi): seppure spinta da ideali di giustizia, ancora una parte del popolo tedesco contro un'altra parte. Quanto ha inciso questa separazione del Muro sulla coscienza nazionale tedesca?

Questo è un tema assai complesso. La Riunificazione fu un fatto, direi, naturale per la stragrande maggioranza dei tedeschi da ambo i lati del Muro. Certe ferite, certi atti, odi e violenze vengono oggi ricondotti o addebitati per lo più alle passioni del tempo, alla manipolazione ideologica e alla situazione politica dell’epoca. Sono dell’opinione che la coscienza nazionale tedesca non abbia subito traumi eccessivi dalla divisione in due Stati perché fu vissuta dai più come una costrizione imposta da attori e fattori esterni, gli Alleati, i sovietici, la Guerra Fredda, non il frutto di una decisione spontanea e deliberata dei tedeschi. A monte poi c’era la sconfitta nella seconda guerra mondiale e il tracollo morale del popolo tedesco sotto il regime nazista; i tedeschi di oggi sono una comunità nazionale relativamente consapevole, più di altri popoli, della propria storia recente, soprattutto delle gravi responsabilità nell’aver sostenuto Hitler. Il Muro, in fondo, era sentito anche da molti tedeschi se non proprio come una meritata punizione, quantomeno la conseguenza diretta di errori commessi nel periodo della dittatura nazista e della guerra. Esiste un modo di dire in Germania che spiega bene la cosa: WirDeutschenhaben die Russenhierhergeholt, siamo stati noi tedeschi, con l’aggressione all’Unione sovietica, ad andarci a prendere i russi e a portarli nel cuore dell’Europa.

 

Esistono, oggi, un Paese e una patria che possiamo chiamare Germania? Oppure, le conseguenze del Muro si sentono ancora?

Si, assolutamente, la Germania è un Paese unito, forte e consapevole dei suoi potenti mezzi. Ma anche della sua recente storia, come ho già detto, dunque delle sue responsabilità. È un Paese ormai tornato a essere la potenza fulcro d’Europa, ma con tutta la comprensione per paure sedimentate (e legittime) credo che sia anche un Paese cambiato, cresciuto, maturato rispetto al passato. Ovviamente con tutti i limiti e le contraddizioni del caso. Nella pancia della forte Germania ci sono tanti conflitti, piccoli e più grandi, che val la pena di non dimenticare. Fra questi c’è anche il fatto che le esperienze di 40 anni vita in due Stati diversi e ostili abbiano generato mentalità e stili di vita, talora persino usi e costumi differenti fra Est e Ovest, tutte cose che non sono sparite dalla sera alla mattina ma si conservano ancora oggi, consentendo a molti di affermare che il Muro di Berlino esiste ancora, eccome, nelle teste di molti tedeschi. A ciò va aggiunto il sentimento di inferiorità sentito da tanti ex tedeschi dell’Est, i quali hanno percepito la Riunificazione come un’annessione del loro Paese da parte dell’Occidente. E tutti i torti non li hanno, perché effettivamente la Germania di oggi è la continuazione istituzionale della Repubblica federale tedesca, le regioni dell’Est sono state formalmente “accolte sotto la giurisdizione della Carta costituzionale” tedesco-occidentale, una costruzione giuridica e di fatto che ha sancito lo smantellamento completo di uno Stato, la DDR, esistito nel bene e nel male per quattro decenni. La Riunificazione non è stata una fusione delle due Germanie e questo atto di prepotenza occidentale ha lasciato un solco. Non saprei dire quanto profondo, certamente molto profondo per le generazioni che hanno vissuto la svolta del 1989/90, assai meno per quella successiva, che percepisce oggi la Germania come un Paese naturalmente unico, un’unica comunità storica. Per i più giovani il Muro, la divisione e la DDR non sono stati che un lontano episodio della storia, sebbene questo episodio e questa storia siano distanti da noi appena 25 anni.


La seconda foto a destra ritrae Conrad Schumann, un militare di 19 anni a servizio della DDR, mentre fugge dalla Germania dell'Est, riuscendo a superare il Muro.

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