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La caccia alle streghe tra ieri e oggi. Intervista a Marina Marazza

La caccia alle streghe tra ieri e oggi. Intervista a Marina Marazza«Io sono la strega» non è solo il titolo del nuovo romanzo di Marina Marazza edito da Solferino, sono anche le parole pronunciate da Caterina da Broni davanti ai giudici della Santa Inquisizione che la condannarono al rogo.

Siamo nella Milano seicentesca, dove imperversa una terribile caccia alle streghe che vede le donne vittime dei più turpi delitti sotto forma di processi contro il demonio e le sue streghe. Caterina è una di queste, e la sua storia, ricostruita da Marina Marazza, è l’occasione per ripercorrere un’epoca e aprire una parentesi di riflessione su un mondo e sulla sua parte maschile, anche quella all’apparenza meno sospettabile, che di tanti mali si è macchiata verso il genere femminile.

Della storia di Caterina e di tutto questo abbiamo parlato con Marina Marazza.

 

Una delle due citazioni in esergo è di Winston Churchill: «Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere». Quanto c’è di vero in quest’affermazione e quanto invece potrebbe essere solo frutto di eccessivo ottimismo? Detto in altre parole: lo studio e la conoscenza del passato possono davvero guidare le scelte per il futuro?

Dice Cicerone nel De Oratore: ‹‹Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis››, cioè «La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, messaggera del passato». Se il nostro sguardo fosse abbastanza limpido, se gli storiografi non fossero di parte, se trovassimo la serenità di trarre insegnamento dall’esperienza, ovviamente. Non è quasi mai così, si fatica a prendere atto dei fatti senza forzarli in un senso o nell’altro. Tuttavia è indispensabile conoscerli, questi fatti, e queste persone che li hanno agiti.

Già dal Guicciardini in poi molti bei cervelli hanno asserito che la Storia non insegna nulla, come poetava Montale, «la storia non è magistra di niente/ che ci riguardi». Forse perché si va alla ricerca di principi immutabili, di persone che ci somiglino nell’esteriorità. Non è questo il punto: non m’importa che la scoperta del Nuovo Mondo abbia allargato gli orizzonti e cambiato il punto di vista, che la morale sia cambiata da quando si pensava che i neri non avessero l’anima, che la scienza e la tecnica abbiano generato un progresso sconvolgente e che la civiltà greco-romana non possa vantare valori tuttora universalmente condivisibili. Gli uomini e le donne, insisto su questo, dentro e nel profondo sono sempre quelli e conoscere le loro piccole storie nella grande Storia rimane un grandissimo insegnamento e anche una bella consolazione. Cambiano i costumi, ma l’involucro è poca cosa. La storia di Caterina da Broni è paradigmatica e può insegnare molto. I parallelismi con la cronaca odierna sono immediati. Quindi? Lo studio e la conoscenza del passato possono guidare, eccome. Ma bisogna volerlo.

La caccia alle streghe tra ieri e oggi. Intervista a Marina Marazza

Molti suoi romanzi storici sono ambientati tra il Cinquecento e il Seicento. C’è un motivo particolare? E che idea si è fatta di questi secoli?

La storia di Milano, che è la mia città, mi è sempre stata a cuore da quando, ancora ragazzina, ho letto La storia della colonna infame e ho scoperto che due persone che portavano il mio stesso lombardissimo cognome erano tra le vittime. La ricostruzione d’epoca dei Promessi sposi è stata molto importante, nel mio immaginario. Non ho mai trovato quel romanzo noioso, anzi: una macchina del tempo, che suggeriva approfondimenti. Da lì la curiosità nei confronti della Milano spagnola e delle sue storie. Palazzo Marino, la Monaca di Monza, i Borromeo, gli untori, il patriziato, la fabbrica del duomo, il laghetto, le congiure, gli scandali, la prigione della curia, gli artisti che gravitavano intorno ai tre poteri, senato, governatore e arcivescovado... I quadri dei pittori della controriforma milanese, i ritratti potenti di pennelli come quello di Fede Galizia, che è tra i protagonisti di Io sono la strega, le chiese e le opere pubbliche erette o restaurate in quegli anni sono delle istantanee che ci rendono bene l’idea. Una Milano d’acqua, molto diversa da quella che vediamo oggi, solcata dai navigli e piena di ponti e di rogge, già trafficata di carrozze, dove le lame prodotte dai suoi armaioli erano più rinomate di quelle di Toledo. Questa Milano di prima della peste del 1630 è la protagonista di Io sono la strega. Poi il contagio mieterà le sue vittime e tirerà fuori il peggio dagli esseri umani, compresa la Colonna infame; e questa è un’altra storia che racconto nel mio romanzo Miserere, che esce a novembre e racconta la storia di un’altra donna dimenticata, la figlia della monaca di Monza.

 

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In Io sono la strega protagonista è Caterina da Broni, accusata di stregoneria, processata, condannata e bruciata viva. Quale segreto porta con sé la storia di Caterina? Quali aspetti ha voluto mettere in evidenza con il suo romanzo?

La cosa che mi ha molto colpita leggendo gli atti del processo di Caterina è che lei è davvero una strega, o quanto meno è convinta di aver concluso un patto col demonio e di essere in grado, operando incantesimi, di agire in modo da mobilitare delle forze soprannaturali. Gli incantesimi che Caterina pratica sono ingenui, a volte buffi o abbastanza disgustosi. Di loro c’è ancora traccia in certe pratiche superstiziose odierne soprattutto per quanto concerne gli incantesimi cosiddetti ad amorem, cioè quelli volti a far innamorare.

La caccia alle streghe a Milano c’è stata, ed è stata molto vivace. Sia Carlo Borromeo che han fatto subito santo sia suo cugino Federigo, il buon cardinale che Manzoni racconta come quello che raddrizza i torti e sgrida don Abbondio per la sua vigliaccheria, erano convinti che le streghe esistessero e che andassero scovate ed eliminate. Ci sono stati processi in certe località di montagna da far invidia alle streghe di Salem. In val Mesolcina le condannate sono state gettate nel rogo a faccia in giù. Federigo Borromeo ha incoraggiato frate Francesco Maria Guaccio a scrivere un compendio che è la risposta milanese al famigerato Martello delle streghe tedesco. Questa Lombardia inquisitrice è poco nota, ma ha fatto molte vittime...

Tutta la vicenda di Caterina, una storia profondamente lombardo-piemontese, bagnata prima dal Po e poi dal Naviglio, concorre a raccontare questa realtà. Lei era una donna indifesa, non maritata, una serva errante alla costante ricerca di un padrone e di un tetto sopra la testa. Sapeva leggere e scrivere, e questo acuiva la diffidenza dei suoi giudici: era stato Lutero a dire che l’invenzione della stampa era una benedizione, ma i libri all’indice si moltiplicavano, il sapere è potenzialmente pericoloso. In più Caterina rivendicava una sua carnalità, il diritto di fare l’amore come lo fanno gli uomini, per piacere. Una combinazione pericolosa di fattori. Quando il suo anziano padrone si ammala di stomaco e i grandi medici milanesi non ce la fanno a guarirlo, la sorte di Caterina è segnata.

La sua vicenda è emblematica di quella di tutte le donne del periodo: basta raccontare quel che capita a lei, senza inventare nulla, anzi sottraendo: ho dovuto togliere episodi dagli atti del processo, scrivendo il romanzo, tale era la ricchezza narrativa della sua testimonianza di vita.

 

A un certo punto della narrazione sembra quasi affiorare l’idea che la diffidenza dei giudici verso Caterina sia stata accresciuta dal fatto che la donna sapesse leggere e scrivere. È solo la paura dell’uomo nei confronti di una donna colta e bella, oppure c’è dell’altro?

Che una donna sapesse leggere e scrivere non piaceva a nessuno. L’associazione tra il saper leggere e l’essere in grado di procurarsi conoscenze colpevoli e pericolose è immediata. Diceva Paolo «Noli altum sapere, sed time». Ancora nel 1801 Sylvain Maréchal proponeva un progetto di legge per vietare alle donne di leggere e scrivere, attività che avrebbe messo loro grilli per la testa e le avrebbe allontanate dai doveri domestici e coniugali. E Maréchal era un illuminista colto e laico... figurarsi in un contesto cristiano dove le donne hanno già la colpa di essere figlie di Eva. E dico cristiano perché tutta la caccia alle streghe non è stata un fenomeno cattolico, ma cristiano, anche le chiese riformate hanno acceso molti roghi.

All’epoca di Caterina per leggere la Bibbia ci voleva un permesso speciale, che non veniva concesso alle donne.

Le donne dovevano stare al loro posto e lo ribadiva ancora Maréchal dopo la Rivoluzione francese, proponendo di fare un rogo (ma guarda un po’!) di tutti i libri scritti dalle donne...

La caccia alle streghe tra ieri e oggi. Intervista a Marina Marazza

Io sono la strega non è solo il titolo del libro ma racchiude anche la confessione che Caterina da Broni rende durante il processo che la vede protagonista. Perché Caterina si presenta come una vera strega? Cosa la spinge verso questa scelta?

Caterina pensava di essere una strega, cioè di aver sottoscritto un patto col demonio. Violentata a tredici anni, abusata da un marito lenone, maltrattata dai padroni e dalla sorte, quando ha ritenuto che i santi fossero sordi alle sue suppliche ha semplicemente saltato il fosso del sovrannaturale. Che a rispondere alle sue preghiere fosse un santo o un satanasso, che cosa cambiava in quel mix di superstizione e religione che andava per la maggiore? Non si poteva, all’epoca di Caterina, non credere al demonio, e tantomeno non credere che esistesse la stregoneria. Non si poteva in senso proprio, era come bestemmiare e finivi male. Lei semplicemente condivideva questa convinzione con i suoi giudici. Aveva tentato di far innamorare di sé il suo padrone con i suoi ingenui incantesimi, ma fu bruciata con l’accusa di averlo affatturato a morte. Lui, sia detto per inciso, le sopravvisse di una dozzina d’anni, per quanto anziano e malandato.

 

Io sono la strega segue di un anno il suo precedente romanzo storico, L’ombra di Caterina, che poneva al centro della narrazione la madre di Leonardo da Vinci, anche lei vittima della Storia ma prima ancora del suo essere donna, e dunque in una condizione di subalternità. Da dove nasce la sua attenzione per queste figure femminili – ricordo anche Il segreto della Monaca di Monza – che in fin dei conti si trovano a subire decisioni prese da altri, quasi sempre uomini?

Ho imparato a leggere molto piccola e non ero soddisfatta dalle trame dei grandi classici d’avventura, dove a togliere le castagne dal fuoco erano sempre eroi maschi. Ho cominciato a chiedermi che cosa davvero facessero le donne nel passato. Ho fatto studi classici, mi sono laureata in Storia e mi sono resa conto che c’era ancora molto da raccontare su tante figure femminili, sconosciute o mal conosciute, come è il caso della Monaca di Monza. I saggi sono una gran bella cosa, ma per un pubblico di addetti ai lavori. Se tu vuoi dare respiro a una storia, renderla leggibile, interessare molti lettori, devi renderla fruibile in leggerezza, e ricorrere allo storytelling. Ma uno storytelling solidamente ancorato alla documentazione storica, dove niente è lasciato al caso e il lettore si senta dentro una vera e propria macchina del tempo. Lo scopo, ambizioso, lo ammetto, è di restituire un po’ di visibilità alle vittime, di dar loro una voce che all’epoca loro non hanno avuto.

 

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È di questi giorni l’azione di protesta originata dal movimento Black Lives Matter, con il prendere di mira anche statue di importanti personaggi della Storia europea e occidentale accusati di essere razzisti. Da autrice di romanzi storici, come giudica queste azioni rivolte verso e contro personaggi che comunque sono parte della nostra Storia?

Accusare di razzismo o di altre cose inaccettabili secondo la nostra mentalità di oggi persone vissute in epoche in cui si pensava che i neri non avessero un’anima, che i servi fossero di proprietà esclusiva del padrone, che gli ebrei avessero ucciso Gesù Cristo, che le streghe esistessero etc. etc. è un’operazione che fa abbastanza sorridere. Che scoperta dell’acqua calda che tanti personaggi molto incensati non fossero degli angioletti , viene da dire.

Galileo Galilei era un genio, ma monacò le sue due figlie senza chiedersi se avessero o meno la vocazione, infischiandosene di farne delle infelici. Era un mostro? Per i nostri criteri abbastanza. Leggevo che dopo la condanna dell’Inquisizione pretese che una delle figlie monache recitasse al suo posto la dose quotidiana di preghiere che gli avevano affibbiato per penitenza. D’accordo, lui era anziano, stressato e genio, però...  Però mi fermo subito. Che senso ha applicare i nostri criteri? Non ci sono eroi puri, non esistono proprio, hanno tutti fatto delle cose che per la nostra mentalità sono orribili, a partire dai papi, tutti santificati. Da Cristoforo Colombo in avanti, i colonialisti hanno applicato leggi e principi che ovviamente oggi non sono più accettabili. Ma come puoi giudicarli col metro di oggi?

Puoi prendertela con i razzisti, poi con chi è stato ingiusto con gli ebrei, poi con i misogini, poi...? Thomas Jefferson aveva nel suo letto una schiava nera, come facevano tutti i proprietari terrieri suoi contemporanei.

Non solo le statue sarebbero tutte da distruggere, ma tutte le dediche da cancellare da scuole, istituti, ospedali, dalle targhe delle vie...

E questo accanimento politicamente corretto interessa anche altri temi, mi viene in mente quello del fumo, che non può più essere mostrato.

Freud fumava come un turco e anche quando gli diagnosticarono un tumore alla mandibola non riuscì mai a far a meno del sigaro anche se dovette subire trentatré interventi chirurgici. Ora, siccome adesso abbiamo tutti capito che fumare non fa bene se girassimo un film biografico su Freud dovremmo mettergli in bocca un chupa chupa? All’epoca fumavano tutti, anche Puccini se ne andò per questo...

Altro capitolo sulla violenza contro i bambini. In certi cartoni animati Paperino picchiava i nipotini di santa ragione. Censurato tutto. All’epoca i bambini venivano picchiati, e anche le mogli, dal momento che lo ius corrigendi anche in Italia è rimasto in vigore, da parte del pater familias, fino all’altro ieri...

Baden Powell era razzista, omofobo e filonazista? Be’, che non fosse un simpaticone lo si era capito da un bel pezzo... Churchill era un razzista? Anche. Montanelli era un fascista? Lo è stato. Ma ce lo ricordiamo che in Italia su 1251 professori universitari meno di 15 rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo? Erano tutti fascisti.

Distruggiamo le statue, allora? E se la statua o il ritratto fossero un’opera d’arte, come la mettiamo se raffigura un personaggio “da censurare”? Come i talebani? Boh.

Basta che non diventi una caccia alle statue, che fa troppa assonanza con quell’altra caccia di cui si parlava prima e inquieta sempre un po’.


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