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La cabina degli amori perduti. “Quel che affidiamo al vento” di Laura Imai Messina

La cabina degli amori perduti. “Quel che affidiamo al vento” di Laura Imai MessinaL'ultimo romanzo di Laura Imai Messina, Quel che affidiamo al vento, edito da Piemme, possiede intrinsecamente la saggezza intima di un tè giapponese e la maniera sintetica della letteratura nipponica.

La storia tratta di anime solitarie che hanno perso l'amore e che si ritrovano sulla collina di Kujira- yama, la Montagna della Balena, nella solennità di un evocativo giardino chiamato Bell Gardia.

Sono molte le trame che s’intrecciano nel sacro tempio di quella montagna, ma in particolare la scrittrice dà voce a Yui e Takeshi, due spiriti smarriti che cercano risposte nel vento.

Nel mezzo della collina è situata una cabina telefonica con al suo interno un telefono scollegato tramite il quale le persone possono dialogare con gli affetti perduti.

Dopo lo tsunami del 2011 che in quella zona portò una vera e propria strage di estenuante violenza, Yui, che ha perduto la madre e la figlia, decide di visitare Bell Gardia per ritrovare la se stessa smarrita. E sarà in questo onirico luogo, che potrebbe ricordare un dipinto surrealista di Magritte, che Yui incontra il dottor Takeshi, padre di una bambina di quattro anni rimasta muta dopo la perdita della madre. In tale contesto avviene un miracolo:

«Una di quelle situazioni in cui si è soliti dire che ci si riesce solo quando finalmente vi si rinuncia.»

 

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Un elemento affascinante è che in Giappone esiste veramente questa magica cabina, situata a Nord- Est del Paese, un intenso luogo di resilienza dove si recano ogni anno migliaia di visitatori. Pare che non ci siano indicazioni per arrivarci e il sito sia piuttosto disperso, tuttavia sembra che le persone giungano comunque nel luogo agognato guidate da uno stato meditativo che le conduce in piena consapevolezza verso la cabina degli amori perduti. Occorre immaginazione per utilizzare il telefono del vento eppure è risaputo che riscuota un grande fermento intorno a sé a dimostrazione del fatto che la vita continua a stupirci.

La cabina degli amori perduti. “Quel che affidiamo al vento” di Laura Imai Messina

Credo che Imai Messina celi un antico insegnamento tra le righe del suo romanzo che è quello che in estremo oriente chiamano la metafora della filosofia Kintsugi, ovvero l'arte di riparare con l'oro gli oggetti di ceramica che si rompono in cocci. Il Kintsugi ci insegna ad accettare le ferite e le imperfezioni, anzi, a dare loro valore e renderle preziose come fossero oro:

«Gli oggetti materiali conoscono riparo e sostituzione, ma il corpo non si ripara, che si, magari è più forte dell'anima- che quando si spezza è per sempre- ma che lo è meno del legno, del piombo e del ferro.»

 

Il testo mi ha indotto a compiere riflessioni anche sul significato più intrinseco dell'oggetto “telefono”, oggi divenuto mezzo indispensabile della comunicazione del quale siamo schiavi e padroni, ma che in realtà proprio per il suo significato intrinseco di darci la possibilità di parlare con un “volto immaginario” ha sempre sortito non poca fascinazione negli animi umani. Ad esempio ne La voce umana (titolo originale: La voix humaine) del compositore francese Francis Poulenc, derivata dalla pièce omonima di Jean Cocteau che firmò il libretto, siamo di fronte al monologo di una donna che parla al telefono in una conversazione faticosa, sofferta e sincopata. In questo caso la donna indotta dalla forza della disperazione usa il mezzo telefonico come escamotage per non arrendersi all'evidenza della rottura con l'uomo che ama. Che epilogo avrebbe avuto questa pièce se la protagonista invece che essere in una Parigi di metà Novecento si fosse trovata alla cabina di Bell Gardia? Forse Imai Messina risponderebbe così:

«A lei che non osava più dire niente al futuro, il futuro era tornato davanti. Ecco quale era la magia di Bell Gardia.»

La cabina degli amori perduti. “Quel che affidiamo al vento” di Laura Imai Messina

Quel che affidiamo al vento è la soave narrazione di quelli che restano, un racconto delicato sull'amore e il dolore. È un romanzo che dà ampio spazio alle emozioni e lascia che la brezza di primavera riempia il cuore dei lettori di un’ossimorica malinconica speranza. Un romanzo per chi non crede più tanto nei sogni perché «quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene.» In qualche modo l'animo non rimane insensibile di fronte alla raffinata e misurata poetica di Imai Messina o per armonia narrativa o per gli accadimenti reali che vengono raccontati.

 

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Una lettura che non deluderà chi ama l'essenza elegante e agile della letteratura giapponese nonostante la scrittrice sia italiana.


Per la prima foto, copyright: Magda V su Unsplash.

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