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La bellezza senza tempo. “La danzatrice di Izu” di Kawabata Yasunari

La bellezza senza tempo. “La danzatrice di Izu” di Kawabata YasunariKawabata Yasunari con la vittoria del Premio Nobel nel 1968 ebbe il merito di portare il Giappone al centro della scena culturale mondiale. Sicuramente nell’ottenere questo riconoscimento un gran peso ebbe all’interno della sua produzione letteraria La danzatrice di Izu. Questo racconto fu pubblicato per la prima volta nel 1926 ma non suscitò molto clamore. Solo dopo la fine della guerra, con la ripresa economica e maggior facilità nella divulgazione della cultura, esplose di una vita propria che adombrò addirittura la fama del suo stesso autore. Utilizzato nei licei del Giappone, nel 1963 era il racconto preferito dagli studenti maschi. Nell’ultima edizione italiana de La danzatrice di Izu (Adelphi, 2017), tradotta da Gala Maria Follaco e Giorgio Amitrano, vengono inseriti anche due saggi presentati da Kawabata presso l’Università delle Hawaii, accorpati nel capitolo Esistenza e scoperta della bellezza. Ciò è stato deciso volendo affiancare al racconto anche il genere zuihitsu, letteralmente “seguire il pennello”. Si sono così presentati i diversi modi per giungere alla bellezza secondo l’autore, stando a quello che Giorgio Amitrano chiarisce in un’appendice al testo.

 

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La danzatrice di Izu è un racconto delicato, intimistico, poetico. Narra dell’incontro tra un orfano, uno studente diciannovenne che si mette in viaggio per affrontare, o meglio per allontanare i suoi demoni, convinto che l’essere privo di genitori lo abbia deviato irreparabilmente, e un gruppo di artisti girovaghi, categoria disprezzata e discriminata nel Giappone degli anni Venti, un Paese alla ricerca costante di un’apparente perfezione, che verrà pochi anni dopo sfigurato dalla guerra. Il protagonista incrocia gli artisti casualmente nel suo vagare e dopo essere stato folgorato dalla danzatrice, avendo stretto amicizia con Eikichi, accetta la loro proposta di proseguire insieme. La compagnia degli artisti itineranti è composta da Eikichi, l’unico ragazzo (ventitré anni), marito di Chiyoko (diciotto anni), e fratello di Kaoru, la giovanissima danzatrice. Gli altri due membri sono Yuriko (sedici anni), l’unica esterna alla famiglia, e la madre di Chiyoko, nonché suocera di Eikichi, che dall’alto del suo anonimato comanda le decisioni dell’intero gruppo e preserva la rispettabilità. L’abilità di Kawabata, che ha reso grande questa storia, sta nel farne più che un racconto di avvenimenti e azioni, un quadro di emozioni, coinvolgenti, imperiture, soffici al punto da insinuarsi fin all’interno dell’anima del lettore sconvolgendone i battiti.

 

La bellezza senza tempo. “La danzatrice di Izu” di Kawabata Yasunari

Così nell’amicizia del giovane studente con Eikichi, nei loro bagni termali insieme, nelle confidenze che lo sposo condivide col nuovo amico, come la perdita recente di un figlio, «pare che alla nascita fosse pallido, trasparente come l’acqua» recita il testo, il lettore troverà quel rispetto, quella generosità, quel fidarsi, di cui si avrebbe così bisogno in un mondo condensato, sfuggente ed effimero come il nostro. Nell’emozione inesplosa che tormenta il protagonista e Kaoru invece riscoprirà i palpiti del primo amore, il sentimento paralizzante che spinge il giovane studente a pensarla in ogni momento assimilando il suo sorriso alla grazia di un fiore e a preoccuparsi, «angustiato all’idea che quella notte qualcosa la potesse sporcare»,quando l’ascolta esibirsi nella taverna vicino al suo alloggio. Vorrebbe avvicinarla, ma per timidezza, imbarazzo, con un tuffo in un rispetto dimentico, ricorda al lettore che non si può afferrare ciò che si desidera a proprio piacimento, e trova quasi sollievo nello scorgerla nuda e scoprire il suo corpo di bambina (tredici anni), seppur lui vedendola sempre vestita e truccata si era figurato ne avesse sedici. La barriera svelata gli permette di non affrontare le sue indecisioni e lo spinge a idealizzare dentro di sé quel patimento, quella gioia fatta di sguardi, parole rubate, attimi fugaci ma eterni, come quando Kaoru gli appoggia il viso sulla spalla mentre lui le legge un libro.

Ma la bellezza dell’opera non emerge unicamente tra la relazione che il protagonista stabilisce con Eikichi e la danzatrice, piuttosto sta nel legame tra lui e gli artisti tutti, che non sentendosi giudicati iniziano a considerarlo un membro della famiglia. Di rimando lui, nell’ascoltare le parole delle donne del gruppo che lo definiscono un bravo ragazzo, si sentirà mondo, purificato, allontanerà l’idea iniziale che lo aveva spinto ad affrontare il viaggio.

Interessante per il lettore occidentale è scorgere peculiarità della cultura nipponica in scene come quella dove le donne trovano una fonte dopo un estenuante cammino, «C’è una sorgente quaggiù. Venite, correte, aspettiamo voi per bere», e ancora, «bevete voi per primi, se ci immergiamo le mani la sporcheremo.»

Giunti a Shimoda però il ragazzo non può soddisfare la richiesta che da giorni Kaoru gli rivolge, ovvero portarla al cinematografo, la matriarca del gruppo non acconsente. È il momento di salutarsi e devono farlo privati di quella possibilità. Una volta imbarcato per tornare a casa, un dormitorio studentesco, il protagonista (in cui molti hanno visto un giovane Kawabata) incontra uno studente che si sta recando a Tokyo per sostenere un esame d’ammissione. Non si vergogna di farsi vedere piangere per la separazione con la danzatrice, non rifiuta il suo cibo e si scalda col suo tepore sotto lo stesso mantello. Quasi a volersi giustificare il giovane ci dice «ero animato da un dolce senso di vuoto che mi faceva accettare qualsiasi gentilezza come se fosse del tutto naturale», per poi chiudere così:

«La mia mente era ormai acqua limpida che scivolava via goccia a goccia, mentre a me restava solo il dolce piacere di ciò che finisce e non lascia più nulla.»

 

Nell’edizione Adelphi, come ho indicato in precedenza, la storia de La danzatrice di Izu viene fatta seguire dal saggio dal titolo Esistenza e scoperta della bellezza, dove Kawabata ci presenta la bellezza come letteratura, arte che ferma il momento, qui e ora, in una danza armonica tra luoghi, stagioni e parole. In un nostalgico excursus tra la letteratura giapponese del passato ci delizia con esempi volti a perorare la sua idea, come l’haiku di Takahama Kyoshi:

«Al vecchio anno,

segue il nuovo,

come bastone acuminato.»

La bellezza senza tempo. “La danzatrice di Izu” di Kawabata Yasunari

Per sottolineare la purezza di un momento che genera bellezza ci dona anche l’haiku di Issa:

«Incantevole nell’anno che muore il cielo notturno.»

 

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Passando per l’analisi del Makura No Soshi, di Sei Shonagon, opera che ammette lo ha profondamente influenzato e condizionato, discorre del Genji Monogatari, di Murasaki Shikibu, per giungere all’inquietante domanda «Io che ho consacrato la mia vita alla letteratura, mi chiedo se questo tempo in cui vivo sia propizio agli artisti e ai letterati», ipotizzando che l’era del romanzo sia ormai giunta al suo termine.

Vorrei umilmente tentare di rispondere al suo interrogativo. L’era del romanzo non finirà mai finché esisteranno opere immortali nella loro autenticità come La danzatrice di Izu, che con la loro essenza rendono imperitura pure l’era del romanzo. E Kawabata stesso, che con un gesto estremo ha segnato la sua fine forse per tentare di fermarsi per sempre nella bellezza, lo sarà nel mio cuore e in quello dei lettori che si sono concessi con lui un attimo di pura dolcezza.


Per la prima foto, copyright: Tianshu Liu.

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