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La bellezza del disaccordo. “Esercizi di sepoltura di una madre” di Paolo Repetti

La bellezza del disaccordo. “Esercizi di sepoltura di una madre” di Paolo RepettiIrriverente, scorretto, vero. Il secondo libro di Paolo Repetti, Esercizi di sepoltura di una madre (Mondadori), a diciannove anni dall’esordio con Lamento del giovane ipocondriaco (pubblicato nel 2000 sempre da Mondadori), mette in scena la vita di una famiglia romana in bilico tra l’ebraismo e il cattolicesimo, tra la fede nel calcio (ahimè, tutti juventini) e la fiducia nella scienza, tra l’isteria tipica di chi senza successo tenta di venire a capo di controverse questioni ideologiche e quell’indifferenza che permette a tanti adolescenti di arrancare fino all’età adulta senza troppi pensieri.

Oltre a Zio Paolo, voce narrante e alter-ego dell’autore, editor scapolo con una certa familiarità con la psicoanalisi, i veri protagonisti del libro sono i nipoti, che, in assenza del padre, guardano allo zio come a un punto di riferimento, che lui lo voglia o no. C’è Davide, il più grande, che pensa soltanto alla Juve e a portarsi a letto il più alto numero di ragazze possibile, c’è Isaac, autistico genio spesso oscuro e misterioso nei suoi ragionamenti, e c’èSaretta, la più piccola dei tre, alla strenua ricerca di un’identità religiosa, sempre pronta a combattere una battaglia, che sia contro lo sfruttamento animale o per l’emancipazione della donna poco importa. Dentro queste battaglie, Saretta si lancia senza freni, per quanto, dentro di lei, persista l’inguaribile necessità di un punto di riferimento: lo cerca in uno zio – quello Zio – che sta ancora tentando di seppellire sua madre (come ricorda il titolo), che di fronte a tanti problemi sembra più in difficoltà dei suoi nipoti.

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Dopo un sostenuto capitolo iniziale posto in limine a mo’ di introduzione, si susseguono i dialoghi sconclusionati e paradossali tra questi quattro personaggi, trecento brevi sketch che nel complesso danno vita a una trama scandita con i ritmi di una sitcom che sa essere divertente e profonda. Acuta, per esempio, è l’operazione di ridimensionamento che propone Isaac dalla sua eccezionale finestra sul mondo: «Zio,» dice a un certo punto, «prova ad avvicinarti di due metri. Vedrai solo pelle dilatata, l’organo più importante di noi umani. E poi prova ad avvicinarti ancora di tre centimetri. Vedrai cellule, proteine, aminoacidi, scarti di DNA, neurotrasmettitori... Anatomia... Cose molto più importanti del tuo complesso edipico... E poi prova ad allontanarti di dieci chilometri... vedrai mappe, contorni di isole e continenti... geografia. E poi allontanati di dieci milioni di chilometri, vedrai solo una piccola, infima sfera poco illuminata, la Terra... astronomia. E tu? Tu dove sei?»

La bellezza del disaccordo. “Esercizi di sepoltura di una madre” di Paolo Repetti

L’altro giorno parlavo del libro con un caro amico, grande lettore della collana einaudiana Stile Libero, che Repetti ha fondato con il compianto Severino Cesari nel 1996. A un certo punto, stufo di sentire divagazioni tematiche sull’umorismo yiddish, mi ha posto la domanda di fronte alla quale ogni recensore dovrebbe assumersi le sue responsabilità: mi consigli di leggere questo libro? Ne vale la pena? Perché dovrei scegliere questo tra tutti gli altri che sono usciti in questi primi mesi del 2019 (da Missiroli e Carofiglio fino a Irvine Welsh)? Per non parlare dell’infinità di classici che non ho letto ma che faccio finta di leggere?

 

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L’ho fatto sedere a un tavolino del bar, alquanto infastidito dalla calviniana citazione messa lì, tra una frase e l’altra, un po’ a sproposito. Gli ho detto che è vero, gli svariati sketch che compongono il libro mi sembrano calcare un po’ troppo lo stile della scrittura digitale, che non capisco la necessità, componendo un libro, di dare alle scene un respiro così breve. Nel libro si fa esplicitamente riferimento al modello della sit-com: ma anche le scene di qualsivoglia sit-com sono più corpose di quelle presenti nel libro di Repetti. E poi, se vuoi scrivere una sit-com perché non la fai in televisione? Gli chiedo. Gli parlo dell’articolo di Roberta Petronio pubblicato sul «Corriere della Sera» (che addirittura parla di “saga familiare”, come se si trattasse dei Buddenbrook), in cui si racconta di una serata indimenticabile in cui Sergio Rubini ha letto alcuni passi di Esercizi davanti a un pubblico d’eccezione (erano presenti, tra i tanti, Alessandro Baricco, Francesco Piccolo e Paolo Giordano). Ecco, forse, oltre che a una sit-com, poteva trarne uno spettacolo teatrale, cabarettistico in qualche modo. Alcuni di quei dialoghi non avrebbero sfigurato nel palinsesto di Zelig. Però, un romanzo...

 

Insomma, detto questo, è un libro che ho trovato divertente. Ora vedi tu e non mi parlare di responsabilità.


Per la prima foto, la fonte è qui.

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