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“La bambina e il nazista”, un lampo di umanità negli orrori del nazismo

“La bambina e il nazista”, un lampo di umanità negli orrori del nazismoFranco Forte e Scilla Bonfiglioli firmano insieme La bambina e il nazista (Mondadori, 2020) un romanzo perfetto da leggere in occasione dell’annuale Giorno della Memoria.

Protagonista della vicenda è, per una volta, un ufficiale nazista: sì, proprio quello che abitualmente impersona il cattivo della situazione. In questo caso, però, Hans Heigel non possiede nessuna delle caratteristiche che hanno reso tristemente famosi i nazisti, un tranquillo tenente che è sopravvissuto ai primi anni di guerra lavorando come contabile in una sede distaccata dell’esercito, nella placida cittadina di Osnabruck, molto lontano dai fronti dove si combatte.

Improvvisamente, però, la sua esistenza subisce due mutamenti drammatici: la figlia Hanne muore di tubercolosi a soli otto anni, gettando la madre Ingrid in una disperazione cupa e incurabile, ai confini con la follia, mentre l’esercito decide di trasferirlo al campo di prigionia di Sobibor.

Qui Hans, che non è un nazista fanatico, entra finalmente in contatto con la cruda realtà dello sterminio degli ebrei e di altri reclusi, come i prigionieri russi, e con la lucida follia degli alti ufficiali che governano il campo, ma soprattutto s’imbatte un giorno in Leah, una bimba ebrea che giunge al campo con la madre e che sembra assomigliare moltissimo ad Hanne. Colpito da questa somiglianza, Hans si ritrova a fare di tutto per cercare di salvare la bambina da una morte certa: ma per farlo si ritrova a mettere in discussione tutte le idee che hanno governato la sua vita fino a quel momento, a partire dall’obbedienza alla disciplina militare e dalla fedeltà al Reich.

 

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La bambina e il nazista è un romanzo che vuole raccontare come anche dalla parte dei cattivi ci siano state delle persone che sono state in grado di ribellarsi in qualche modo al male, anche se spesso le loro storie si perdono nell’orrore della Shoah.

In che modo ha preso forma questo libro scritto a quattro mani? Lo abbiamo chiesto agli autori.

 

Come è nata l’idea di scrivere un romanzo sulla Shoah, scegliendo oltretutto come protagonista un ufficiale nazista, per quanto atipico? Vi siete ispirati a qualche storia vera?

Franco Forte – Nasce tutto intorno alla metà degli anni Novanta, quando, durante alcune mie ricerche sul processo di Norimberga, mi sono imbattuto in poche righe in cui si citava la testimonianza di una bambina, che con le sue dichiarazioni aveva salvato dall’impiccagione un ufficiale nazista in forza ad alcuni campi di concentramento in Polonia. Secondo la testimonianza, quell’ufficiale era riuscito a salvare la bambina, evitandole di finire nelle camere a gas. Nel corso del tempo ho cercato altre informazioni, di approfondire, ma non ho trovato nulla, e dunque questa storia è rimasta ferma, seppure sempre presente nella mia testa. Poi, alla fine, mi sono deciso: quello che aveva letto, per quanto molto vago, poteva essere lo spunto per una bella storia, che ridesse vigore alla memoria di ciò che è accaduto nei lager nazisti, soprattutto oggi che i venti negazionisti si rafforzano sempre di più.

E così con Scilla Bonfiglioli abbiamo deciso di costruire noi questa vicenda, prendendo ispirazione da quanto era accaduto per inventarci qualcosa di coerente e plausibile con il tempo e i luoghi in cui tutto è ambientato, ma naturalmente facendo appello alla fantasia per ricostruire avvenimenti di cui non siamo riusciti a trovare reali approfondimenti. La nostra quindi non è in senso stretto una storia vera, bensì un insieme di fatti ispirati a qualcosa che potrebbe essere accaduto, forse in un modo molto simile a come lo raccontiamo, anche se forse non potremo mai saperlo.

Ma l’importante per noi non era tanto ricalcare storicamente quanto accaduto nella realtà: volevamoprendere spunto da questa storia così particolare (un nazista che salva un’ebrea) per fare capire ai lettori che non sempre il mondo è tutto a tintenere o tutto a tinte bianche. A volte anche in mezzo al buio brilla la luce, e viceversa…

“La bambina e il nazista”, un lampo di umanità negli orrori del nazismo

Un libro come questo presuppone un lavoro di ricerca preliminare. Avete fatto delle scoperte che non vi aspettavate? Cosa vi ha colpito di più?

Scilla Bonfiglioli – Non posso dirmi un'esperta dell'argomento, né io né Franco Forte siamo degli storici e non abbiamo la pretesa di avere una conoscenza perfetta di un periodo che ha visto politiche così stratificate ed eventi tanto complicati. Eppure sono sempre stata attratta dallo studio di quell'epoca così nera, ho letto molti saggi e tanta narrativa sull'argomento.

E il risultato, libro dopo libro e testimonianza dopo testimonianza, era sempre lo stesso: la spiacevole sensazione di avere solo grattato la superficie di un abisso pieno di orrori. Quando Franco mi ha proposto di lavorare insieme a lui a questo progetto ero sicura che stessimo andando a inoltrarci in una zona particolarmente cupa. La storia dei campi di concentramento in Polonia ha una fama, se possibile, ancora più sinistra di quella degli altri lager in Europa. Majdanek, a due passi dalla città di Lublino, dovrebbeessere il simbolo delle mostruosità naziste, considerato quello che vi è stato perpetrato all'interno. Il titolo è, suo malgrado, passato ad Auschwitz solo perché gran parte della documentazione è stata distrutta prima della liberazione del campo da parte dell'Armata Rossa.

Durante il lavoro di ricerca ci siamo imbattuti in testimonianze agghiaccianti, che abbiamo cercato di riportare, romanzate, all'interno del libro. Ricordo in particolare una reazione di Franco ad alcune scene: era sconvolto per quello che avevamo scritto, preoccupato del fatto che la nostrafantasia avesse creato degli scenari più da libro dell'orrore che da romanzo storico. Salvo poi doversi amaramente ricredere una volta visionate tutte lefonti ufficiali. La verità è che, a distanza di così poco tempo dalla fine del secondo conflitto mondiale, la nostra immaginazione non riesce nemmeno a spingersi dove è davvero giunta la realtà dei lager.

 

Franco Forte finora ha scritto romanzi storici ambientati nell’antichità: è cambiato qualcosa nel suo modo di affrontare una storia passando dal mondo antico al passato recente?

Franco Forte – No, direi che non è cambiato granché, perché l’approccio è sempre lo stesso. Prima tanto studio, tanta documentazione per ricostruire in modo credibile e realistico l’ambiente in cui si svolgono ifatti narrati, poi un profondo lavoro di ricostruzione psicologica dei personaggi coinvolti, che veri o finti che siano alla fine devono comportarsi come esseri umani che si sono confrontati con i problemi del loro tempo, superando prove, difficoltà, dilemmi a volte apparentemente insormontabili. Ciò che conta è il messaggio che si vuole veicolare, e La bambina e il nazista è un romanzo storico solo apparentemente (perché ambientato nel passato), in quanto parla ai lettori d’oggi per spiegare perché è ancora così importante mantenere salda la memoria su quanto accaduto nei campi di concentramento nazisti. Una pagina nerissima della storia umana, che non possiamo e non dobbiamo dimenticare.

“La bambina e il nazista”, un lampo di umanità negli orrori del nazismo

Ogni anno, in occasione del Giorno della Memoria, rifioriscono dibattiti sull’opportunità o meno di celebrarlo: c’è anche chi considera inutile continuare a ricordare le tragedie passate. Voi cosa ne pensate?

Scilla Bonfiglioli – Non si può avere un futuro, se non si ha un passato. Quello che siamo adesso è il prodotto di tutto quello che abbiamo vissuto, nel bene e nel male, e non fare i conti con quello che è stato non solo ci rende fragili, ma ci impedisce di progredire. Questo vale per noi come singoli individui, ma anche per la società in cui viviamo. Il tempo, con il suo scorrere, ha il pregio di lenire il dolore e smussare gli spigoli delle esperienze che abbiamo vissuto, ma l'altro lato della medaglia è quello di farci dimenticare troppo rapidamente le lezioni che abbiamo imparato o che avremmo dovuto apprendere.

Il revisionismo storico su argomenti cupi come questo è simile all'atteggiamento spaventato di chi non guarda una ferita troppo brutta e volge il viso dall'altra parte, nella speranza che guarisca da sola. Ma è una cosa che non succede mai. Siamo in un momento molto delicato: le generazioni che hanno vissuto in prima persona l'esperienza terrificante della guerra e dei nazionalismi del Novecento ci stanno lasciando, i sopravvissuti dei campi di concentramento e del conflitto sono pochi. Presto non ci sarà più nessuno che potrà dire “io c'ero, è andata così”. La parola di chi porta avanti il ricordo di quegli anni varrà tanto quanto quella di chi nega i fatti, a livello di pura esperienza. Questo è molto pericoloso.

Ecco perché sono importanti i libri, è necessaria la parola scritta: perché non sia facile dimenticare, perché ci sia una testimonianza. La bambina e il nazista non ha certo il valore di un documento storico, ma il compito dei narratori è quello di mantenere vivo il ricordo e far durare la memoria. Per questo motivo esistono le storie. Anche se i personaggi sono di fantasia, quello che raccontano, il dolore e le speranze che provano, sono emozioni vere e autentiche. E sono quelle che, quando si legge, vengono risvegliate in ogni essere umano. E restano nella memoria.

 

Gli autori che scrivono in coppia usano sistemi diversi per lavorare insieme: ci sono quelli che scrivono un capitolo a testa, ma a volte anche coppie in cui uno scrive e l’altro effettua le ricerche o revisiona il testo. Voi come vi siete organizzati?

Franco Forte – Io sono un autore con una certaesperienza, ormai, nonché editor di importanti collane Mondadori, e dunque è abbastanza semplice per me coordinare il lavoro di uno o più scrittori, anche quando io stesso sono fra gli autoridel romanzo. Con Scilla, poi, l’intesa è stata immediata e straordinaria, e ci siamo compenetrati fin da subito, senza alcun problema né nella fase di prima stesura del testo, né in quelle forse più complicate ma essenzialidi revisione e aggiustamento, che sono fondamentali per raggiungere il miglior equilibrio in qualsiasi opera.

Scilla Bonfiglioli – Per me è stata una collaborazione importante, ricca di spunti di lavoro e di crescita. Il lavoro è stato un botta e risposta continuo di documentazione e scrittura che ha amalgamato le idee e lo stile di entrambi.

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Come giudicate questa esperienza di scrittura in collaborazione: vi ha arricchito, è stata faticosa, pensate di ripeterla o resterà un momento unico della vostra carriera di scrittori?

Franco Forte – Io sono alla mia seconda esperienza in questo senso, per di più con due autori diversi a un anno di distanza di distanza l’uno dall’altro. Prima di La bambina e il nazista, infatti, avevo pubblicato Romolo – Il primo re insieme a Guido Anselmi, e anche quella è stata una bellissima esperienza. Ritengo che quando gli autori sono compatibili (stilisticamente, ma anche e soprattutto caratterialmente), non ci siano troppe difficoltà a lavorare insieme, se almeno uno di loro ha grande dimestichezza con il lavoro redazionale ed editoriale. Così è stato con Scilla e con Guido, e credo che in futuro proseguirò su questa strada, con questi autori e forse… anche con altri.

Scilla Bonfiglioli – Franco Forte, che ha tanta esperienza più di me, si è dimostrato un ottimo maestro, come già in passato. Ha saputo guidarmi senza soffocarmi, lasciandomi la libertà di esprimermi al meglio. Sono molto contenta del risultato che abbiamo ottenuto e grata delle lezioni che Franco mi ha impartito con il suo esempio durante la realizzazione di questo romanzo. Mi auguro di potermi cimentare con lui in una nuova impresa.


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