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L’uso della Storia secondo Paolo Mieli

L’uso della Storia secondo Paolo MieliQuale l’uso della Storia secondo Paolo Mieli? La risposta ce la dà, o perlomeno prova a darcela, in questo suo nuovo lavoro, L’arma della memoria. Contro la reinvenzione del passato, uscito per Rizzoli.

Quale uso è stato fatto, impropriamente, della Storia, della macchina umana nei secoli allo scopo di legittimare il presente? Attraversando le epoche, partendo dalla lettura degli stranieri, degli intellettuali stranieri, del fascismo, Mieli invera, in qualche misura, quel vecchio adagio che attribuisce al potere la necessità di (ri)scrivere la Storia e di perpetuare una memoria costruita a tavolino.

A differenza di quanto sostenuto da Paolo Guzzanti in una sua recente recensione a questo lavoro, noi vi abbiamo trovato una risposta necessaria e inequivocabile a un bisogno crescente di reinterpretazione dei fatti: cosa diversa da certo revisionismo facile che serpeggia perfino tra gli storiografi accademici di più recente generazione. Del resto, il lavoro di Paolo Mieli ci converte a un gioco di incastro, ci consegna il ruolo di lettori attivi, evocando epoche, più che fatti, e protagonismi collettivi noti dentro verità ignote. Come quando affronta il tema della centralità europea di fronte alle avanzate islamiche mettendo in discussione la benevolenza con la quale gli storici hanno tradizionalmente trattato gli ultimi imperatori bizantini, quasi a cancellare la macchia della fragilità politica dell’impero moribondo.

Di notevole interesse per dar sviluppo a un’ipotesi relativista della storia e dell’eurocentrismo, la riflessione che fa l’autore intorno alla nascita della storiografia contemporanea, dove porta avanti la tesi della connessione tra storie e appartenenze territoriali come possibile via interpretativa che rimetterebbe al centro, finalmente, la ricerca della verità e delle falsificazioni.

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L’uso della Storia secondo Paolo MieliQuesto approccio vale anche per le ricette con le quali le storiografie hanno “cucinato” epoche importanti, ed imponenti, come il Rinascimento, o meglio i Rinascimenti. Davvero illuminante il capitolo dedicato a questi periodi perché sul piano metodologico la coesistenza e la compresenza nei secoli di epoche simili, di risveglio, non soltanto mettono in crisi l’eurocentrismo storiografico, ma possono dare fiato a una nuova storia spirituale dell’umanità, che torni agli elementi sovrastrutturali.

Per il dibattito sempre presente in Italia intorno al fascismo, è utile il capitolo dedicato ai rapporti, al flirt tra gli Usa e Mussolini. Di questo innamoramento politico, che corse tra il capo fascista italiano e Roosevelt, resta traccia in articoli, libri e visite ufficiali dalle quali si enuclea un’iniziale convergenza di vedute tra Italia fascista e Usa. A questo capitolo ne segue uno che ridiscute la centralità del rapporto, diffidente, tra inglesi e partigiani: assiomi e paradigmi che si frantumano davanti alla lente di Mieli e si collocano nella giusta prospettiva.

Gli attraversamenti epocali dell’autore arrivano fino a toccare certezze indimostrate come la saldezza morale del garibaldinismo, facendo i conti con rituali manipolazioni che si perpetuano nelle coscienza italiana grazie a un uso politico degli eventi.

In definitiva in questo lungo excursus Mieli ci conduce a rivedere le certezze ripristinando l’opportunità della ricerca storica. Non è, L’arma della memoria di Paolo Mieli, una rifondazione storiografica, ma un contributo importante al bisogno di orientamento e di certezze storiche fondate nella fluidità dell’epoca in cui viviamo.

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