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L’uomo è una bestia? “L’animale che mi porto dentro” di Francesco Piccolo

L’uomo è una bestia? “L’animale che mi porto dentro” di Francesco PiccoloBestialità e sensibilità, violenza e gentilezza, individuo e mondo: è intorno a queste dualità che ruota l’ultimo romanzo di Francesco Piccolo, L’animale che mi porto dentro (Einaudi). Coloro che hanno già letto, per menzionare due titoli, Momenti di trascurabile felicità (2010) e Il desiderio di essere come tutti (2013) si sentiranno a casa cominciando a sfogliare questo libro, che, come sa ben fare l’autore casertano, riesce a individuare tutte quelle situazioni della vita quotidiana che, svelate e viste da lontano, rivelano l’assurdità di tanti nostri comportamenti e la fragilità su cui si fondano tante delle nostre certezze. Non ci avevo mai pensato, prima di oggi, ma l’appena illustrato modus operandi di Piccolo non è tanto diverso da quello di Michele Rech, in arte Zerocalcare, autore di bestseller come La profezia dell’armadillo e Macerie prime: cambia il medium (Zerocalcare è un fumettista) e la generazione (Piccolo è del 1964 mentre Rech è del 1983), ma l’ostinata ricerca dell’universale nella vita di tutti i giorni, che si concretizza nel racconto delle più piccole gioie e dei più effimeri disagi, è la medesima.

Torniamo a L’animale che mi porto dentro. Costruito come una serie di episodi, distanti nel tempo ma uniti tra loro attraverso molteplici rimandi, il romanzo mette in scena la sofferta convivenza tra la fragilità e l’arroganza, il pianto sommesso di un adolescente lasciato dalla sua compagna di classe e la brutalità di un ragazzo che durante una partita a pallacanestro prende a pugni l’arbitro. A patto di credergli, il ricorso a materiale autobiografico, come sempre nei libri di Piccolo, è grande.

 

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Un ruolo centrale, nel romanzo, ha il racconto dell’immaginario, letterario e cinematografico, in cui si forma il personaggio. Sulla scia di quanto ha fatto Marco Missiroli nel romanzo Atti osceni in luogo privato, Piccolo illustra i film e i romanzi che sono stati decisivi nella sua maturazione. In fondo, ci muoviamo sempre all’interno di alcune strade segnate e sono davvero rare le volte in cui abbiamo la capacità di esprimere desideri che le storie che abbiamo letto, visto o ascoltato non ci abbiano indicato in precedenza. Ed è così che entrano in gioco, per fare alcuni esempi, Le tigri di Mompracem di Salgari, Fiesta di Ernest Hemingway e i film Malizia di Salvatore Samperi e Amore senza fine di Franco Zeffirelli.

L’uomo è una bestia? “L’animale che mi porto dentro” di Francesco Piccolo

Dei desideri della carne aveva già parlato altre volte, basti pensare al romanzo La separazione del maschio (2008), così come del rapporto tra il singolo e il gruppo, l’individuo e la nazione, come accade nel libro che gli è valso il premio Strega, Il desiderio di essere come tutti (2013). Nell’ultimo romanzo, tuttavia, la bestia è più feroce e il gruppo non equivale a un accogliente insieme di persone capaci di dar senso alla tua vita, bensì a una squadra di carcerieri che, solo con lo sguardo, dettano la tua condotta.

Approfondita è l’analisi della «parte semplice» dell’uomo, contrapposta alla «parte complessa», quel lato sensibile e profondo che, in quantità diverse, ognuno possiede. Divertente e divertito è il racconto di quei pur veri stereotipi che accompagnano la rappresentazione del maschio, di quella maschile immaginazione istintuale che trasforma la scena più banale in un episodio dai risvolti amorosi, di quella «fantasia erotica che parte dalla situazione realistica e si spinge verso un’eventualità improvvisa». Scrive Piccolo:

«Se sto parlando con una collega, con la mamma di un compagno di scuola di mio figlio, con la barista perché vorrei un cappuccino più caldo, con un’amica che mi confida i suoi segreti, riesco a tenere separate la parte complessa e quella semplice [...] ma dentro di me, sempre, sia che io lo voglia sia che non lo voglia, sempre, lavora un pensiero che sta sotto tutti questi: me la scoperei, come sarà nuda, però che culo, però che tette, sembra desiderosa, sembra rigida, chissà se le piaccio».

 

Allora, tra l’uomo sensibile e il maschio si scatena una guerra feroce, ma il primo è troppo debole e il secondo è indomabile.

L’uomo è una bestia? “L’animale che mi porto dentro” di Francesco Piccolo

Ma dove nasce questo atteggiamento? Si tratta di un’attitudine innata? Per quanto emerge dal racconto di Piccolo, solo in parte. Quest’idea di virilità potente, brusca e dominante nasce dallo sguardo maschile che, fin dalla più tenera età, ci guarda e ci giudica. Si tratta di un’educazione collettiva alla vita, un sistema che corrisponde a certi valori dai quali allontanarsi è assai arduo. Per spiegare questa collettività influenzata e influenzante l’autore ricorre all’immagine del panopticon, di cui il carcere di Ventotene è uno dei primi ad averne seguito i principi. Il panopticon è una «struttura circolare concepita in modo che ognuno dei detenuti sia sempre visibile e quindi sempre controllato da un sorvegliante che sta al centro; ogni cella è tenuta costantemente sotto controllo da un sorvegliante che nessun dei detenuti può vedere», cosicché nessun carcerato può sapere se in un dato momento è sorvegliato oppure no. Inoltre, non c’è solo l’occhio del sorvegliante, ma ognuno ha uno sguardo sugli altri. Ecco, ogni maschio, secondo Piccolo, si trova in questa stessa situazione: è sia sorvegliante che detenuto. Il sorvegliante, per il maschio, è «la società dei maschi, il pensiero comune, lo stereotipo, l’educazione a essere maschio». L’idea dominante di virilità trova forza nel branco e da esso dipende.

 

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Un’altra questione si aggiunge a quanto già detto: l’animale che portiamo dentro non è un mostro riconoscibile, con le corna, uno sguardo spaventoso e il fuoco che esce dalla bocca quando starnutisce. L’animale è in grado di cenare insieme a uomini e donne, è in grado di soccorrere un’anziana in difficoltà, di portarle la spesa in casa se vede che le buste sono troppo pesanti; può persino essere comprensivo e dolce, all’occorrenza. Ma nell’intimità, quando le difese calano, è lì che esplode, scoppia la violenza, quella fisica e, ancor più pericolosa, quella psicologica. L’animale fa paura e ancora più paura fa il fatto che quando scompare dà l’illusione che possa non riapparire più, ma questo non accade mai. «Per tutta la vita ho provato a uccidere l’animale – scrive Piccolo –, ho pensato di averlo finalmente ucciso, e poi mi sono reso conto che veniva fuori da tutte le parti». Il più grande problema è che in quella violenza, nell’animale, l’uomo si riconosce.


Per la prima foto, copyright: Aarón Blanco Tejedor su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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