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L’uomo è ciò che legge: la biblioteca di Papa Francesco

La biblioteca di Papa FrancescoCercare di capire chi sia Papa Francesco senza entrare nella sua biblioteca (cioè nel suo essere un lettore che ha saputo trarre indicazioni di vita dalle sue letture) e restando all’ombra dei servizi giornalistici o delle polemiche sarebbe un po’ come definire i confini della personalità di un uomo e di una donna analizzando solo i menu dei loro pasti, il che sarebbe limitativo, oltre che disorientante, per lo stesso Feuerbach.

È in questa prospettiva che un’iniziativa come La biblioteca di Papa Francesco, promossa dal «Corriere della Sera» e lanciata proprio oggi, appare meritoria. L’idea di ricostruire la figura di Papa Francesco attraverso la lettura delle opere che ne starebbero ispirando il Magistero potrebbe senz’altro dire molto più sulla sua persona di quanto qualunque ricostruzione potrebbe mai fare.

Idea che si rafforza se si pensa che quello che più colpisce di Papa Francesco è, prima di tutto, il suo linguaggio, che non può essere spiegato solo come mera strategia di marketing o come nuova comunicazione politica. C’è qualcosa che sfugge a questa semplificazione e che sembra partire da più lontano.

Dinanzi a una personalità così complessa come quella di Jorge Mario Bergoglio non ci si può certo limitare a leggere dei metri quadri del suo appartamento in Vaticano e a dirimere la polemica con il cardinale Tarcisio Bertone, il quale per giustificare la grandeur autocelebrativa del suo appartamento è arrivato a parlare di«presunta ristrettezza della residenza del Pontefice». Tralasciando l’oggetto della querelle ed evitando la facile ironia su un eventuale viale del tramonto, resta vivido nella mente il differente approccio comunicativo: Bertone si affida all’insinuazione strisciante, con una scelta stilistica e retorica che ricorda il dialogo del serpente con Eva (Genesi, 3, 1-5), dove Eva saremmo noi e lui ci indicherebbe la strada per aprire gli occhi sul vero volto del Pontefice, ma sappiamo tutti com’è andato a finire il racconto biblico; Papa Francesco che aveva già espresso la sua riprovazione per i sacerdoti «untuosi, sontuosi e pretestuosi», invece, risponde, sebbene indirettamente: «E nella Chiesa ci sono arrampicatori! Ci sono tanti, che bussano alla Chiesa per… Ma se ti piace, vai a Nord e fai l’alpinismo: è più sano! Ma non venire in Chiesa ad arrampicarti! Gesù rimprovera questi arrampicatori che cercano il potere». Colpisce l’essere diretto del linguaggio del Papa, ben diverso dalle scelte del lessico ordinario della curia romana. Ma se entrambi, dunque, sono figli della stessa Chiesa, cos’è che rende diverso Papa Bergoglio dal Cardinale Bertone? Il linguaggio, prima di essere espressione di una personalità e padre di una realtà che disegna con le parole e con i silenzi, è figlio di due genitori dotati di un grande potere generativo, oserei dire quasi creativo: da un lato, l’esperienza di vita, dall’altro, i libri vissuti (ed uso a ragion veduta questo verbo, anziché il semplice riferimento alla lettura).

Nulla di più banale nel dire che le esperienze di vita di Bertone e di Bergoglio sono tra loro molto diverse. Abituato a districarsi tra le rivalità politiche del Vaticano, di cui è stato anche Segretario di Stato, Bertone ha rappresentato l’emblema del difendersi in politichese, rilanciando l’accusa tramite l’arte del lasciare intendere che altrove si fa anche di peggio; Bergoglio, invece, è il Vescovo che fece di miserando atque eligendo il motto da stampare sul suo emblema e, prima ancora, fu il provinciale del Colegio Máximo dei gesuiti che utilizzò gli esercizi spirituali per offrire rifugio ai religiosi perseguitati dalla dittatura argentina.

In realtà, non c’è nulla di sorprendente in questo, se si pensa che il presupposto n. 22 degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola recita:

«Per maggiore aiuto e vantaggio, sia di chi propone sia di chi fa gli esercizi spirituali, è da presupporre che un buon cristiano deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare l'affermazione di un altro».

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Ed è lo stesso atteggiamento che riecheggia nella risposta di Papa Francesco a chi, durante il volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Rio De Janeiro, gli chiese della sua posizione circa la lobby gay in seno alla Chiesa:

«Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli, perché questo è uno, ma se c’è un altro, un altro».

È per questo che, nel caso di Papa Francesco, parlavo di libri vissuti e non solo letti, perché sono diventati non semplice insegnamento dottrinale, ma ispirazione di vita, che potrebbe far ben sperare per ulteriori azioni di apertura, anche se questo sarebbe un correre troppo.

Ci si potrebbe domandare, allora, quali altri libri siano stati vissuti da Papa Francesco. Una domanda a cui sarebbe difficile rispondere, se non interrogando direttamente il Pontefice, anche se la collana La biblioteca di Papa Francesco si muove proprio in questa direzione, grazie alla collaborazione di Antonio Spadaro, direttore della rivista «La Civiltà Cattolica», il quale ha selezionato venti titoli sui quali il Papa si è espresso in più occasioni pubbliche o private.

I testi saranno pubblicati a partire da oggi (s’inizierà con Tardi ti ho amato di Ethel Mannin) e, con cadenza settimanale, fino a settembre 2014, e comprendono, oltre ai già citati Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, Memorie del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, L’altro, lo stesso di Jorge Luis Borges, le Odi di Friedrich Hölderlin, I promessi sposi di Alessandro Manzoni, l’Eneide di Virgilio. Per scoprire gli altri titoli previsti, basta cliccare qui.

Titoli che, per la loro apparente lontananza dalla Chiesa contemporanea, potrebbero sorprendere, ma la vera sorpresa potrebbe essere pure quella di comprendere in che modo la biblioteca di Papa Francesco è prima di tutto una biblioteca di vita vissuta.

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