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L’uomo dietro la maschera di Gioacchino Rossini. Intervista a Simona Baldelli

L’uomo dietro la maschera di Giovacchino Rossini. Intervista a Simona BaldelliRicorrono nel 2018 i centocinquant’anni della morte di Gioacchino Rossini, lo straordinario autore di opere come L'Italiana in Algeri, Il Turco in Italia, Il barbiere di Siviglia, La gazzetta, Guglielmo Tell. E Simona Baldelli, già autrice di Evelina e le fate (2013), Il tempo bambino (2014) e La vita a rovescio (2016), ha deciso di dedicargli il suo ultimo romanzo, L’ultimo spartito di Rossini, appena pubblicato da Piemme.

Un romanzo che, nel pieno rispetto delle fonti ufficiali, restituisce un’immagine per certi versi alternativa di Rossini, entrando nel vivo di una personalità più complessa di quella che era apparso ad alcuni biografi suoi contemporanei.

Proprio questo è stato uno degli argomenti al centro dell’intervista che Simona Baldelli ci ha gentilmente concesso.

 

Un romanzo dedicato a Gioacchino Rossini in un periodo in cui l’opera sembra conquistare il grande pubblico solo in occasione dell’inaugurazione della stagione della Scala di Milano tra gossip e semplice costume. Perché una scelta che può apparire un po’ in controtendenza?

Molteplici sono le ragioni. La prima, anche se non la principale, è che quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario della morte di Gioachino Rossini ed è, pertanto, anno rossiniano. Immaginavo, quindi, un po’ di attenzione in più verso il mio grande concittadino e ho voluto cogliere l’occasione per provare a raccontarlo in maniera differente dall’iconografia classica, che lo vuole eternamente ilare e bonne vivant, superficiale e gaudente.

E questo è il motivo per me più importante: cercare l’uomo dietro la maschera, e restituirgli quell’umanità, complessità, che molti biografi, specialmente del passato, hanno trascurato.

Inoltre, la musica classica è ora appannaggio di una piccola élite di pubblico, ma in passato era quanto di più accessibile vi potesse essere. L’opera, e in particolare il melodramma, erano una sorta di romanzo popolare costruito con un linguaggio semplice, supportato dalla musica; un contesto attraverso il quale veicolare contenuti e sentimenti, in maniera da poter essere reiterati e compresi da chiunque. Un po’ quello che accade, oggi, con certa serialità narrativa e televisiva per andare incontro alla sensibilità e al gusto di un pubblico più largo.

Infine, la vita di Rossini, è una storia bellissima. E io credo che un narratore, se è depositario di una bella storia, abbia il dovere di raccontarla.

 

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L’uomo dietro la maschera di Giovacchino Rossini. Intervista a Simona Baldelli

All’inizio del libro, c’è un passaggio molto interessante quando, riportando i pensieri di Rossini, scrive: «Aveva pensato di far furore? Incantare il pubblico romano e il mondo intero? Nossignore, un fiasco sarebbe stato, ci poteva scommettere.» Qual era il rapporto di Rossini con il suo talento?

Credo sia il rapporto di molti artisti, soprattutto i più grandi, eterni.

Quando un’opera è un’urgenza, e non un atteggiamento, è composta di carne e sangue. Riesce a immaginare cosa possa provare, l’autore, nell’esporla al pubblico? Mentre si mostra, nudo, con tutte le proprie fragilità? Il timore del fallimento non riguarda soltanto l’opera, ma quei pezzi di sé che l’artista stava offrendo al mondo e che si vede respingere al mittente, fra sghignazzi e sberleffi.

Oggi siamo capaci di deprimerci perché i nostri commenti sui social non ottengono like, condivisioni; si immagini cosa potessero significare, per una psiche ipersensibile come quella di Rossini, i fischi. Oltre alla sua fragilità, dobbiamo considerare che Rossini non approfondì lo studio della musica. Era di origini modeste e la famiglia aveva bisogno di guadagni sicuri. Abbandonò presto le lezioni di Padre Stanislao Mattei per dedicarsi ancora giovanissimo alla scrittura e ai concerti e, in età matura, sentì la mancanza di basi più solide. Non so dire se, con una preparazione migliore, si sarebbe fidato di più del suo talento, forse sì, oppure la sua musica avrebbe risentito delle regole, sarebbe stata meno “sbrigliata”, folle. Quel che è certo è che per tutta la carriera di compositore oscillò costantemente fra la convinzione di avere un talento cristallino e il terrore di non valere nulla.

 

Nel romanzo lei inserisce alcune lettere scritte da Rossini, tra cui quelle ai genitori. Che idea si è fatta del Rossini uomo? E in che modo questa umanità è poi entrata nella sua musica?

Devo ringraziare lo psicoterapeuta e neuropsicologo Enzo Orlandi, che mi ha aiutata ad analizzare le lettere e altri documenti autografi di Rossini. Grazie alla sua collaborazione, ho scoperto un uomo che sembra aver vissuto appieno l’archetipo che Jung chiama del puer aeternus, la cui caratteristica principale è l’appartenenza incondizionata al mondo della Madre, intesa sia come madre reale che come Madre archetipica, la Madre Terra che dà e toglie la vita, Persefone regina degli inferi e dell’oscurità. Una simile alternanza di esaltazione e depressione, successi e rovinose cadute, creatività e difficoltà di scrittura, segnò tutta la vita di Rossini, non solo lavorativa, ma anche affettiva. Non è difficile notare, ad esempio, che il silenzio creativo coincise con la morte dell’amatissima madre. Per un individuo con queste caratteristiche, la difficoltà più grande è il confronto con il mondo. Rossini lo affrontò nella vita, finché ne fu capace, costruendosi una maschera dietro cui proteggersi; mentre, nella musica, si trasformò in quei preziosi chiaroscuri, negli scoppi di allegria e nel tenero dolore di cui erano composte le sue opere. Pensi all’ultima, per esempio, quel capolavoro assoluto che è il Guglielmo Tell, dopo il quale smise di scrivere per il teatro. Rossini la definiva “un’opera di montagne e sventure”. Nello spartito si ritrovano le emozioni di cui era composto il suo animo: l’avvicendarsi di speranze e delusioni, la certezza nelle proprie capacità e il dubbio feroce di non valere nulla. La luce e il buio. Nel Tell trovano posto in ugual misura il dolore d’amore e di patria e la consolazione. Gli elementi della natura, ora rassicuranti ora trasformati in esplosioni di collera a lungo repressa. Oppressione e libertà, armonia e disarmonia. L’opera si conclude con l’aria Tout change et grandit, tutto cambia e ingrandisce, il suo canto del cigno. Ogni cosa, ai suoi occhi, si era trasformata, ingigantita, velocizzata, involgarita. A lui non restava che prenderne atto: lanciare il suo grido d’addio e ridursi al silenzio.

 

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L’uomo dietro la maschera di Giovacchino Rossini. Intervista a Simona Baldelli

L’ultima opera scritta da Rossini risale al 1829. Questo significa che per trentanove anni non scrisse più nulla. Alcuni parlano di una sua depressione da cui si sarebbe lasciato vincere. Cosa lo spinse ad abbandonare l’attività?

Il silenzio coincise, anche, con la morte della madre, quindi con una perdita cruciale per il puer aeternus di cui parlavo poc’anzi. Tuttavia, credo che abbia a che fare con quanto dicevo circa la fragilità dell’artista che offre se stesso al pubblico. La ricerca di consenso, di amore, potremmo dire. A un certo punto, non ce la fece più ad affrontare questo perenne esame. Gioachino Rossini si era costruito una maschera gioviale per non soccombere davanti alle paure e alle malattie, numerosissime, del corpo e dell’animo di cui soffriva. Semplicemente, gli risultò impossibile sostenere ancora la messinscena. Ma è solo la mia opinione, chiaro.

 

Come da citazione posta in esergo al volume, Rossini non apprezzò molto le biografie pubblicate mentre era in vita perché «abbondano troppa generosa indulgenza per la mia musica e non poche frottole sulle mie abitudini». Restando nella finzione narrativa e chiedendole un ulteriore sforzo di immedesimazione nel personaggio, come avrebbe accolto Rossini questo suo romanzo?

Per quel che è: un atto d’amore. E di gratitudine, anche, per tutta la felicità regalatami attraverso la sua musica. Ho cercato di contraccambiare il dono cercando di rendere giustizia alle tante calunnie, falsità, di cui fu oggetto, da parte dei suoi biografi (uno su tutti, Stendhal), e sottolineare sfumature che nessuno aveva visto. O aveva fatto finta di non vedere. Non a caso La calunnia (è un venticello), da Il Barbiere di Siviglia, è una delle sue arie più famose. Credo vi sia molto di autobiografico.

L’uomo dietro la maschera di Giovacchino Rossini. Intervista a Simona Baldelli

Nelle avvertenze al libro si legge: «I fatti storici narrati sono liberamente interpretati dall’autore.» Dal punto di vista pratico qual è il metodo di lavoro seguito e in cosa è consistito questo processo interpretativo rispetto alle fonti consultate?

Ho letto e studiato moltissimo, prima di accingermi alla scrittura, specialmente i materiali autografi conservati presso la Biblioteca della Fondazione Rossini, a Pesaro, oltre a saggi e biografie di autori e studiosi rossiniani. Quello che narro è, nella quasi totalità, realmente avvenuto, e con le modalità che descrivo.

Non potevo fare altrimenti, perché Gioachino Rossini è stato l’uomo più famoso del suo tempo e, fatte le debite proporzioni, probabilmente di tutti i tempi; ha attraversato tutta la storia dell’Ottocento, da Bonaparte all’Unità d’Italia, ha conosciuto re, politici e i maggiori artisti dell’epoca. Le sue vicende personali non possono prescindere dalla Storia, non solo d’Italia, ma d’Europa.

Per questo motivo, e per scelta personale, ho preferito utilizzare informazioni già riportate e comprovate da storici e biografi.

Insomma, mi sono lasciata guidare dalle famose cinque “W” (who, what, where, when, why) il chi, cosa, dove, quando prendendole in prestito dalla cronaca; di mia interpretazione, per costruire la soggettiva della scrittrice, mi sono tenuta il perché, aggiungendovi il come.

Qui sta il mio processo interpretativo, come lo chiama giustamente lei, poiché parliamo di scrittura, musica e teatro. Di vita, quindi. E la vita di un personaggio, reale o immaginario che sia, non sta solo nella cronologia dei fatti, ma nei sentimenti, le emozioni che accompagnano e spingono all’azione. Ecco dove sto io, come scrittrice e come personaggio narrante e narrato a un tempo. Mi trova fra le quinte, come servo di scena, o suggeritrice, se preferisce, a imboccare gli attori con il tono delle battute.

 

Immagini di essere in una scuola e davanti a un pubblico di adolescenti. Perché dovrebbero avvicinarsi a Rossini e all’opera in generale?

Perché la musica rende liberi, e folli. Quella di Rossini (e di Mozart, Beethoven, Charlie Parker, Dizzie Gillespie, Chano Pozo, Rolling Stones, Nirvana…) lo fa in modo particolare. Anzi, era “una follia organizzata e completa” come disse Stendhal a proposito dell’Italiana in Algeri.

Perché mai i ragazzi dovrebbero privarsi della possibilità di essere liberi e folli, e quindi, felici?


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

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