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L’uomo che combatte contro il potere. Intervista a Mauro Garofalo

L’uomo che combatte contro il potere. Intervista a Mauro GarofaloIl fuoco e la polvere è un romanzo denso, ben calibrato, scorrevole e avvolgente come l’abbraccio affettuoso di una foresta. O di un bosco, per giocare con il nome del protagonista di questa storia firmata da Mauro Garofalo e uscita per Frassinelli.

Siamo catapultati nel passato recente, quando ancora gli uomini che sopravvivono nella natura non rappresentano un personaggio dello showbiz, ma sono animi che contestano e si oppongono, resistono e osano. Capitano Bosco è uno di loro e la questione spinosa che lo coinvolge è l’imminente costruzione della ferrovia che ha tutta l’aria di porre fine a un mondo. Non mancano i lupi travestiti da agnellini e nemmeno il delicato filo rosso della passione, del proibito, del contrasto, creando così un mosaico che dà vita a una narrazione che incalza.

In occasione dell’uscita del romanzo, Mauro Garofalo ha spiegato alcuni retroscena che lo hanno portato alla stesura di questa storia intensa e appassionante.

 

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La prima domanda che vorrei porle è se si tratta di una storia vera o è stato ispirato comunque da fatti reali. Capitano Bosco è mai esisto? Cosa rappresenta per lei?

L’unico fatto reale de Il fuoco e la polvere è la costruzione della linea ferroviaria Maremmana, che intorno al 1864 da Follonica-Orbetello arrivò a Grosseto. È stato un pretesto per parlare di quei territori, della natura e del selvaggio che lì si può ancora incontrare. Dello spossessamento, delle condizioni della civiltà contadina, in quegli anni sottoposta alle vessazioni dei padroni, era una condizione in grado di innescare un’epica che mi interessava indagare. L’estinzione del mondo contadino è un grande vuoto incolmato della nostra storia, un buco narrativo (a parte Bianciardi, Olmi, Pasolini e pochi altri) che credo vada raccontato se vogliamo comprendere il nostro presente.

Capitano Bosco non è mai esistito, rappresenta in parte la misura del coraggio che occorre per alzarsi in piedi e dire “No”. Nelle prime pagine del romanzo si narra la leggenda attorno al suo nome, di come egli avesse combattuto nelle guerre d’indipendenza contro gli austriaci, dalla parte del Regno d’Italia.

Bosco incarna la necessità di comprendere l’importanza delle libertà dell’individuo. È in parte, forse, con tutte le semplificazioni della fiction, una personificazione del processo costitutivo che ci porta ad assumere la responsabilità delle nostra identità – politiche, sociali, sessuali – all’interno della comunità. Bosco, in filigrana, ci dice che è sempre fondamentale difendere i diritti individuali degli uomini, anche contro i governi transitori che salgono al potere, se si comportano in mondo “ingiusto”. Come in Kafka, l’uomo, il singolo ha il dovere di combattere per le proprie libertà contro l’Ur-potere, che è sempre negativo.

Anche se, in questa storia, ho utilizzato di più Dumas per I tre moschettieri, Natoli per il contesto sociale, Sergio Leone per l’epica stracciona e l’orizzonte della Maremma western.

L’uomo che combatte contro il potere. Intervista a Mauro Garofalo

È un confine molto sottile quello che separa i buoni dai cattivi, nel dirlo penso a Capitano Bosco e all’“uomo con la bombetta”, ai ruoli di ciascuno e alla loro vera essenza. In che misura è d’accordo con questa affermazione?

In verità l’uomo con la bombetta è la semplificazione del potere, che non si fa scrupoli. Lo stesso però non farà mai parte dei “vincenti”, è un personaggio che non ce la farà mai davvero. Perchè viene dal popolo, la sua ferocia è derivata dalla fame di riscatto che prova nei confronti dei nobili, e per questo assume su di sé il potere. Non come corruzione ma come vendetta. È un cliché narrativo, incarna la smania della scalata, ma in verità è un debole perchè tutto quel che fa lo compie, anzi lo fa compiere (vigliaccheria o delega) per sanare la sua mancanza di autostima: è un bambino che vuole attirare l’attenzione, è benevolente perchè cerca l’attenzione degli adulti. Per questo decide di diventare un potente, per questo e per provare l’eccitante sensazione di immortalità connessa all’esercizio del dominio sugli altri. È un po’ lo stesso processo costitutivo che porta il giudice nano di De André a salire sullo scranno per il piacere di condannare quelli che lo vessavano. Per riscattarti ai loro occhi, diventi un carnefice. È un processo malato, che non sempre produce gli effetti desiderati. Non è un caso che nessuno lo nomini, un po’ per paura un po’ perché è un dimenticabile, un paria tutto sommato, e lui lo sa.

Bosco invece, anche se non è un buono completo, ruba come Robin Hood, però non lotta mai per sé, il suo confine non è corrotto, si mette di traverso al potere non per necessità ma per progetto. È uno che non confonde mai il fine con i mezzi.

 

Seppur viviamo in un’altra realtà rispetto a quella descritta nel romanzo, possiamo ancora identificare attorno a noi “briganti” come Capitano Bosco?

I miei più che briganti sono “banditi da”, nel senso che in certi contesti esiste il bando per alcune persone, il che allora ipotizza esista un regime, un regno, un Sistema. Bosco e la sua banda sono personaggi “al di fuori” che vivono nei boschi, foreste che rappresentano non solo il limitare della civiltà – le redingote e l’alta finanza – ma di più i boschi sono il selvaggio, la necessità di scoprire la nostra parte meno addomesticata.

È il “Rivoltoso sconosciuto”, lo studente cinese in piazza Tienanmen reso immortale dalla fotografia che lo ritrae da solo, a braccia aperte, davanti a una fila di carri armati.

Oggi nel mondo (Usa, Brasile, Europa) c’è un ritorno all’atteggiamento della “chiusura”: penso ai muri più o meno metaforici che si vogliono erigere, penso ai razzismi e alle discriminazioni ancora insuperate, il ruolo delle donne nella società, le difficoltà delle cosiddette minoranze: gli omosessuali, i dissidenti politici, la questione afro-americana salita alla ribalta dopo la rivolta degli attori e dei registi a Hollywood, il film Black Panther, i nuovi femminismi. Sappiamo delle speculazioni, delle mafie che distruggono, erodono i territori entro i quali ci muoviamo, lavoriamo, amiamo.

Ecco dunque la forza proviene da tutti quelli che nel quotidiano continuano a fare il proprio mestiere per evitare il trionfo dei barbari come li definiva Baricco, dell’Ur-fascismo come li chiamava Umberto Eco. Sono queste persone che si pongono “al di fuori” del ritorno alla paura dell’altro, tutti quelli che guardano con orrore alla società dell’odio, della violenza, della discriminazione, della mancanza di umanità. Sono loro che resistono a questi tempi di crisi declinante.

Penso sempre poi a Elsa Morante, al suo mondo salvato dai ragazzini. E a Greta Thunberg, la giovane attivista svedese diventata un'icona della lotta contro i cambiamenti climatici.

L’uomo che combatte contro il potere. Intervista a Mauro Garofalo

Secondo lei, si può fermare il progresso? Oppure qual è la soluzione tra l’inarrestabile procedere del progresso e la necessità di salvaguardare la natura?

C’è un grande equivoco sul concetto di progresso. Cosa si intende con questa parola? La crescita economica? Oppure il raggiungimento di un benessere più ampio, l’equilibrio tra uomo e il suo ambiente per esempio.

“Progresso” è utilizzare le tecnologie per sostituire le macchine agli uomini? Oppure saperci educare all’uso della tecnologia. Perchè a scuola non esiste ancora la materia Educazione Tecnologica, per esempio? Così da fornire alle nuove generazioni la capacità di non essere usati dalla tecnologia come sta accandendo alla nostra social era, ma piuttosto essere in grado di usare i (nuovi) mezzi di comunicazione.

Progredire finora ha significato tradurre l’acrononimo tatcheriano TINA-There Is No Alternative in una società liberista che non si è curata delle dicotomie provocate dalle sue stesse regole, in questo credo che uno dei testi più illuminanti sul progresso inteso come visione sul futuro lo abbia scritto, poco prima di suicidarsi, Mark Fisher con il suo saggio Realismo capitalista.

Sappiamo che l’uomo è immerso nel suo ambiente, questo vale persino nella fiction dove un personaggio ha bisogno di un contesto per sviluppare la propria storia. Ecco, noi senza natura, senza questo “ambiente” semplicemente non avremo più una storia. Il punto non è la salvaguardia del pianeta, che andrà avanti anche senza di noi, il punto è cercare di comprendere che dobbiamo avere il coraggio, con la fatica che porta sempre con sé la consapevolezza, di trovare il modo per vivere sulla Terra rispettando il complesso sistema di interrelazioni che questo comporta. In termini di linguaggi interspecie, così come in termini di considerazioni del “creato” di cui parla l’enciclica Laudato si’ del Papa, una delle voci che più si è scagliata contro la politica negazionista, e lo dico da non credente.

 

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Dice, a un certo punto: «L’uomo era fatto di ombre». Potrebbe commentare questo pensiero sulla natura umana?

La lotta che va ingaggiata non è quasi mai con il mondo. Che è troppo vasto per farci alcunché. Il punto è riuscire a studiare, e contrastare la spirale istintiva dell’homo homini lupus. È sempre più facile e, sotto certa misura, perfino più appagante distruggere che costruire.

Le ombre sono gli spazi che non vogliamo vedere e che a volte, se non affrontiamo, se non cerchiamo di dargli un nome, rischiano di corromperci. Fino a farci rimanere inermi.

Le lego alla Saga di Terramare di Ursula K. Le Guin, l’evocazione della parte peggiore di noi che esce fuori quando meno ce la aspettiamo. E allora tutta la vita non è che fantasmi, spettri che poi diventano fuga. Credo invece che a un certo punto occorra fermarsi e chiamare le cose con il loro vero nome, anche se fa male. Scrivere è pure questo, nominare le cose, assegnare loro una parola tra le infinite possibili. Metterle in fila. In fondo, non siamo che la sintassi delle parole che oseremo pronunciare.


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Per la prima foto, copyright: Mauro Garofalo su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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