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L'ultimo amore di Van Gogh raccontato da Jean-Michel Guenassia

IL'ultimo amore di Van Gogh raccontato da Jean-Michel Guenassial valzer degli alberi e del cielo (Salani, 2017 – traduzione di Francesco Bruno) è l'ultimo romanzo di Jean-Michel Guenassia, l'autore francese che con Il club degli incorreggibili ottimisti (Salani, 2009 – traduzione di Francesco Bruno), tradotto in una ventina di paesi, aveva prepotentemente esordito nella narrativa a 59 anni, dopo aver esercitato per molto tempo la professione di avvocato e poi di sceneggiatore.

Protagonista del romanzo è Marguerite Gachet, figlia di quel dottor Gachet attorno a cui, negli ultimi anni del diciannovesimo secolo, gravitano parecchi artisti che si recano a dipingere nella campagna francese, non lontano da Parigi.

Gachet, medico ad Auvers-sur-Oise, li cura gratis, perché accetta in pagamento i loro quadri, che al momento non valgono nulla: gli impressionisti sono dileggiati come buffoni estranei alla vera arte, e campano miseramente in attesa di tempi migliori.

Un giorno, ad Auvers arriva anche Vincent van Gogh, che dopo traversie e ricoveri ospedalieri sembra ritrovare la pace proprio lì, vagando per la campagna e dipingendo un quadro nuovo ogni giorno. Osservando le sue tele Marguerite, la diciannovenne figlia inquieta del dottore, col quale ha un pessimo rapporto e che sogna solo di fuggire in America per evitare il matrimonio a cui è stata già destinata dal padre, sembra vedere per la prima volta il paesaggio che la circonda. La forza delle immagini create da Vincent la conquista, fino a farla innamorare di lui, anche se il loro rapporto non può essere che complicato.

Mescolando abilmente realtà storica e finzione narrativa, Guenassia rende omaggio alla grande stagione della pittura impressionista, raccontandocela da un punto di vista molto particolare.

Ne abbiamo parlato a Milano nel corso di un incontro con lo scrittore in occasione di Tempo di Libri.

 

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Cosa cercava scrivendo questo libro su Van Gogh?

Quello che mi ha attratto è il mistero che circonda Van Gogh, la morte controversa e i tanti quadri falsi che circolano nel mondo: tutto questo è un materiale fantastico per uno scrittore. Volevo però concentrarmi sull'uomo e cercare di capire chi fosse non "Van Gogh" ma "Vincent", come del resto lui amava firmare i suoi quadri.

L'ultimo amore di Van Gogh raccontato da Jean-Michel Guenassia

Van Gogh è stato abbastanza criticato e discusso. Che idea si è fatto di lui?

Credo che in realtà sia stato più ammirato che criticato. Oggi si sa che era bipolare, con dei giorni buoni e dei giorni cattivi. Quando è arrivato a Auvers-sur-Oise, nel 1890, era pieno di progetti e di certo non aveva tendenze suicide. Pensava di organizzare delle mostre, di ritrovare il suo amico Gauguin, col quale aveva riallacciato i rapporti, quindi aveva grandi speranze, che emergono dalla corrispondenza che è stata ritrovata.

La leggenda dell'artista maledetto, suicida perché respinto dalla società, è del tutto falsa: possiamo dire che allora tutti erano maledetti, perché Pisarro non vendeva niente, Gauguin era un morto di fame...

Però a Vincent è capitato quello che succede spesso con le persone di talento che muoiono giovani, magari in modo brutale, e che vengono circondate da una sorta di aureola dall'immaginario collettivo: pensiamo a John Kennedy, di cui parliamo ancora oggi perché è morto giovane e in modo violento, mentre ci ricordiamo di Marylin Monroe e non di Elizabeth Taylor, perché la prima è scomparsa da giovane e la seconda a ottant'anni. Chi muore giovane ci rimane di più nel cuore.

 

Lei dice che Van Gogh era bipolare, ma si è anche ipotizzato che fosse schizofrenico. Dai suoi studi cosa è emerso?

Non c'è affatto schizofrenia in Van Gogh. Se leggiamo la sua corrispondenza, ci appare come una persona normale. Era bipolare, ma a quell'epoca questa patologia era ignota e non c'erano medicinali per curarla: forse era epilettico, ma non schizofrenico. Il suo grande problema era che beveva tantissimo, si ubriacava di continuo con l'assenzio. L'episodio dell'orecchio tagliato, che coinvolge Gauguin, avvenne in un momento in cui entrambi erano ubriachi fradici.

Quando è stato ricoverato nell'ospedale di Saint-Rémy, Vincent ha incontrato un medico che l'ha convinto a smettere di bere, e da quel momento la sua salute è migliorata molto. Basta leggerne le lettere per capire che tutto sommato stava bene, e inoltre lavorava tantissimo.

Il personaggio principale del romanzo, comunque, è Marguerite, una giovane donna che a 19 anni, nel 1890, si rivolta contro la sua condizione di donna, l'obbligo di sposarsi e di non lavorare. Rivendica la sua libertà, s'innamora della pittura e di un uomo.

 

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È interessante questo tema delle donne che cercano l'autonomia, soprattutto come artiste, ma la cosa più intrigante è senz'altro la questione dei quadri falsi.

C'è la verità, e c'è la licenza poetica: è sicuro che ci sono molti falsi di artisti famosi, eseguiti da pittori meno famosi per denaro, e già nel Rinascimento tutti i grandi artisti erano circondati da falsari.

Van Gogh è il primo della sua generazione ad aver avuto molto successo, perché il prezzo delle sue opere era decollato già nei primi anni del Novecento, poco dopo la sua morte, e molti che l'avevano conosciuto hanno iniziato a dipingere dei falsi. Si sa con certezza che tanti di questi falsi vengono dalla casa del dottor Gachet: Marguerite e suo fratello hanno fatto una donazione di cinquantatré tele al Museo degli Impressionisti, e tra questi c'erano otto falsi, cinque di Van Gogh e tre di Cézanne.

Lo stesso dottor Gachet aveva regalato alla cognata di Van Gogh, la moglie del fratello Theo, tre falsi che oggi sono al Museo Van Gogh di Amsterdam. Aveva anche venduto delle tele false a degli americani, che le hanno poi rivendute al Metropolitan Museum: in tutti i musei c'è qualche quadro falso di Van Gogh.

Oggi disponiamo dei mezzi scientifici che consentono di scoprire, nella maggior parte dei casi, chi ha dipinto quelle tele, ma tra loro non c'è Marguerite Gachet. Però mi piaceva l'idea che lei dipingesse per amore i quadri di Vincent che non c'era più, e questa è una mia licenza poetica.

L'ultimo amore di Van Gogh raccontato da Jean-Michel Guenassia

Perché i quadri falsi sono rimasti nei musei?

Perché queste tele sono state contestate da poco, e poi anche perché a un museo non fa mai piacere dover ritirare un dipinto famosissimo ammettendo che è un falso, ne va del suo prestigio. Al Museo Van Gogh di Amsterdam hanno ritirato dei quadri tre anni fa: non hanno fornito un motivo ma li hanno fatti comunque sparire. Anche il Museo d'Orsay ha fatto la stessa cosa, ma non ha eliminato il secondo ritratto del dottor Gachet, che pare proprio sia falso.

Per risalire alla veridicità delle tele di Van Gogh c'è però un sistema, che passa attraverso le lettere che scriveva al fratello elencandogli i quadri dipinti. Non bisogna dimenticare che Vincent era protestante, voleva fare il pastore ed era entrato in seminario anche se poi ne era stato cacciato, ma aveva comunque un grande rigore morale e non avrebbe mai fatto nulla d'illegale. Theo era il suo mercante e lui gli rendeva conto di tutto ciò che faceva. Basta fare la lista dei quadri elencati nelle lettere per averne il conto esatto: se di alcune tele non c'è traccia nella corrispondenza, vuol dire che sono quantomeno sospette.

Quando poi avrebbe potuto dipingere tutto ciò che gli viene attribuito? Lui ha passato settanta giorni a Auvers, e stando ai musei del mondo sembra che in quel periodo abbia dipinto settantacinque tele, ma dalla corrispondenza ne risultano solo cinquantotto. Anche dal punto di vista tecnico, non è possibile che sia riuscito a dipingerne così tante!

C'è anche un altro aspetto: Vincent era molto povero, comprava tutto il materiale sempre nello stesso negozio di Montmartre ed era quello più economico, dalla tela ai colori, ai pennelli. Se un dipinto è su una tela di alta qualità ed è fatto con pigmenti costosi, sicuramente non è suo.

 

Van Gogh, più che pazzo, sembra in effetti malato del suo lavoro. Dipinge furiosamente e non ce la fa a smettere di creare, tanto da rifiutarsi di avere una famiglia perché la sua vita è dedicata all'arte.

La pittura è la sola cosa che lo interessi e di cui parla nelle sue lettere. Vede attorno a lui gli altri pittori che hanno famiglie che non riescono a mantenere: Gauguin aveva abbandonato moglie e cinque figli in Danimarca, lasciando loro dei quadri che non valevano nulla, Pizarro aveva otto figli che quasi morivano di fame.

Lui, con la piccola pensione che gli passava il fratello, riusciva a vivere con dignità, ma non avrebbe potuto soddisfare le necessità di una famiglia.

 

Da scrittore, ha mai avvertito una sensazione così totalizzante?

Sì, anch'io un po' vivo queste sensazioni, perché scrivere ti occupa tantissimo tempo: per terminare Il club degli incorreggibili ottimisti ho impiegato sei anni. Mi capita ogni tanto di perdermi nella scrittura, ma di certo non ho mai raggiunto i livelli di follia di Van Gogh.

L'ultimo amore di Van Gogh raccontato da Jean-Michel Guenassia

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Come mai ha deciso di interrompere o di arrichire la narrazione inserendo brani di lettere e di articoli dell'epoca?

Non volendo scrivere un romanzo storico, ho deciso di adottare questa forma degli intercalari per creare un background, in cui il lettore potesse immergersi nel contesto dell'epoca e capire meglio la storia che stavo raccontando.

Ho capito che non conoscevo abbastanza quell'epoca, non mi rendevo conto di quanto fosse brutale, razzista, antisemita e inverosimilmente misogina. Le donne non avevano alcun diritto, tanto che oggi si dimentica che Van Gogh non poteva nemmeno immaginare che una donna dipingesse. Però, citatemi una sola donna pittrice di fama nel XIX secolo: ce n'erano prima, nel XVII o XVIII secolo, ma non nel XIX secolo. In Francia, e non solo lì, la società era chiusa, le donne erano fuori dalle attività professionali e artistiche: se Marguerite vuole dipingere, Van Gogh pensa che sia per distrarsi, non per esporre, ma non è lui il misogino, è tutta la società che è così.

 

Quello che mi ha colpito di più è che la storia è narrata da Marguerite, che attraverso l'arte vede il mondo in modo diverso. Questa cosa induce anche il lettore a guardare Van Gogh con occhi nuovi.

Non avrei potuto raccontare la storia dal punto di vista di Van Gogh. Il narratore è Marguerite, perché lei non vede l'artista Van Gogh, ma un uomo che si chiama Vincent. Vi faccio notare che in 276 pagine mai una volta scrivo "Van Gogh" ma sempre e solo "Vincent". Siete voi che lo pensate, io non l'ho mai scritto. Solo nell'ultima pagina, quando lui è già morto, allora lo chiamo così, perché è dopo la morte che diventa Van Gogh, cioè l'icona, il personaggio famoso, non prima.

Ho voluto così questa storia perché mi sono sempre chiesto: chissà cos'avranno pensato le persone quando hanno visto per la prima volta un quadro di Van Gogh? Non so come andò in Italia, ma in Francia le prime mostre degli impressionisti furono accolte in modo terribile, con fischi e insulti, perché si diceva che non erano pittori e che dipingevano come delle scimmie.

 

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E cos'ha pensato lei la prima volta che ha visto un quadro di Van Gogh?

Non saprei, perché è passato moltissimo tempo. Noi siamo nati con queste bellezze, non siamo mai stati scioccati da una cosa del tutto nuova. Un aspetto però mi ha intrigato: visito molti musei, in Italia e in Francia. Vado spesso al Museo d'Orsay, dove ammiravo i Van Gogh, poi ho scoperto la storia dei quadri falsi. Quando ho rivisto queste tele, pur sapendo che sono false le ho trovate comunque splendide, per cui mi sono chiesto: ma chi sto ammirando, un falsario? Il secondo ritratto del dottor Gachet, ad esempio, è comunque un quadro meraviglioso. So che è falso, ma è bellissimo.

L'ultimo amore di Van Gogh raccontato da Jean-Michel Guenassia

In questo libro il dottor Gachet, considerato da sempre un mecenate e protettore degli impressionisti, appare come una figura piuttosto meschina, e volevo sapere come è avvenuto questo ribaltamento.

Non sono d'accordo. Il dottor Gachet non è poi così cattivo, visto che curava gratis tutti quegli artisti che poi lo pagavano con tele che, allora, non avevano nessun valore. Quello che non poteva immaginare era che sua figlia avesse una storia con Van Gogh. Lui ha fatto tutto quello che facevano allora i padri, che avevano il diritto di correzione, cioè di picchiare mogli, figli e servitù senza incorrere in nessun tipo di sanzione. È la figlia che fa cose che una ragazza di buona famiglia dell'epoca non avrebbe mai pensato di fare.

Il dottor Gachet, in definitiva, appare cattivo soprattutto agli occhi di Marguerite, perché  il romanzo è scritto dal punto di vista di lei.

 

In principio Marguerite appare più che altro come la classica adolescente ribelle, poi cresce e diventa un personaggio più rotondo e si comprendono di più le sue ragioni. Del resto, s'innamora di Vincent proprio perché è Vincent, non perché pensa sia un grande pittore.

Non si può essere pittori accanto a Van Gogh: solo Gauguin lo era, e infatti non andavano molto d'accordo.Una cosa molto bella tra loro era però il sentimento di ammirazione reciproca che avevano. Ognuno pensava che l'altro fosse migliore, ma senza gelosia. Avevano del resto due stili molto diversi.

 

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Il romanzo si svolge a fine Ottocento, mentre oggi le cose sono molto cambiate e  l'arte contemporanea è diversa. Come sarebbe scrivere un romanzo su un artista contemporaneo?

Per scrivere un libro su Jeff Koons dovrebbe prima di tutto lui essere un artista ... Non sono sensibile all'arte contemporanea, perché per me tutto ciò che non mi fa provare emozioni è qualcosa che non mi tocca.

 

Cosa resterà allora, secondo lei, dell'arte contemporanea?

C'è qualche grande artista, come Basquiat, ce ne sono anzi parecchi, ma l'arte ha sempre avuto un valore monetizzato e monetizzabile, per questo esistono i falsari e la speculazione. Pensate a Vermeer, che ora è tra i grandi ma quand'era in vita alle sue tele non veniva dato nessun valore. Anche in Francia certi pittori sono stati molto stimati e poi dimenticati. Per me la cosa importante è guardare un quadro per quello che è, per la gioia che ti fa provare.


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