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L’Ucraina e la storia della grande carestia. Intervista ad Anne Applebaum

L’Ungheria e la storia della grande carestia. Intervista ad Anne ApplebaumLa grande carestia. La guerra di Stalin all'Ucraina è il titolo dell’ultimo libro della giornalista e saggista Anne Applebaum, premio Pulitzer nel 2004, da anni impegnata nella divulgazione dal punto di vista storico degli eventi che hanno contraddistinto il passato dell’Europa dell’Est.

La grande carestia, edito da Mondadori nella traduzione di Massimo Parizzi, è un’opera eccezionale, anzi, se la storia dell’umanità fosse scritta tutta in questo modo, forse sarebbe più difficile dimenticarla.

Accurato, in perfetto equilibrio tra l’aspetto umano e quello distaccato del giornalista, il saggio di Anne Applebaum spezza il silenzio e la disinformazione in merito alla carestia che ha colpito l’Ucraina negli anni Trenta del nostro secolo. Il modo in cui indaga il fenomeno è retrospettivo. Prima di arrivare agli anni in questione, l’autrice documenta con perizia i fatti avvenuti appena dopo la Prima guerra mondiale, quindi l’instaurarsi del regime comunista in Ucraina.

A livello internazionale, la Grande carestia è un argomento di nicchia. Ne sono a conoscenza in pochi, ne parlano in pochissimi. Eppure, nel leggere il libro di Applebaum, colpisce il fatto che la storia racchiusa tra le pagine del saggio è, sì, una storia passata, ma anche terribilmente attuale. Il punto geografico si è spostato, ed è questa l’unica variabile, la fame è la costante, è ancora qui.

Scrive l’autrice: «La consumazione per fame di un corpo umano, una volta che inizia, segue sempre lo stesso corso. Nella prima fase il corpo consuma le sue scorte di glucosio. Si hanno sensazioni di fame acuta e si pensa costantemente al cibo. Nella seconda fase […] il corpo inizia a consumare i propri grassi […]. Nella terza fase, il corpo divora le sue proteine, cannibalizzando tessuti e muscoli. […] Piccoli sforzi prostrano fino all’estenuazione».

 

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Ho incontrato Anne Applebaum a Milano, in un giorno di sole intenso, con il cuore che mi batteva a mille, un po’ per l’emozione, un po’ per lo sforzo fisico. Ero emozionata perché grazie a La grande carestia ho capito qualcosa in più sul mio popolo, la Romania, anche se non ne parla in modo diretto, ma pure sull’Occidente. Ho capito perché il tasso alcolico è così alto nell’Est e perché l’Occidente, il più delle volte, tace i drammi dell’Oriente. Ho capito che per imporre l’uguaglianza, alla fine, si resta intrappolati nel cerchio dell’imposizione, quindi della violenza.

 

La grande carestia del ’33 che ha afflitto l’Ucraina, per fortuna, ha superato le barriere del silenzio diventando di dominio pubblico. Quali nuove prospettive apre il suo saggio?

In primis, specifico che non si tratta di un saggio politico, non è stato scritto con un obiettivo politico. L’intenzione è stata quella di mettere assieme la ricerca effettuata riguardo la carestia, soprattutto grazie al materiale raccolto tramite le interviste, gli articoli e le ricerche condotte in merito all’argomento durante gli ultimi dieci anni.

Sappiamo quello che è successo, quindi non volevo indugiare oltre su questo argomento, mentre ero interessata a un’altra domanda. Perché.

Il libro racconta il modo in cui Stalin ha visto l’Ucraina e l’ha vista come una sorta di minaccia per la Russia e per il suo stesso potere a Mosca. Nel nazionalismo ucraino ha visto una sfida per la dominazione sovietica. 

Il libro non contiene una lezione politica, ma si possono fare dei parallelismi. Il modo in cui Putin vede l’Ucraina è molto simile a come la vedeva Stalin. Anche Putin vede una sfida negli ultimi eventi che hanno interessato l’Ucraina. Per esempio, i giovani ucraini che nel 2014 hanno protestato nelle piazze chiedendo la fine della corruzione e una democrazia reale, per Putin, hanno rappresentato una minaccia per se stesso: i giovani russi potevano chiedere le stesse cose. Così come, in effetti, chiedono in tanti. È questo il motivo per cui ha deciso di invadere l’Ucraina.

Tuttavia, il libro non tratta della situazione politica contemporanea. Ho iniziato a scriverlo nel 2011, quindi prima degli eventi che citavo poco fa.

L’Ungheria e la storia della grande carestia. Intervista ad Anne Applebaum

Il cibo è un’arma, dice a un certo punto nel libro…

I regimi totalitari costruiscono società in cui si cerca di controllare tutto. È stato così il regime di Stalin in Russia o quello di Ceausescu in Romania. Il controllo dell’accesso all’educazione, al lavoro, alla casa, alla cultura e, ovviamente, al cibo è ciò che permette loro di costringere le persone ad agire secondo il volere totalitario. A un certo punto, i regimi hanno compreso che l’educazione e la cultura erano armi di controllo più potenti, ma nel periodo di cui parliamo, gli anni Trenta, hanno usato armi cruenti. Il cibo è stato usato non solo come arma, ma anche come criterio per decidere chi doveva vivere e chi doveva morire.

La carestia era stata utilizzata in modo da non permettere alle persone di unirsi e di ribellarsi, come avevano fatto, per esempio, nel 1919. La grande carestia, infatti, è giunta a distanza di due anni dalla grande rivolta degli ucraini, con l’obiettivo di soffocare i piccoli gruppi ribelli.

 

Accadde un fatto più unico che raro: la Russia, negli anni Venti, trovandosi davanti all’emergenza della fame, accetta l’aiuto esterno. Non accadrà più, negli anni Trenta. Perché l’eccezione? Perché il successivo divieto?

La carestia degli anni 1919-1920 è la risultate di due ragioni: da un lato, la Prima guerra mondiale e, dall’altro, gli effetti della politica bolscevica incentrata sulla sottrazione di grano dall’Ucraina. In questo periodo, Lenin era ancora in vita, e il timore maggiore era quello di una possibile rivoluzione causata, appunto, dalla fame e dall’esproprio. La Russia non voleva che morissero troppe persone. È stato quindi accettato l’intervento umanitario da parte dell’Occidente. Funzionari russi, europei, americani e britannici si sono incontrati e hanno attuato diversi programmi di rifornimento di cibo. In questo senso, lo sforzo americano è stato davvero notevole: oltre a mandare gli aiuti, ci sono state numerose persone coinvolte nella distribuzione del cibo. E, grazie a questo, gli USA sono venuti a conoscenza della realtà ucraina.

Dodici anni più tardi, Stalin rifiuta di chiedere l’aiuto internazionale e, soprattutto, nasconde la carestia, mentendo e tenendo all’oscuro il mondo su ciò che stava succedendo. Il regime aveva proibito ai giornalisti di scrivere sull’argomento, ed è per questo che la reazione internazionale è stata ambivalente nei confronti di Stalin. Alcuni pensavano che non gli occorresse aiuto, se non ne parlava, anzi forse non c’era la carestia. Questo ha contribuito a mantenere la questione della carestia oscura e confusa per molto tempo.

 

Ci sono molti i punti di riflessione cheLa grande carestia offre. Tant’è che la sensazione è quella di trovarsi davanti non solo a un libro da leggere, ma a un libro «da pensare», se mi è permessa la forzatura del termine. Uno di questi punti è la questione della cultura e della lingua ucraina sopravvissuta, nonostante i grandi sforzi sovietici di misconoscerla o di annientarla. Com’è la situazione attuale, da questo punto di vista?

Forse è un po’ complicato per un Paese monolingue, come l’Italia, per esempio, cogliere appieno la prospettiva ucraina. Mi spiego, l’Ucraina è bilingue, e lo è in un modo indistinto, amalgamato, le persone passano da una lingua all’altra con naturalezza, anche perché tutti sono bilingue. Può succedere di partecipare a eventi pubblici e questi si tengono in entrambe le lingue, ucraino e russo. Cioè: alcuni parlano russo, altri ucraino, passando da una lingua all’altra come se non esistessero confini tra le due. In poche parole, la gente parla la lingua che gli viene meglio sul momento. Certo, se guardiamo gli estremi, allora magari una prevale sull’altra, ma nella maggior parte del Paese, gli ucraini sono genuinamente bilingui.

Il fatto che gli estremi siano caratterizzati da una prevalenza linguistica, ha spinto qualcuno a fraintendere l’Ucraina, sostenendo che una parte di essa è filo-russa e l’altra anti-russa. Lo stesso Putin è rimasto vittima di questo fraintendimento. Ha pensato che invadendo l’Ucraina avrebbe dato l’opportunità ai filo-russi di dare manforte a una possibile unione con la Russia. Non lo hanno fatto. Anche coloro che parlano russo, in Ucraina, sono ucraini. Putin non l’ha capito.

Ci sono, ovviamente, alcuni sostenitori della teoria secondo cui si dovrebbe promuovere l’ucraino come lingua, perché discriminata a lungo, altri invece non sono d’accordo, quindi l’argomento, da questo punto di vista, è ancora aperto.

Oggi la cultura ucraina è ucraina. Ha subito l’influenza della Polonia, della Romania, della Russia, della Germania, e, lungo la storia, i suoi confini si sono estesi e ristretti, così come i confini di molti Stati europei, dando vita a una contaminazione che ha portato alla nascita della cultura ucraina, puramente ucraina.

Scegliere di essere ucraino, per molto tempo, non era solo un atteggiamento anti-russo, ma una scelta di essere occidentale. Dire «sono ucraino» di solito stava a indicare «sono occidentale».

L’Ungheria e la storia della grande carestia. Intervista ad Anne Applebaum

Negli ultimi anni sono stati molti gli studiosi che hanno dedicato il loro lavoro nella ricerca storica e documentale riguardo la grande carestia. Quanto si sa oggi in Ucraina sull’argomento?

C’è un grande dibattito a proposito della carestia in Ucraina, quindi non è più un segreto. Nell’ultimo capitolo parlo del modo in cui questo dibattito si sta evolvendo. È iniziato alla fine degli anni Novanta, più precisamente dopo il disastro di Chernobyl. È stato quello il momento in cui l’Ucraina ha detto che non era più possibile mantenere celati i segreti del passato. Con Juscenko si è dato ampio spazio all’argomento.

Le cose sono un po’ cambiate negli ultimi anni perché l’Ucraina è ora impegnata con la questione della guerra civile, a Est del Paese. I dibattiti attorno a questi fatti stanno portando via spazio ai dibattiti in merito al passato e alla grande carestia. Ma fa parte del programma scolastico e se ne parla, comunque, ampiamente. Di recente, assieme ad alcuni collaboratori abbiamo condotto un sondaggio e da questo è emerso che le persone sono assolutamente a conoscenza dei fatti.

 

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Come è riuscito l’Occidente a penetrare il silenzio e scoprire quello che stava succedendo in Ucraina?

È una storia complicata. Qualcuno lo sapeva già sin da principio. Un diplomatico italiano, molto noto, aveva testimoniato quanto stava accadendo in Ucraina descrivendo, attraverso lettere inviate a Roma, la grande carestia. Alcuni diplomatici lo sapevano, così come alcuni giornalisti. C’è un giornalista molto famoso, Gareth Jones, che ha divulgato con perizia la sua esperienza in Ucraina, specie il momento in cui è sceso dal treno e ha visto la gente in cammino, file lunghissime di donne, bambini, vecchi, uomini smagriti e distrutti dalla fame lungo le strade dei villaggi.

Era possibile sapere della carestia.

Altri giornalisti, invece, non ne hanno parlato e questo soprattutto perché, se avessero voluto continuare a lavorare lì, sarebbero dovuti sottostare alle regole del regime.

È interessante guardare anche la politica di quel momento. Parliamo del ’33. Quindi c’era Hitler, e molti sapevano della carestia, ma non era per niente un buon momento per disturbare Stalin. È bene ricordarci che le nostre reazioni ai grandi eventi tragici dipendono sempre dalla situazione politica.

Se ci pensiamo, ora in Siria abbiamo uno dei più terribili disastri umanitari degli ultimi decenni, ma nessuno reagisce perché alla politica non conviene.

 

L’Ucraina è sempre apparsa molto appetitosa a tanti Stati, non solo alla Russia. In che modo può proteggersi dagli appetiti altrui?

Il consiglio che si può dare è quello di costituire le sue istituzioni, potenziare la sua democrazia. Gli ucraini sono sempre stati molto bravi nelle proteste, ma si sono dimostrati meno abili nell’istituzionalizzare i propri movimenti di protesta.

E, sicuramente, l’Ucraina ha bisogno di una democrazia senza corruzione, di un sistema di tassazione corretto. Detto altrimenti, se gli ucraini si sentiranno più legati allo Stato perché questo li rispecchia, sarà sempre più difficile che altri Paesi, la Russia stessa, possano insinuarsi al di qua dei confini.


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Per la prima foto, copyright: Eugene Zhyvchik su Unsplash.

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