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“L'ottico di Lampedusa”, un modo diverso di guardare l'altro

“L'ottico di Lampedusa”, un modo diverso di guardare l'altroEmma-Jane Kirby, reporter della BBC, ne L’ottico di Lampedusa filtra le vicende degli immigrati a Lampedusa attraverso lo sguardo di un ottico, Carmine.

Il romanzo, edito da Salani nella traduzione di Guido Calza, offre un punto di vista sicuramente diverso, e più umano, rispetto a ciò che siamo abituati a vedere in televisione. L'autrice, infatti, è stata protagonista per due anni delle tristi e sconvolgenti vicende avvenute nell'isola e ha ricevuto il premio Bayeux-Calvados per il suo reportage.

Ognuno di noi può, e dovrebbe, rispecchiarsi in Carmine, nei suoi pensieri, nel suo dolore, ma anche nella sua forza, perché il suo modo di fare sincero e naturale ci permette di toccare quasi con mano le vite, e le non-vite, degli immigrati.

 

Un giorno di ottobre tra luci ed ombre

Carmine e Teresa vivono a Lampedusa, dove sembrano aver trovato quella serenità che forse mancava loro sulla terraferma. Lui è un ottico, e come tale un uomo preciso e meticoloso, anche fuori dal lavoro, e ama il mare sopra ogni cosa.

Siamo a ottobre e il paesaggio, così come il clima, sembra non voler cedere il passo all'autunno, tanto che «farsi una nuotata in quella stagione era come rinascere».

Carmine e Teresa hanno la fortuna di avere degli amici con cui condividere il loro tempo e i divertimenti, per questo quel 3 ottobre del 2013 escono in mare con il Galata, la barca di Francesco.

La tranquillità che il mare di solito dona con il suo cullare armonioso, si spezza quando la voce del vento trasporta dei rumori acuti verso il gruppo. Non sono uccelli, né tantomeno dei pesci, ma purtroppo si tratta di uomini.

 

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La vita di otto persone, da quell'istante, cambierà per sempre. Tutto si svolge in tarda serata e il Galata cerca di avvicinarsi il più possibile a quelle braccia imploranti aiuto che sbucano dall'acqua. Carmine è scioccato, si pone mille domande, ma soprattutto ha la certezza di non poter salvare tutta quella gente. La loro barca è piccola e servono aiuti, servono delle braccia...

Francesco, Carmine e gli altri non si fermano un attimo, mentre le donne, all'inizio spaventate e stravolte, cercano di accudire uomini, donne e bambini che salgono infreddoliti sul Galata.

“L'ottico di Lampedusa”, un modo diverso di guardare l'altro

Carmine cerca costantemente il contatto con quelle braccia, con quelle mani, per sentire la vita che scorre, per farsi e dare forza a quegli sguardi malinconici, spaesati, assenti e forse senza un futuro.

L'arrivo della guardia costiera sembra portare nuove speranze all'equipaggio della barca, ma con grande stupore viene loro ordinato di portare i quarantasette salvati al porto, per il successivo trasporto al centro di accoglienza.

Carmine non ci sta, vorrebbe proseguire le ricerche, ora che potrebbero salvare più vite, ma gli ordini non possono essere trasgrediti, e a malincuore il Galata rientra in porto a tarda notte.

Una volta a Lampedusa, senza neanche avere il tempo di abbracciare quei corpi, di fermare occhi negli occhi lo sguardo, gli immigrati salvati dal Galata vengono quasi strappati dai loro eroi, ma gli otto amici li seguiranno fino al centro d'accoglienza per parlare con loro.

 

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Le vicende poi si susseguono come da prassi. Le guardie del centro sono intransigenti nei confronti dell'equipaggio del Galata, mentre i giornalisti, assiepati ai cancelli, con la loro sete di notizie, cercano di acciuffare qualche parola, qualche scoop per il loro pezzo di prima pagina.

Ai margini stanno i sopravvissuti, circa centoquarantasei, e gli otto amici, che vogliono capire il perché di quella tragedia, dei pochi aiuti, e quello che si cela nell'anima di quei poveri uomini.

Al buio, invece, stanno le vittime, quelli che non ce l'hanno fatta nell'ennesimo viaggio della speranza: ben trecentosessantotto.

Il romanzo prosegue raccontando le reazioni degli otto amici, in particolare quelle di Carmine e Teresa, che sentono quasi di aver perso altri amici, altri figli in quella terribile notte. Un pezzo di loro è rimasto nelle acque di Lampedusa e superare i giorni, e i mesi, con il ricordo di quelle morti, di quegli occhi sfuggiti alla vita e delle grida di aiuto, sarà un'impresa difficilissima.

L'ottico non smetterà di porsi domande su domande, se la prenderà con quel mare che tanto amava e che ora sente ostile; con l'Europa che fa poco o niente per trovare soluzioni al problema immigrazione; con le barche e pescherecci che non si fermano a salvare vite umane.

Già, perché spesso molti si dimenticano che ci sono in gioco persone, e non oggetti, che purtroppo «da vive erano state defraudate di un futuro, e da morte della propria identità», come suggerisce l'autrice.

“L'ottico di Lampedusa”, un modo diverso di guardare l'altro

Gente che cerca di ricongiungersi coi familiari sparsi per l'Europa, che scappa dalle disgrazie, da guerre e povertà, che, qualche volta, cerca solo un po' di calore e un abbraccio per dimenticare tutto.

Carmine, come tutti noi, spera che qualcosa si smuova, senza aspettare che ci siano nuovi cadaveri in mare per sollevare i problemi e portarli all'attenzione nazionale e internazionale.

Ci vorrà un anno prima che lui e la moglie ritrovino la serenità di un tempo, anche se, guardando il mare, lo sguardo dell'ottico sarà sempre diverso rispetto a quello di prima.

 

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Il romanzo della Kirby è coinvolgente e travolgente perché, nonostante la struttura sia semplice e la lettura scorrevole, riesce a sollecitare quasi tutti i cinque sensi.

Attraverso le sue parole riusciamo a vedere le immagini dei migranti come fossero davanti ai nostri occhi, così come la disperazione dipinta sui loro volti. Quando Carmine e gli altri stringono loro le mani per salvarli, possiamo percepire quel contatto e l'energia che trapela dai loro gesti e dal loro essere è così forte che, noi lettori, vorremmo davvero essere lì con loro.

Come non sentire, poi, il profumo e il rumore del mare, quello che all'inizio ci inebria e che in seguito, però, diventa una minaccia. È un suono costante, che ci accompagna fino alla fine e che ci consegna una forma di speranza: quella di non rivedere più delle mani affiorare dall'acqua.

Pagina dopo pagina, le frasi si fanno voce per uscire dal libro, come un lungo grido d'aiuto che cerca di risvegliare la nostra coscienza. Come l'ottico, infatti, è venuto anche il nostro turno, quello di guardare l'altro in un modo differente e tollerante.

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