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La scorsa volta si parlava di Facebook, oggi presento un articolo di Beppe Sebaste pubblicato nel dicembre del 2008. Si parla di realtà della letteratura.

Non vi rubo altro tempo, buona lettura.

 

***

La realtà della letteratura

 

Sabato 6 dicembre sono stato invitato a Bologna, insieme allo scrittore Eraldo Affinati (che ho avuto il piacere di incontrare lì per la prima volta), a parlare sul tema "Libri di realtà. La funzione mimetica della letteratura e i suoi paradossi". L'incontro, organizzato dalla Bottega dell'Elefante, dal dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna, e in particolare da Magda Indiveri e Mimmo Cangiano, prevedeva una lettura e discussione iniziale sul saggio "Fortunata" di Erich Auerbach (da Mimesis). Gli organizzatori hanno anche prodotto un bel librino che raccoglie, oltre ad alcuni interventi del sottoscritto e di Affinati, insieme a estratti dei nostri ultimi romanzi, altri testi e interventi di scrittori classici e altri assolutamente contemporanei, compresi Girolamo De Michele, Giampiero Rigosi e Wu Ming 1. Lo stesso giorno su l'Unità uscivano alcuni miei appunti in forma di articolo, che qui di seguito ripropongo. Anche se, va da sé, quello che ho detto nell'aula absidale di Santa Lucia a Bologna era diverso e più variegato rispetto a quello che ho scritto, come sempre accade, ma così è la vita, e questo ho.


Nel 1967 Roland Barthes già decostruiva le certezze strutturaliste, come la distinzione tra “storia e “discorso”, in un breve saggio dal titolo “Il discorso della storia”. Quei testi, quelle enunciazioni che non mostrano traccia dell’enunciatore (l’io di chi scrive, o altri più discreti riferimenti spazio-temporali al tempo dello scrivere, o alla fisicità storica dell’autore), che si pretendono quindi “oggettivi” o “obiettivi”, non sono che il prodotto di una forma particolare di immaginazione e di strategia retorica, che Barthes chiama l’“illusione referenziale”. Essa è evidente negli scritti di chi vuole “limitarsi a “raccontare i fatti”, lasciare che il referente parli da solo - come se il significante (il linguaggio, l’enunciazione narrativa) fosse invisibile o inconsistente. E’ un atto linguistico performativo truccato, spiegava Barthes, un atto d’autorità. Ma non sarebbe (stato) possibile se, sotto l’egida della formula “è successo”, non avesse incontrato in effetti un gusto che segna la svolta dell’Occidente: il fascino a volte morboso per il “reale” e i suoi dettagli, ciò che, per esempio, costituì l’enorme successo del genere epistolare e del diario intimo, e che fu poi suggellato dallo sviluppo massiccio della fotografia, il cui tratto specifico rispetto al disegno è quello di attestare che ciò che vi si rappresenta “è realmente successo”. La figura retorica dell’oggettività dei fatti venne chiamata da Barthes “effetto di reale” (o “di realtà”), con cui un anno dopo titolò un altro suo scritto.
Ho letto in questi giorni un libro bellissimo, Approdo, dell'australiano di origine malese Shaun Tan (elliot 2008): l'immagine che si vede sopra viene da lì. L’ho letto anche se non compare neanche una parola, solo disegni, con zoomate e piani sequenze narrativi. Parla di migranti (proprio come un libro di quell’altro outsider e innovatore, lui sì assolutamente verbale, che è stato W. G. Sebald), e racconta una storia archetipale e al tempo stesso attuale, reale e immaginifica, in cui tutti i migranti della Terra possono ritrovarsi. Si basa anche su un archivio a portata di tutti: aneddoti tramandati da migranti di varie nazionalità (la trasmissione epica orale), alcuni dei quali raccolti nel libro Tales from a Suitcase; vecchie fotografie, comprese quelle dell'Ellis Island Immigration Museum; cartoline illustrate; film (Ladri di biciclette); incisioni (“Sopra Londra, in treno” di Gustave Doré), ecc. L’epica di questo libro è (anche) quella della testimonianza.
Siamo da tempo nell’Era del testimone, come titolava un libro di Annette Wievorka, l’epoca in cui (dopo la Shoah) l’avvento dei “sopravvissuti” (cioè i testimoni) e il dilatarsi della nozione di “archivio”, hanno cambiato non solo la storia e la storiografia, ma anche le arti e la letteratura. A volte la memoria si pone in conflitto con la storia, nell’ambizione di sostituire la sua oggettività arida e livellatrice con una versione più soggettiva ed empatica dei fatti. Ne tratta lo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica (ombre corte 2006), dove si riflette sulla differenza tra storico, testimone e scrittore in modo molto illuminante per chi si occupa di forme narrative.

E’ un fatto che da anni la letteratura trovi i suoi effetti più romanzeschi proprio lasciando da parte i modi e le strutture narrative della fiction, sempre più cristallizzata in cliché (ultimo, il noir stile “sceneggiatura”) a favore di una sorta di libero “documentario”. Non solo cioè con un “effetto di realtà”, ma con l’uso strutturale di documenti e reperti: lettere, fotografie, ritagli di giornali ecc. inseriti nel tessuto della narrazione. Trame che si confondono con la nozione stessa di archivio e/o di inchiesta, storie costruite stilisticamente col montaggio di documenti. Ma che ricordano anche la giocosa libertà dei bellissimi “musei immaginari” che Bruno Munari insegnava ai bambini (ricordate? prendere un sasso, un rametto storto, una foglia o un pezzo di muschio, e riporli in bacheche: scoprire e/o inventare il mondo, col gesto di repertoriarlo).
Ha cominciato, se non sbaglio, il grande narratore tedesco W. G. Sebald, mostrando che la soggettività non solo non si perde né si nega nel perseguire un romanzo che assume i tratti dell’indagine più oggettiva e referenziale, ma si potenzia fino all’ossessione. Contemporaneamente l’oggettività, l’effetto di reale più estremo e vincolante, non impedisce il completo dispiegarsi della libertà espressiva dell’autore. Un po’ come lo espresse Jean-Luc Godard quando rispose così al giovane aspirante cineasta che lo aveva avvicinato: “Intanto fammi un film su questa scatola di cerini” (e gliela porse).
La narrativa che oggi mi interessa (e in cui credo di rientrare: mi riferisco soprattutto al mio HP. L’ultimo autista di Lady Diana) è fatta di libri che nascono come reportages ma sfociano nel romanzo, come il bellissimo e tremendo Ossa nel deserto di Sergio Gonzalez Rodriguez (Adelphi), dedicato ai massacri irrisolti di donne a Ciudad Juarez, tra Usa e Messico (tema ripreso da molti altri libri), o il “gonzo journalism” di Hunter Thompson, fusione di cronaca e narrativa, rigorosamente in prima persona, il cui motore è dato dalla consapevolezza che la vita è quello che ti succede mentre stai facendo qualcosa d’altro. Oppure che sono e restano romanzi pur sfociando in una specie di reportage, o addirittura di esplicita denuncia (è il caso di Gomorra di Roberto Saviano, di cui non si sottolineano mai abbastanza le incursioni all’io di chi scrive, la presenza strutturale di “tracce dell’enunciatore” nel racconto); o, lontanissimo, di Due vite dell'indiano Vikram Seth, che scopre a quarant’anni l'Olocausto e la Storia grazie alla microstoria, grazie alle lettere nella soffitta dello zio a Londra, e della zia ebrea).
Non occorre che siano storie straordinarie a nutrire questi testi, ma vicende private, ordinarie. Come i racconti orali di Ascanio Celestini, sulla scia delle testimonianze raccolte dal suo maestro, Alessandro Portelli. Come il breve film (e libro) della milanese Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, che racconta la storia della madre, morta suicida quando l’autrice era bambina, attraverso fotografie, lettere, reperti medici, diari, filmini di famiglia, in un archivio femminile in cui ogni donna ritrova qualcosa della propria identità e genealogia. Raccontare vite usando i mezzi espressivi e il punto di vista, i documenti e la memoria di chi quella vita ha vissuto. A monte di tutto questo vi è una scoperta estetica che l’arte contemporanea ha per prima fatto propria: la qualità elegiaca e universale di frammenti e oggetti della vita ordinaria degli individui, che siano volti, come quelli anonimi e ingranditi che popolano le mostre di Christian Boltanski, o oggetti, reperti di ogni genere e sostanza. Se nell’arte opera da tempo una nozione attiva di “archivio” che ne ha deterritorializzato e riterritorializzato gli orizzonti, la letteratura è appena agli inizi.
Il distacco dello storico e l’empatia del testimone compongono “documentari” che trattano la realtà come un fantasma, mostrando la scaturigine e la formazione del proprio presente, del proprio “dire” presente. Realizzano cioè il vero senso della parola testimonianza, (dal latino superstitio): si è testimoni anche se non si è oculari, anche di eventi lontani nello spazio e nel tempo.Superstitio significava il "dono della presenza"; e il dono della presenza è dato dal racconto, dal tramandare.

Michel Foucault dedicò un saggio importante sul "genere" da lui chiamato “fantastico da biblioteca”, in cui rientrano di sicuro Le tentazioni di Sant’Antonio di Flaubert come parecchi dei romanzi di Philip K. Dick, ma anche uno dei libri secondo me più importanti e innovativi degli ultimi anni, scritto di recente da un appartato scrittore sperimentale, cioè sperimentatore di linguaggi: Giuseppe D’Agata, I passi sulla testa (Bompiani 2007). Vi si racconta “semplicemente” l’inventario della sua biblioteca di romanzi, su cui grava l’incombenza di un trasloco, quindi di una perdita. Penso infine, naturalmente, a Cervantes, che cita biblioteche di libri reali (anche propri!) in Don Chisciotte, e nel secondo tomo dell'opera il Cavaliere e il suo scudiero sono invitati dal Duca a corte, perché le loro avventure li hanno resi famosi (!). Cervantes è del resto modello di una libertà narrativa e affabulatoria che insegna come dalla realtà della letteratura (e della Storia) si possa entrare e uscire, in un’oscillazione continua. Ma anche – come una sorta di Spinoza della letteratura, anzi del romanzo – Cervantes è maestro nella consapevolezza dei diversi significati di ciò che si intende con la parola “realtà”, un po’ come ricordava Gianni Celati qualche mese fa in un’intervista: “La narrativa d’oggi è ormai un’appendice dell’informazione. E’ difficile trovare un romanzo d’oggi che non si appelli all’attualità. [...] Sono libri che il lettore legge come se fossero commenti a una realtà di fatto. Qui però la ‘realtà’ indica solo modi di vedere giornalistici – i modi dell’attualità -, il tutto categorizzato secondo il criterio del ‘nuovo’. Il nuovo è un dogma ma anche una continua intimidazione, perché tutti dobbiamo avere paura di essere visti come dei sorpassati dal nuovo. A questo proposito c’è qualcosa di illuminante nel Don Chisciotte, dove si affaccia per la prima volta la questione della ‘realtà’, posta in un contrasto con l’immaginazione e le tendenze fantasticanti. E si affaccia anche l’idea che il nuovo sia qualcosa che spazza via le inutili anticaglie: i romanzi cavallereschi. Ma, posto questo schema, dove Don Chisciotte ha sempre torto, in quanto invasato dalle fantasie cavalleresche, poi succede che sono proprio le sue tendenze fantasticanti ad arricchire di senso il mondo. Sono le sue fantasie e riflessioni a farci intravedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo come la nostra vera casa”.
Forse, più che di realtà, si dovrebbe parlare di verità della letteratura. Ma è una questione talmente elettiva, e così necessariamente partigiana, che non mi aspetto di vederla dibattuta in modo soddisfacente sui media, e nemmeno su Internet...

 

[Fonte Il blog di Beppe Sebaste]

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