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L'orto degli altri - 13: "Del condividere"

correreDopo la categoria degli stronzi, oggi vi segnalo un post di Loredana Lipperini, data 28 maggio 2005, che tratta dell’essere in rete, del condividere. Mi sembra quanto mai attuale, anche nel 2011.

Fermarsi, prendere fiato e guardare indietro.

 

Buona lettura.

 

***

Del condividere

È vero, le riviste letterarie, i blog, le piccole e grandi comunità sono fatte per nascere, morire, rinascere sotto altra forma. Ma se i toni non devono essere quelli della catastrofe, è pur giusto fare una riflessione su quanto sta avvenendo in questi giorni. O settimane, dovrei dire: perché pur a margine della vicenda di Nazione Indiana , ci si interpella e arrovella sullo stare in rete (lo so, ci si interpella e arrovella da quando la rete è nata, e anche da prima: da quando gli uomini hanno cominciato a comunicare attraverso la scrittura).
Dunque, mentre da Roquentin si dibatte ancora sull’uso del nickname, con un lungo intervento di Tiziano Scarpa, mentre in Vibrisse Giulio Mozzi commenta il commiato di Moresco, mentre Giuseppe Genna, come riferito ieri nei commenti al post sotto, offre le chiavi di casa, da Sifossifoco si propone un decalogo sui blog,  e Babsi scrive un lungo e per me ineccepibile post sui medesimi.
Cosa faccio io? Per ora, cerco di applicare la vecchia pratica di fermarsi, prendere fiato e guardare indietro. Mettendo qui alcune cose che sono state dette quando altre riviste, allora cartacee, altri gruppi, altre condivisioni, nascevano, o morivano.

 

La vera destinazione di una rivista è rendere noto lo spirito della sua epoca. L’attualità di questo spirito è per essa più importante della sua stessa unità o chiarezza e perciò una rivista sarebbe condannata - al pari di un giornale - all’inessenzialità, qualora non si configurasse in essa una vita abbastanza potente da salvare, col suo assenso, anche ciò che è problematico. Infatti: una rivista, la cui attualità non abbia pretese storiche, non ha ragione di esistere.

 

(Walter Benjamin, Annuncio della rivista Angelus Novus)

 

 

 

Accade in questi anni - e vogliamo mettere come data di inizio del movimento il 1956? - nel nostro paese qualche cosa di naturale, di prevedibile, di necessario: nasce probabilmente una nuova generazione letteraria”‘.

 

(Luciano Anceschi, su Il Verri, 1960)

 

“L’avanguardia s’infila nelle fessure e fratture della storia rendendole bellamente o sgradevolmente visibili o folgoranti. Non ha alcun rilievo che l’autore partecipi a un movimento o sia un perfetto individualista più o meno socievole. Essa si definisce dalla tendenza, dal linguaggio, dalla visione caratterizzanti certe opere che sono state o sono contro la comoda e alienante gestione della Continuità. L’avanguardia è nomade e polimorfa”
(Nanni Balestrini e Alfredo Giuliani, Introduzione a Gruppo 63. Testo e Immagine, 2002)

 

Dato che c’erano fratture, ogni lettura fatta non riscuoteva il consenso generale. Così ciascuno esponeva il proprio punto di vista, e nel modo più impietoso. Non ci si dichiarava perplessi: ci si diceva contro. E si diceva il perché. Quali fossero i perché non conta. Conta che in questa società letteraria l’unità si stava realizzando a poco a poco attraverso due implicite assunzioni di metodo: 1) ogni autore sentiva necessario controllare la sua ricerca sottoponendola alle reazioni altrui; 2) la collaborazione si manifestava come assenza di pietà e di indulgenza. Correvano definizioni da levare la pelle agli animi meno sensibili. Espresso pubblicamente nell’ambito della società letteraria apollinea, ciascuno di questi giudizi avrebbe segnato la fine di una bella amicizia. Si sarebbero aperte le cateratte polemiche sui fogli noleggiati ad hoc; si sarebbero denunciati i vergognosi moventi del dissenso critico, le spose prese a prestito, le cattedre nascoste nella manica, il premio letterario occultato sotto il cappello e passato sottobanco al figlio naturale. A caratterizzare il comportamento degli utenti di questo ponte di San Luis Rey palermitano, stava invece l’accettazione,  la richiesta del gioco. Dunque il gruppo esisteva, ed esisteva la poetica comune: più che un progetto di operazione estetica era una  disposizione morale, una constatazione storica. Si constatavano i pericoli di un lavoro letterario soltanto individuale, la necessità di una ricerca collettiva, anche là e proprio là dove le prospettive e le soluzioni divergevano.

(Umberto Eco, La generazione di Nettuno, in Gruppo 63, Feltrinelli, Milano 1964, ora in Sette anni di desiderio, Bompiani, Milano 2000).

 

[Fonte Lipperatura]

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