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L’ombra del Nazismo nell’Europa del 1936. “La vergine olandese” di Marente de Moor

L’ombra del Nazismo nell’Europa del 1936. “La vergine olandese” di Marente de MoorLa vergine olandese di Marente de Moor, pubblicato da Del Vecchio editore, è un romanzo storico dal fascino cupo, nel quale sono molteplici le indagini emotive e psicologiche sui personaggi e sul mondo e sull’epoca – l’Europa del 1936 – in cui la storia e i suoi avvenimenti si sviluppano.

«Egon von Bötticher era bello, la sua cicatrice era brutta. Una ferita sgraziata, inferta con un’arma senza filo da una mano insicura. Poiché non mi era stato detto nulla, mi conobbe come una ragazza spaventata. Avevo diciott’anni e vestiti decisamente troppo pesanti quando scesi dal treno dopo il mio primo viaggio all’estero. Maastricht–Aquisgrana, una corsa da nulla».

 

Protagonista è Janna, adolescente in quell’Europa dove il Nazismo si stava radicando sempre più. Lei, voce narrante della storia, viene spedita come una sorta di pacco postale dall’Olanda alla Germania. Il mittente è suo padre Jacq, un medico, il destinatario è un suo vecchio amico, tale Egon von Bötticher. L’uomo è un affascinante aristocratico e un eccellente spadaccino, ma ha una cicatrice che gli deturpa il volto, facendolo sembrare più inquietante di quello che è. L’insegnante ideale – secondo il padre di Janna – per una ragazza appassionata di scherma.

 

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L’uomo recupera Janna alla stazione ferroviaria e nella più totale indifferenza (non la aiuta nemmeno con i bagagli) la porta nella sua tenuta di campagna a Raeren, un luogo solitario lontano da tutto e da tutti. Qui l’adolescente consegna la lettera che il padre le ha dato per l’amico e viene accompagnata nella sua camera, nella parte più alta della casa, dove la solitudine la fa da padrona. In quest’antica residenza, quasi fuori dal mondo, la giovane schermitrice si allena iniziando a seguire azioni e gesti che un po’ alla volta si trasformeranno in una routine monotona.

L’ombra del Nazismo nell’Europa del 1936. “La vergine olandese” di Marente de Moor

L’unico elemento che spezza la ripetitività dei giorni sono i due gemelli, Siegbert e Friedrich, parecchio irriverenti e irrequieti, che piombano a casa del taciturno e ferreo Egon. L’aristocratico militare li allena fino a sfiancarli per tirare fuori il meglio da loro, per renderli uomini. Accanto ai ragazzotti ci sono Heinz, il giardiniere con forte simpatia per il regime nazista e dalla lingua lunga e tagliente, sua moglie Leni, esperta cuoca che appena può cerca di coinvolgere Janna in cucina, poi un maiale e un coniglio dalle dimensioni fuori dalla norma. In quest’atmosfera inquietante e aliena si ritrova a vivere Janna.

La vergine olandese non è, come si potrebbe pensare, la narrazione di una storia d’amore. Il romanzo della De Moor è un vero e proprio viaggio dentro gli animi dei protagonisti, adolescenti alla ricerca del loro posto nel mondo o adulti che sembrano aver perso tutto, ma nascondono misteri e segretiSì, perché Janna a un certo punto trova una serie di lettere che il padre aveva spedito a Von Bötticher. Da quei fogli scritti a mano, la ragazza scopre che il padre era medico sul campo di guerra – la Prima – dove, senza nemmeno tanto coinvolgimento, rimetteva in sesto i soldati feriti per rispedirli a combattere al fronte. Tra quei militari c’era anche il tetro Von Bötticher e la ragazza si domanda cosa li abbia mai allontanati. Poi però compare un nome femminile, una certa Julia. Chi è? Che rapporti ha con i due uomini? Janna legge, indaga, cerca di capire cosa ha reso così cupo e tormentato l’amico del padre e perché lei, a soli diciotto anni, è stata mandata in quel luogo sperduto. Più cerca di entrare nella mente di Egon, più la ragazza vive con lui una relazione che, con passare del tempo, comincia ad andare oltre il rapporto che dovrebbe esserci tra istruttore e allieva.

L’ombra del Nazismo nell’Europa del 1936. “La vergine olandese” di Marente de Moor

La giovane e l’uomo sono due anime diverse per età, per formazione, per mente e per le considerazioni che hanno verso la scherma. Per Janna essa è sport, è passione, è agilità. Per Von Bötticher, l’uomo dal passato oscuro e traumatico, freddo calcolatore che non è più in grado di provare sentimenti veri, la scherma è strumento metodico e rigido per controllare, indagare e capire chi gli si pone davanti. Non a caso l’istruttore organizza la Mensur: un vero e proprio rito di iniziazione per ragazzi che si sfidano per avere una cicatrice sul volto (la stessa che ha lui). Un marchio da esibire come segno distintivo di identità e di appartenenza sociale.

Sullo sfondo della storia ci sono gli echi del Nazismo che arrivano a Raeren, e Von Bötticher che voleva starne lontano, perché non in linea con le idee del regime, si deve confrontare con una politica di controllo della massa che sta dilagando ovunque e che, come poi hanno dimostrato gli eventi storici, portò morte, distruzione e sfacelo completo.

 

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Il romanzo di Marente de Moor, nella traduzione di Stefano Musilli, è un libro a tinte fosche, nel quale Janna sperimenta, attraverso le esperienze vissute sia sul piano psicologico sia su quello fisico, un percorso di formazione e crescita che la porterà a passare dal mondo senza pensieri dell’adolescenza a quello più complicato e tormentato dell’età adulta. Lei e i personaggi che le ruotano attorno, con le loro paure, i timori, le ansie, sono la rappresentazione metaforica di generazioni in balia di instabilità emotiva ed esistenziale.

Allo stesso tempo il senso di precarietà dei personaggi di La vergine olandese, della de Moor, rispecchia quella mancata capacità della massa di quel tempo di individuare in modo immediato gli aspetti più sinistri celati dal Nazismo, che seminò morte e terrore fino al 1945 e che sembra ancora oggi aleggiare come uno spettro sui nostri tempi.


Per la prima foto, copyright: Alev Takil su Unsplash.

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