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L’italiano del futuro: forse «careless», ma l’Italia è questa

L’italiano del futuro: forse «careless», ma l’Italia è questaSe prendete un qualsiasi manuale di sociolinguistica, ipotizzare l’italiano del futuro non vi parrà difficile, e non solo: potreste cercare di prevedere le tendenze della lingua dei prossimi anni anche sentendo parlare con attenzione chi vi è intorno o facendovi un giro sui diversi social network, soprattutto su Facebook, dove le chat permettono di fare non poche riflessioni sull’italiano e sul suo stadio attuale (l’ormai noto italiano neostandard, dell’uso medio o tendenziale).

Va da sé che quelle che avrete saranno soltanto delle idee, che vi porteranno a delle supposizioni: sapete bene, infatti, che ogni ricerca deve basarsi su prove concrete e campioni significativi per poter essere presa in considerazione e apportare un contributo importante agli studi scientifici; capita spesso, per esempio, di sentir dire che il congiuntivo italiano è morto, ma niente di tutto questo è vero: il congiuntivo è vivo e vegeto, e non pochi linguisti lo ribadiscono, anche in testi divulgativi di facile accesso (un libro da leggere sull’argomento è Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. L'italiano come non ve l'hanno mai raccontato di Giuseppe Antonelli, edito da Mondadori, ma gli esempi potrebbero esserne molti di più). Qualcuno diceva che i dialetti sarebbero morti, ma neanche questo è successo (soprattutto se pensate a lingue come il sardo e il veneto): insomma, le idee e le supposizioni sono alla base della ricerca scientifica, ma non possono diventare teoria fondante se non sono supportate da indagini significative e adeguate.

Questa premessa, per dirvi che le supposizioni che faremo sull’italiano del futuro sono basate su studi di linguisti importanti – primo fra tutti, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo di Gaetano Berruto –, ma restano comunque tali, e cioè semplici supposizioni: per assurdo, tra qualche anno l’Italia potrebbe diventare intransigente con le parole straniere e quindi iniziare a bandirle come già fanno in Francia, dove un povero PC è diventato un altisonante ordinateur e dove il simpatico hashtag è divenuto un ridicolo mot-dièse; non se la prendano i francesi, ma il patriottismo sta al nazionalismo come po’ sta all’accento, perché un conto è difendere la propria lingua da eccessivi forestierismi, un conto è renderla impermeabile a qualsiasi apporto esterno. 

L’italiano del futuro: forse «careless», ma l’Italia è questa

Partiremo proprio dall’accento e dalla parola po’: sappiamo tutti che questo monosillabo tanto caro alla lingua italiana non è altro che il troncamento della parola poco, e che proprio in quanto tronca vuole l’apostrofo. Adesso, però, stiamo parlando di italiano del futuro, e non è un azzardo ipotizzare che, tra qualche decennio, *pò potrebbe essere considerato una forma del tutto accettabile: a chi non è successo, per esempio, che il T9 suggerisse *pò invece di po’? E chi preferisce scrivere *pò con la tastiera per inserire due soli caratteri (p e ò) invece di tre (p o e )? Tutto potrebbe succedere, se pensiamo all’uso di una comunità e non a quello dei singoli individui, e questo non riguarda soltanto po’ ma l’accentazione in generale (anche se ogni caso va analizzato a sé). Per il momento, però, lasciamo tutti i po’ come stanno e mettiamoci un bell’apostrofo, perché non c’è niente di più desolante che vedere questo *pò un po’ qua e un po’ là anche in giornali e riviste di una certa importanza.

Farà la fine di a me mi piace, che oggi è molto comune nella lingua parlata, anche il pronome gli: ormai lo usiamo con frequenza per riferirci a plurali (es. gli ho detto per dire ho detto loro), e spero resterà sempre un errore *gli ho picchiati invece di li ho picchiati. E non è finita qui: chi sarebbe disposto a scommettere che, col passare del tempo, gli prenderà pure il posto di le? A scuola è ancora molto sanzionato, ma sappiamo bene che sempre a scuola, in alcuni casi, si insegnano i paradigmi verbali ancora usando egli studia, egli gioca, e questo sì che è un errore, perché un bimbo, un adulto e qualsiasi parlante non direbbe mai egli gioca, ma userebbe lui, così tanto detestato con funzione di soggetto nelle grammatiche di un tempo. La scuola, insomma, è una realtà importante da considerare, ma non è la sola.

Prima abbiamo parlato del congiuntivo, che gode di ottima salute. A qualche piccolo cambiamento, però, potremo assistere senz’altro nel futuro, e un intervento di Mara Marzullo sul sito dell’Accademia della Crusca lo spiega in modo chiaro:

«Tale regresso [quello del congiuntivo rispetto all’indicativo in alcune completive ndr] si nota, sembrerebbe, soprattutto alla seconda persona singolare del presente: non sono infrequenti frasi come "credo che hai capito", "non voglio che fai storie" (sarebbe meglio dire, e soprattutto scrivere: che abbia capito, che faccia storie) (cfr. LEONE 2002: 130). Si può dunque sottoscrivere la raccomandazione di Altieri Biagi: "se, [...] dopo aver studiato il congiuntivo, e sapendolo usare, voi deciderete di «farne a meno», di sostituirlo con altri modi, questa sarà una scelta vostra. Ciò che importa, in lingua, non è scegliere il modo più elegante, più raffinato, ma poter scegliere, adeguando le scelte alle situazioni comunicative" (ALTIERI BIAGI 1987: 770)».

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Non è un azzardo, insomma, ipotizzare che sarà questa la struttura dell’italiano futuro, e la considerazione a cui ci porta un tale stato di cose è un’altra ancora: oggi possiamo dire sia penso che tu abbia capito sia penso tu abbia capito, e cioè eliminando la congiunzione che quando lo riteniamo opportuno o comunque involontariamente; non potremo farlo, però, qualora dovesse esserci un indicativo (*penso tu hai capito), perché quel che, poi, andrà a caricarsi della vecchia (e importante) funzione che ricopre nel caso del congiuntivo (oltre al fatto che tutta la frase risulterebbe agrammaticale). Vedete, insomma, come la lingua perde delle componenti ma ne acquisisce delle altre per continuare a fare il suo lavoro? Continuiamo con le nostre ipotesi.

Gli studi di sociolinguistica, ormai le grammatiche (pure, e forse soprattutto, quelle per l’insegnamento dell’italiano L2), danno per scontato che il tempo futuro sia in fase di regresso: basta prendere qualsiasi grammatica seria, anche destinata alla didattica, per leggere che il futuro è spesso sostituito dal presente per indicare azioni che avverranno tra poco, molto e moltissimo tempo:

  • Domani torno a scuola
  • Quest’estate me ne vado in vacanza!
  • L’anno prossimo m’iscrivo in palestra.

Insomma, avrete senz’altro sentito più di qualcuno parlare in questo modo, e di sicuro ne sentiremo sempre di più: una chiara dimostrazione – come state vedendo – che la lingua non è figlia di codici ma della società a cui appartiene; è un sistema in perfetto equilibrio, insomma, ma con dei lenti mutamenti interni, talvolta anche consistenti, se pensiamo alla deriva linguistica di cui parla Sapir.

L’italiano del futuro: forse «careless», ma l’Italia è questa

Ed è proprio su questo presunto rapporto tra società e lingua che voglio soffermarmi adesso: sappiamo che la Francia è una tra le nazioni che più tende a proteggere il suo idioma, anche con politiche apposite. Si tratta di una situazione del tutto diversa da quella che vive la lingua italiana, anche perché non siamo neanche in grado di salvaguardare l’Accademia della Crusca: figurarsi una lingua intera dall’inglese!

Non è un discorso purista, sia chiaro: se la lingua franca mondiale è l’inglese, è anche giusto che il nostro idioma ne assorba parte del lessico (è una lingua viva non per niente…); è un po’ disdicevole, però, che questo inglesorum sia diventato uno dei modi di comunicare della classe dirigente e politica, tra l’offensivo choosy e l’inutile Jobs Act: ma perché? cos’hanno di così strano la parola esigente e il sintagma riforma del lavoro da non poter essere usati?

A ognuno la sua opinione, ma questo poco controllo di ciò che diciamo e di come ci esprimiamo sa un po’ di noncuranza: la stessa noncuranza con cui il popolo italiano legge, s’informa e commenta le notizie, molto spesso delle bufale; lo stesso pressappochismo con cui valuta e si approccia alla situazione politico-sociale che il nostro Paese sta vivendo, tra proclami razzisti e populismo strillato. Questa fastidiosa e pericolosa ingenuità, anzi: diciamo proprio noncuranza, che si nasconde dietro all’accettazione di qualsiasi parola inglese, come se la nostra lingua non avesse il suo bel lessico e non funzionasse già da sé, non è altro, insomma, che il riflesso del popolo italiano com’è oggi: forse angry, ma sicuramente not too much. E purtroppo decisamente careless.

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Commenti

Un altro applauso (clap clap) per questo divertente ma, sotto alcuni aspetti, triste articolo che mi ricorda certi interventi di Beppe Severgnini. Ho sempre ritenuto la lingua simile al cuore al quale, come dice il famoso detto, "non si comanda": nemmeno alla lingua. Lei porta esempi di presente al posto di un più logico futuro: "domani vado a scuola" o altro; e che dire di certi usi - peraltro corretti - dell'uso del passato: "finalmente ti vedo: volevo dirti...." adesso non vuoi più dirmi nulla: 'volevi'? oppure dell'imperfetto al posto del condizionale passato: "dovevi telefonargli se volevi sapere l'ora esatta dell'incontro" - "avresti dovuto telefonargli se...." evidentemente dell'incontro non te ne importava niente. e tanti altri casi della nostra bella lingua. Il Pò è un po' in magra in questi giorni di siccità: basterebbe tener presente che l'apostrofo sta sempre al posto come minimo di una lettera se non di più come appunto po'. Chi sa l'Inglese lo ha ben capito rock 'n roll, i patronimici O' Donnel O' Brien .

Sfranz, mi piacciono molto i suoi commenti, che arricchiscono, e la ringrazio per i complimenti (oltre che per leggerci con costanza). Ovviamente condivido tutto! :)

Qualche nota a margine:
1) non è affatto vero che il francese (parlato e scritto) sia immune dall'acquisizione di anglismi: si usa correntemente "parking" per 'parcheggio' e durante un travaglio la partoriente è sottoposta a "monitoring", tanto per fare due esempi che mi vengono così, al volo. "Parking", fra l'altro, mi permette di aggiungere altre due osservazioni: a) l'italiano, in questo caso, non usa un anglismo; b) il quebequois, a quanto ne so, rifiuta questo e molti altri anglismi del francese di Francia, preferendo parole più autenticamente galloromanze, probabilmente per la volontà di affermazione della minoranza francofona canadese in un Paese a maggioranza anglofona. Attenzione, dunque, a dar retta ai luoghi comuni senza verificarne la tenuta sul piano della realtà. Con ciò, naturalmente, non voglio dire che la situazione francese e italiana sia identica, sul piano della permeabilità dei forestierismi;
2) affermare che è un errore insegnare "egli" ed "ella" quali pronomi soggetto è spregiudicato. Innanzi tutto, "egli" ed "ella", certamente in regresso (soprattutto il secondo) in certi contesti linguistici, hanno ancora una certa, magari debole vitalità in altri contesti ("egli" era usato, per esempio, da Bruno Pizzul: non da un romanziere dell'Ottocento, ma da un telecronista sportivo attivo a cavallo fra XX e XXI secolo). Differenziare il formale dall'informale, lo scritto dal parlato, significa appiattire e demoralizzare una lingua ricca: ricca proprio in quanto diasistema, ovvero sistema con delle variazioni interne. Molto più saggio, a mio parere, è insegnare il paradigma tradizionale, dicendo che in molti contesti si è affermato l'uso di "lui" e "lei" come pronomi soggetto alternativi e che in qualche caso sono addirittura le uniche opzioni possibili (quando il soggetto è posposto al predicato verbale: "è stato lui"/*"è stato egli"). C'è poi da dire che la competenza linguistica è attiva ma anche passiva: se non conosco il parardigma tradizionale non sarò in grado di leggere testi in cui esso è adottato. E' quel che accade in Repubblica Ceca, dove insegno, e dove si rinuncia a insegnare il passato remoto, convinti che sia in inesorabile recesso. Poi i nostri studenti vanno in Erasmus a Firenze o a Palermo e si trovano in difficoltà, per non dire di quando leggono Manzoni. Concludo ricordando il consiglio di un grande storico della lingua contemporaneo (Luca Serianni), non sconosciuto all'autore dell'articolo, che giustamente ritiene inutile insegnare agli studenti ciò che già sanno (o studiano) per conto loro ("lui"): bisogna insegnar loro ciò che non sanno o che, per conto loro, non studierebbero mai ("egli");
3) la sociolinguistica, a mio avviso, non serve a prevedere il futuro, anche se induce la tentazione di provarci. La sociolinguistica, piuttosto, serve a capire il presente della lingua in rapporto al suo passato e in rapporto a elementi estranei alla lingua;
4) l'italiano, oggi, ha nemici ben più temibili degli anglismi;
5) Rainone, è davvero un peccato che abbia rinunciato alla sua candidatur a Olomouc: ci saremmo divertiti, glie lo assicuro.

Gent.le Francesco Bianco,

sono d'accordo con le critiche da lei mosse, però l'obiettivo dell'articolo era quello di arrivare a parlare di "italiano del futuro" partendo da alcuni fenomeni attuali (studiati, appunto, dalla sociolinguistica): non avrei potuto in alcun modo soffermarmi sui punti 1 e 2 con precisione, perché questo avrebbe distolto l'attenzione dal cuore del discorso. La ringrazio molto per il suo intervento, che fungerà senz'altro da approfondimento per i nostri lettori. A presto!

MIK
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