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L’invasione dei vampiri

Fantasy, Nella pancia del Drago[Decima puntata della Rubrica Nella pancia del Drago]

La storia di quando i trend di mercato scompigliano i generi letterari e riformano il gusto del lettore. Ebbene sì, sono pallidi, tecnicamente morti, temono la luce del sole, le decapitazioni e i paletti nel cuore: e sono ovunque.

Ancora una volta questa rubrica si ritrova – per necessità – a barcamenarsi nel cercare di tracciare i limiti del genere fantastico nelle sue tante correnti e nei suoi sottogeneri. Si tratta, però, di limiti labili, talvolta forzosi, ed è sempre bene tenere a mente l’intrinseca fallibilità dell’operazione, se non forse la sua totale inutilità, come quella della critica letteraria in toto. Ehm… chissà, sono crucci senza tempo che giusto un non-morto potrebbe permettersi.

E a questi dedichiamo la decima puntata di Nella pancia del Drago, come ai lupi mannari, ai fantasmi e a tutte le più oscure creature soprannaturali che dal folklore sono entrate nel fiume della letteratura sino a diventare padrone di casa del genere fantastico. Questa puntata nasce, però, da una considerazione particolare: sino a tempi non sospetti, quando si parlava di vampiri non si faceva riferimento alla grande famiglia della letteratura fantasy. I vampiri, come i lupi mannari, sono divenuti narrazione sotto un’altra “etichetta” letteraria ben rintracciabile nella Storia: il Gotico.

Non che questo faciliti l’investigazione sui natali. Non ci sarebbe, infatti, genere più complesso da definire prendendo atto anche solo dei contesti di utilizzo dell’aggettivo “gotico”: si parla di un popolo “barbarico”, del suo linguaggio; di uno stile architettonico medievale e delle sue rivisitazioni moderne; di una corrente letteraria di fine Settecento - inizi dell’Ottocento (inglese); di un font calligrafico; della contemporanea urban-tribe di individui vestiti di nero e legati a un certo genere di musica metal ed elettronica. Questa polivalenza è incarnata dalla stessa etimologia della parola “goth”, dal proto-germanico “geutan” che nulla ha a che vedere con oscurità e orrore, ma che significa strabordare, scorrere – proprio come le omonime popolazioni germaniche che nel III-IV secolo d.C. si affacciarono all’Impero Romano per riversarsi in Europa e sconvolgerne confini ed equilibri linguistici e politici (A. Roberts, Gothic and Horror Fiction).

Questa duttilità dell’aggettivo “gotico” sembrerebbe aver permeato anche il discorso letterario. Uno dei primi romanzi a essere classificati come “gotico” è The Castle of Otranto (1764) di H. Walpole. Questo romanzo breve non aveva nulla a che fare con i canoni dell’orrido e sovrannaturale che sarebbero divenuti successivi pilastri del genere. Come per lo stile architettonico e gli eventi politici, era gotico nel senso di “rottura” del classico, delle sue forme composte, delle armonie. Era un romanzo slegato, sincopato, incoerente, brutto – potrebbe scapparci. Ogni cosa che “rompe” lascia inevitabilmente della crepe, dello spazio per infiltrazioni.
Sono queste che portarono il gotico a delinearsi come breccia sovrannaturale nella pacata prosa vittoriana del primo Ottocento inglese. Come i Goti per l’Impero Romano, in letteratura le istanze del Romanticismo utilizzarono il sovrannaturale per scardinare il Realismo. È in questo periodo che vengono alla luce i capolavori capisaldi del genere: Frankenstein di Mary Shelley (1818); The Vampyre di Polidori (1819); Wagner the Wehr-Wolf di W.M. Reynolds (1847) e il celeberrimo Dracula di Bram Stoker (1897). Non si trattava di semplici brecce fantastiche. Vampiri e Lupi Mannari ben prima di divenire creature del “fantasy” incarnavano una natura terrificante ben delineata nelle origini dell’aggettivo gotico: erano “mutanti”, doppia-faccia; creature dal volto e dai comportamenti umani in una parte della loro natura, che conviveva, però, con un’altra, opposta, inconciliabile e bestiale, che ne rappresentava la nemesi, esattamente come in un altro capolavoro del tempo, Strange case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde di Stevenson (1886).

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Intervista col vampiroCome si è visto nelle precedenti puntate, i precursori del genere fantasy propriamente detto non si affacciarono se non agli inizi del Novecento con Lord Dunsany, e il genere non acquistò dignità propria se non con i classici di Tolkien, Lewis e Howard. Il fantasy delle origini era un High-fantasy, mitopoietico, eroico, “classico”, se vogliamo, che nulla aveva a che fare con le istanze del Gotico. E così i generi procedettero, paralleli, con finestre l’uno sull’altro, ma ben separati. I vampiri appartenevano al Gotico, gli elfi al fantasy (per così dire), e i lettori sarebbero stati i primi a difendere questa necessaria separazione di estetiche diametralmente opposte. Lo stesso celebre gioco di ruolo nato dalla passione per l’High-fantasy, Dungeons & Dragons (1974), non faceva comparire le creature proprie del Gotico se non in un manuale-ambientazione prudentemente a parte, Ravenloft (1990).

Come hanno fatto, dunque, i non-morti succhia sangue a conquistare il fantasy? Il redattore – e non solo – individua la causa della compenetrazione di generi nella multimedialità, una delle grandi spinte al genere fantastico contemporaneo. Lo spartiacque sembra essere stata davvero una serie Tv: Buffy, the Vampire Slayer, andata in onda dal 1997 al 2003 (serie che il redattore non ha mai sopportato). I vampiri di Buffy perdevano la loro dignità di maschere oscure della natura umana e divenivano mostri da abbattere. Il passo successivo non poteva che essere speculare: il vampiro umanizzato nel proprio dramma di essere vampiro. Con Twilight, saga bestseller di Stephenie Meyer pubblicata tra il 2005 e il 2008, il vampirismo entrava nell’editoria mainstream come una valanga e si mischiava definitivamente al fantasy e al romanzo adolescenziale.

Qui non sono in discussione i meriti o demeriti letterari di Twilight, ciò che è curioso è che ciò che rappresentava un genere opposto e parallelo al fantasy – il Gotico – , tramite un fenomeno editoriale lo compenetrava e – incarnando la maledizione dell’etimologia germanica della parola stessa – sgusciava via di nuovo creando per sé un’ansa come autonomo sotto-genere del fantasy: il Dark Fantasy e il Paranormal Romance. Al redattore sembra che si sia usciti dalla porta soltanto per rientrare dalla finestra. Si potrebbe speculare a lungo a riguardo, ma per me i vampiri rimarranno sempre parte dell’universo mutevole e oscuro del Gotico, in attesa di ghermire il lettore – e di essere massacrati dai lupi mannari (ah! È una lunga guerra, vinceremo noi).


Ci ritroviamo on line il 03/12/2013 con la puntata n. 11 della Rubrica Nella pancia del Drago: Passami il dado da venti!

Fantasy e giochi di ruolo: un connubio segreto e nascosto vergognosamente. Misteriose sedute sataniche, passatempo da nerd sociopatici, o forse il più brillante laboratorio narrativo fai-da-te per quanto riguarda character design e setting architecture?

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Commenti

Non ho letto niente dell'autrice che sto per citare, solo visto il film tratto dal primo libro, e quindi potrei starmi avventurando verso una castroneria ma prima di Buffy ad avvicinare i vampiri al fantasy non è arrivata Anna Rice?

Ho sempre pensato che Buffy si fosse ispirata alla Rice nel dipingere i vampiri come esseri tormentati, votati al male ma capaci di essere dilaniati fra la loro natura demoniaca e la passata umanità.
Così come ho sempre pensato che fosse stata la Rice, inventandosi un ordinamento organico per storia le caratteristiche dei vampiri (inventandosi differenti generazioni vampiriche con differenti poteri e inventandosi un mito sulla loro nascita) a compiere il primo passo che avrebbe portato il vampiro da essere una creatura misteriosa e incomprensibile a diventare incasellabile con semplicità all'interno di un mondo secondario.

Anyway, al di là di questo dubbio, bel pezzo come sempre :)

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