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L’intenzionalità: esiste l’«io» senza il «noi»? Il linguaggio come collaborazione

L’intenzionalità: esiste l’«io» senza il «noi»? Il linguaggio come collaborazioneNell’atto di immaginare una madre, alcuni potrebbero pensarla come una donna con un bambino tra le braccia; qualcun altro, come una figura femminile simile alla propria; altri, invece, come una donna in procinto di fare le pulizie e così via. Eppure, qualora ci si trovasse a parlare di mamme con degli sconosciuti, pur avvalendosi di raffigurazioni diverse, si capirebbe senz’altro l’oggetto del dibattito. Nell’ottica evoluzionistica, questa è una grande conquista biologica dell’essere umano: un traguardo raggiunto dopo migliaia e migliaia di anni, che ha interessato e che interessa tuttora anche le scimmie, seppur in maniera diversa.

La capacità dell’essere umano di percepire il mondo, pur non riuscendone ad afferrare tutti i perché, è definita “intenzionalità”: l’uomo è sempre in tensione verso qualcosa; è sempre proiettato verso l’esterno, e tale conquista potrebbe essere definita proprio come la capacità di distinguere il mondo interno da tutto il resto, indipendentemente dalle cause: un essere umano, per esempio, percepirà senz’altro che, se una penna non dovesse avere un punto d’appoggio, cadrebbe a terra, e questo a prescindere da conoscenze più o meno approfondite sulla forza di gravità.

Jerome Bruner, pioniere della psicologia culturale, ritiene che l’intenzionalità non sia soltanto una conquista biologica – dello stesso pensiero sono, tra gli altri, anche il biologo, nonché Premio Nobel per l’immunologia, Gerald Edelman, e il neurologo e psicologo Antonio Rosa Damasio –, ma anche che sia strutturata in storie; in altri termini, se un cane affamato immagina soltanto del cibo – come suggerisce l’antropologo e linguista Alberto Sobrero nel suo Il Cristallo e la fiamma. Antropologia fra scienza e letteratura –, quando un bambino avrà fame, cercherà di rapportare questa sensazione a una storia particolare e decisamente individuale:

«Il bambino – scrive Sobrero – non traduce la sensazione della fame in un’immagine del cibo, ma nella rappresentazione, nella storia di tutto quanto solitamente avviene: il proprio pianto, la madre che accorre, il seno che si scopre, il calore del latte che scende nel corpo».

L’intenzionalità si sviluppa nel bambino dopo gli otto mesi di vita, quando il neonato va oltre la semplice nozione di causa, e risulta già ripartita in storie. Grazie a questa conquista, il bimbo riesce a conoscere il mondo – a isolare, per esempio, gli eventi, oppure a definire rapporti di spazio e di tempo –; non incomincia a pensare, però, solo per il gusto di farlo: il neonato vede che l’adulto – o meglio, l’altro – sta facendo qualcosa e condivide con lui questa intenzione; ai caratteri conoscitivo e pragmatico dell’intenzionalità si aggiunge quello emozionale: il bimbo cerca nell’altro la possibilità di mettere fine a un suo stato di malessere; è come se l’adulto rappresentasse per lui una chance.

«Col tempo – scrive Alberto Sobrero – il bambino sulla scorta dei contatti che ha con le persone che lo circondano, con la sua “cultura” immediata, elabora delle rappresentazioni del mondo che si aspetta di trovare nelle diverse situazioni. Allora l’emozione comincia ad assumere un carattere qualitativo in rapporto alle situazioni».

Il bimbo, insomma, instaura dei contatti con coloro che lo circondano; categorizza questa realtà e la memorizza così com’è; attraverso principi che Edelman definisce “di rientro”, sarà in grado di riconoscere tutto ciò che si ripete con una certa frequenza, senza doverlo categorizzare nuovamente.

Ma l’intenzionalità è anche altro, ed è proprio questo che ci spinge a concludere che non potrebbe mai esistere l’“io” – l’individualità, la singolarità, l’identità – senza il “noi”: il bimbo, e l’essere umano in generale, non è solo in grado di percepire il mondo esterno, ma anche di capire che tutti gli altri sono “esseri intenzionali”; il bambino sa, cioè, che anche l’altro comprende ed è proprio sulla base di questa reciprocità, di questa intenzionalità “condivisa”, che crede che il dialogo sia possibile.

Gli studi del dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma, diretti da Giacomo Rizzolatti, hanno dimostrato, tra l’altro, che i neuroni dell’essere umano – definiti “neuroni specchio” – si attivano non soltanto quando l’altro compie l’azione, ma anche quando ha intenzione di compierla.

«Lo stesso rigido confine tra processi percettivi, cognitivi e motori – dichiarava Rizzolatti nel 2006 – finisce per rivelarsi in gran parte artificioso […], il cervello che agisce è innanzitutto un cervello che comprende. […] Ciò mostra quanto radicato e profondo sia il legame che ci unisce agli altri, ovvero quanto bizzarro sia concepire un io senza un noi».

L’intenzionalità è, dunque, presupposto stesso della comunicazione e del linguaggio: «Prima di narrare la sua storia – scrive Sobrero –, l’uomo deve aver avuto la capacità di percepire che il mondo può essere organizzato in storie».

Va da sé che tale capacità di percepire è diversa da quella delle grandi scimmie linguistiche, dotate solo di intenzionalità “individuale”: queste sono in grado di capire che gli altri percepiscono e che hanno degli obiettivi, per il cui raggiungimento si impegnano più o meno assiduamente; a differenza di quanto avviene tra esseri umani, però, le scimmie non sono in grado di collaborare tra loro, né con l’uomo, per realizzare lo stesso obiettivo e, proprio per questo motivo, non avendo un fine, non è necessario che stiano attente assieme all’altro per il suo perseguimento. Non è una valutazione da poco, se si considera che le prime forme di comunicazione umana sono nate in contesti di mutua collaborazione – «io aiuto te e tu aiuti me» –  e che tutta l’infrastruttura socio-cognitiva su cui regge il linguaggio è completamente basata sulla collaborazione (e non sulla competizione, per esempio): nel corso dell’evoluzione, i gesti deittici – secondo gli studiosi della linea di Michael Tomasello, condirettore del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia – sono nati proprio per coordinare meglio l’attività cooperativa; solo con il passare del tempo tali gesti sarebbero stati utilizzati in contesti in cui la collaborazione era assente (o quasi).

In questo lungo processo di adattamento all’attività di collaborazione e alla vita in generale, sarebbe sorta la seconda delle tre principali motivazioni comunicative: non richiedere aiuto – motivazione già presente in questo particolare momento dell’evoluzione –, ma fornire informazioni per aiutare e accrescere, di conseguenza, la propria reputazione sociale (per tutelare e aumentare la quale l’essere umano avrebbe iniziato a rispettare delle norme in un gruppo ben definito); la terza e più complessa motivazione comunicativa sarebbe sorta quando il Sapiens Tardo iniziò a sentire l’esigenza di condividere con gli altri emozioni, atteggiamenti – quindi storie –, per sentirsi parte del gruppo e aumentare il terreno comune, l’esperienza condivisa tra simili.

Tale terreno comune, però, si costruisce con il tempo: non è un “regalo” della selezione naturale. A tal proposito, Tomasello cita un esperimento: si provi a far riordinare alcuni giocattoli a dei bambini in una grande cesta, alla presenza e con la collaborazione di un adulto; passando del tempo assieme, qualora questi dovesse indicare un gioco, i bimbi capirebbero senz’altro che bisogna posizionarlo proprio lì; se successivamente intervenisse un altro adulto e indicasse il giocattolo, i bambini non avrebbero la stessa reazione: potrebbero capire soltanto che colui con il quale non hanno mai condiviso nulla sta indicando loro la presenza del gioco; tra tutti, insomma, non c’è terreno comune e l’attività di riordino non può iniziare di nuovo.

Questa è la situazione in cui si sono trovati, a un certo punto dell’evoluzione, i nascituri:

«Le abilità di imitazione hanno permesso agli umani di creare e acquisire dagli altri gesti iconici usati come olofrasi [mimare per dire “sì” “no” “ecco”, per esempio ndr], il che va incontro a una “deriva verso l’arbitrario” nel successivo processo di trasmissione, quando sono coinvolti individui che posseggono meno terreno comune – creando così le convenzioni comunicative».

Non conoscendo il legame tra l’icona e il gesto, insomma, il neonato ha iniziato ad apprendere in modo arbitrario, dando vita, quindi, a un processo di convenzionalizzazione.

«Il passaggio conclusivo alle convenzioni vocali totalmente arbitrarie – spiega Tomasello – è stato possibile solo perché queste convenzioni venivano inizialmente usate in congiunzione con gesti più naturalmente significanti basati sull’azione (e anzi, li “cavalcavano”)».

Lo sviluppo filogenetico della comunicazione, insomma, parla chiaro: non solo la lingua cambia nel tempo con l’azione inconsapevole di coloro che la usano, i parlanti; ma la stessa attitudine dell’uomo a comunicare, sorta tra richieste, aiuto e condivisione, è sinonimo di adattamento all’attività di collaborazione: una prova ulteriore all’assunto dello strutturalista Lepschy, secondo il quale il linguaggio, prima di ogni altra cosa, è un “fenomeno sociale”.

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